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OMPAGNIA
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PAZIO
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AMAGNINI
La maestra oggi mi ha chiamato alla cattedra, me sola.Misuro a passi lenti il pavimento con occhi bassi.Allungo avanti un piede dopo l'altro quasistrisciandolo sulla graniglia rosa antico tirata a cera.Avanzo con passo incerto. Il pensiero mi corre al mulodel nostro contadino che sale il pendio con l'enormecarico di legna sul dorso. In questo istante realizzo lasensazione che provava. Guardo la meta, la predellache regge la cattedra, soppesando il mio corto orizzontetra le ciglia. Spero, per ogni battito di secondo, che siallontani da me come un miraggio deformato dallacanicola.Invece consiste e s' avvicina. Poi, inevitabile arriva ilmomento che la sfioro col mio corpo che resta rigido,un arco teso all'indietro per minimizzare il contattocon la superficie.Il cuore corre in una danza di paura sfrenata e mi battetanto in gola che la testa vuota di ogni pensiero nerimbomba.Respiro aria tagliente e sottile che a fiotti si versa allabase della lingua senza offrire alcun sollievo apparente.Brucia invece, come la brace quando soffi sul fuoco.In mezzo a tutti questi suoni a malapena sento ladomanda, ma conosco la risposta, non èl'impreparazione la causa della mia paura.Nella mia testa un fiume di parole, un intreccio diconcetti a spiegare la poesia.Pensieri forti e lottatori che si rincorrono e siaccavallano. Sbattono sui denti come un torrenteimpetuoso ma non escono. Nel tentativo di scavalcarlisembrano inciampare sulla lingua e questa invece disollevarli fuori al di là dell'ostacolo e far felice la
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