A. M
ONTANARI
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MADUZZI ILLUMINISTA
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AG
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di Savignano, dichiarando di aver sempre professato verso lo zio «tanta gratitudine».Possiamo collegare questo sentimento alla scelta famigliare, che immaginiamo suggerita da don Giovanni Francesco, di inviare il nipote in Seminario a Rimini.Qui Giovanni Cristofano ebbe come celebrato maestro di «umane lettere» il sacerdotePietro Mussoni, che fu insegnante pure di Giuseppe Garampi e del santarcangiolese GaetanoMarini (1742-1815), campione massimo della nuova erudizione. Dal 1755 Amaduzzi attese«per sette anni allo studio della Filosofia e Lingua Greca sotto la disciplina del ChiarissimoDott. Giovanni Bianchi» (
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), in quella pubblica e gratuita scuola che il medico aveva apertonella propria casa a partire dal 1720, affiancandovi un museo archeologico utile agli studi di Antiquaria a cui erano avviati i discepoli.Quando Amaduzzi entra nella sua scuola, Bianchi ha già raggiunto una sicura fama.La sua maturità scientifica però non gli impedisce di continuare in certi atteggiamenti chegli saranno (con elegante, rispettosa fermezza) rimproverati dall’Amaduzzi adulto, proprioquando Planco muore, in un articolo pubblicato sull’«Antologia romana»
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) : «Fu egli uomodotato di un vasto talento», scrisse il savignanese, «di memoria sorprendente, e di una somma diligenza. Mancò d’un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualcheparalogismo. Fu tenace della sua opinione, alla quale di rado rinunciava. In mezzo a quella caparbietà peccava talvolta di volubilità sul punto di favorire ora un partito, ed ora unaltro».Quasi ad assolvere il maestro dai suoi peccati, Amaduzzi soggiunge: «Tutte quellecose erano qualità inerenti alla sua natura, ma non già vizj surrogati dalla malizia. Fu pronoalla colera, ma breve nell’aderire ai trasporti della medesima. Fu ardente co’ suoi nemici,ma ogni piccolo officio era capace a farlo dimenticare delle ingiurie. Quanto fu amante della lode, che gli veniva dagli altri, e che non si risparmiava neppure da se stesso, altrettanto era parco nel compatirla agli altri». All’insegnamento filosofico di Planco, ed ai benèfici effetti ricevuti, c’è un richiamopuntuale nella
Rimostranza umile al trono Pontificio
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) che nel 1790 Amaduzzi invierà a Pio VI (1775-1799) per difendersi da certe accuse di fanatismo che giravano contro di lui:«Fatti gli studi delle belle lettere e delle scienze convenienti ad un uomo ingenuo, cominciaitosto ad abbandonare quei sentimenti, che appresi per veri, e per sicuri, e quindi congiovanile ardore cozzai cogli ultimi avanzi dell’Aristotelico rancidume».Fra il 1776 (quando compone per l’«Antologia romana» il ricordo del maestrodefunto), ed il 1790 (quando scrive la
Rimostranza
), intercorre tutta la fase della maturità di Amaduzzi, caratterizzata soprattutto dai tre celebri «discorsi filosofici
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recitati in Arcadia
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), molto importanti nella storia culturale del nostro Settecento ma all’origine di tutti i suoiguai. Non so se Amaduzzi nel 1790 avrebbe sottoscritto nuovamente il giudizio espresso sulmaestro nell’«Antologia romana» relativamente a «qualche singolarità, o stravaganza chesia, la quale suole per lo più andare congiunta ai grandi ingegni, acciò forse non si trovinotroppo al di sopra del resto della specie umana».Per chiarire le sue intenzioni, Amaduzzi aveva aggiunto: «Se non che potrebbel’educazione, e la ragione agevolmente correggerla, e tor loro un tale ostacolo a così speciosa maggioranza. Appunto la Filosofia dovrebbe essere la medicina delle malatìe dell’anima, equindi chi non ne profitta è sempre un Filosofo imperfetto, e solo il compenso dell’altre sue virtù, maggiori de’ suoi vizj, può non ostante conservargli il diritto alla pubblica estimazione».Il tono vagamente apodittico di questo passo è un’eredità dell’insegnamentoplanchiano, con l’enunciazione, o per meglio dire l’auspicio, che la cultura (anzi, piùsolennemente «la Filosofia») possa servire per correggere quei difetti naturali che coneleganza retorica Amaduzzi chiama «malatìe dell’anima».Nel ricordo del 1776 Amaduzzi osserva che «le massime» della «morale teoretica» diBianchi «erano le più consone a quelle de’ Padri della Chiesa», aggiungendo: «e chi ha l’onoredi scrivere queste poche righe dietro ai soli dettami della più sincera verità, l’ha uditoinsegnare l’etica filosofica con quella precisione, ed impegno, che si suole osservare inquelli, che parlano coll’interna persuasione».
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Cfr. G. C. Amaduzzi,
Manoscritti
n. 33, c. 35, BFSA: questo documento è stato già presentato in A.Montanari,
I compiti del giovane Amaduzzi alla scuola riminese di Iano Planco
, «Notiziariodell’Accademia dei Filopatridi», 3-4, 1993; e «Riminilibri»
,
5, marzo 1994.
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Cfr. G. C. Amaduzzi,
Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino
, apparso anonimo sull’«Antologia romana», tomo II, 1776, pp. 227-229, 235-239.
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Il testo è in G. Gasperoni,
Settecento italiano (Contributo alla storia della cultura), I. L’ab. Giovanni Cristoforo Amaduzzi
, Padova 1941, pp. 319-343. Il brano cit. è alle pp. 325-326.
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Si tratta di questi testi, sui quali ritorneremo:
Sul fine ed utilità dell’Accademie
(Torchidell’Enciclopedia, Livorno 1777),
La Filosofia alleata della Religione
(
ibid
., 1778), e
Dell’indole della Verità, e delle Opinioni
(Pazzini Carli, Siena 1786).
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