Antonio Montanari
Iano Planco, la puttanella, il vescovo 
La condanna all’
Indice 
(1752)del rifondatore dei Lincei
 
 
«E si sa che nulla vi è di piùinviso di ciò che ti è più vicinoma può risultareconcorrenziale rispetto ai tuoifini. Non si è più feroci controgli “eretici” che contro gliavversari?»
Luciano Canfora 
«Mi dispiace, che nessuno èpadrone di se stesso»
Antonia Cavallucci 
 
 
 1. Il Carnovale del 1752 
«Serva Amica e Figlia obligatissima», si dichiara  Antonia Cavallucci in calce alla lettera che da Bologna, il25 marzo 1751, scrive all’anziano medico rimineseGiovanni Bianchi. Lei è una giovane cantante ed attriceromana, figlia d’arte: suo padre Bartolomeo, morto cinqueanni prima, lo ricordano come un noto Pulcinella. Calca ilpalcoscenico da undici anni in ogni parte d’Italia: da Torinoalla Sicilia, dalla Calabria a Padova. E’ maritata da due.Sono state nozze infelici.Quella missiva ha per scopo la richiesta di «una difesa sopra il fatto del mio matrimonio, […] un discorso tanto,che lo possi imparare a memoria», e recitare davanti ad ungiudice ecclesiastico. Antonia Cavallucci vuole dimostrareche le è stato estorto il consenso: «in pubblica chiesa misono dichiarata con il confessore che non lo volevo, e che lomettevo in carico della sua coscienza, e di quella di
[mia] 
 madre». Accusa il marito: «mi à ferita tre volte se non baston due»; «in tre anni non mi aveva mai portato un toccodi pane». Poi c’è un debito del coniuge, tal Celestini, diottanta o cento scudi. Lei ha dovuto mantener casa,mamma e serva, sborsare soldi per vestirsi, calzarsi, erimediare l’occorrente alla vita d’ogni giorno. Antonia viaggia accompagnata dalla madre(amministratrice avara di scarse sostanze), con cui inpassato spesso ha mangiato «le mosche». L’aiutano a sopravvivere bellezza e naturale bravura. Si esibisce neipubblici teatri, rallegra affollati salotti nobiliari. Ha una grazia particolare che conquista gli uomini, giovani e vecchi. La sua venustà sollecita anche le fantasie di placidipoeti d’Arcadia come l’avvocato imolese Giambattista Zappi, il quale paragona la lingua della fanciulla ad unpiccolo, vezzoso rubino che graziosamente corre, e sembra l’ala di una farfalla «tra le foglie di una rosa». Lo lascia senza parole il «grazioso movimento di quel seno / per cuigodo, e per cui peno».Pure Giovanni Bianchi paga il suo debito in versi alla «gentil donzella» che canta (precisa nella dedica)«graziosissime Ariette nel Pubblico Teatro, e per varie Accademie della Città di Rimino». Ne loda le «bellissimenere pupille», «il volto morbido», la «voce armonica» e«sempre soave». Confessa che un’«incognita forza d’amore»gli «lega il core». Bianchi pubblica quest’
Ode Anacreontica 
 

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