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Antonio Montanari 
Giovanni Cristofano Amaduzzi,illuminista cristiano
 
 
A. M
ONTANARI
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MADUZZI ILLUMINISTA
 
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Quando nel maggio 1762 il savignanese Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792) giunge a Roma, vi incontra una nutrita colonia di religiosi conterranei: il cardinaleLorenzo Ganganelli (1705-1774), monsignor Giuseppe Garampi (1725-1792), l’abateCostantino Ruggeri (1714-1766), padre Agostino Giorgi (1711-1797) e l’abate Stefano Galli(1721-1788). Amaduzzi vanta una presentazione del proprio maestro riminese, il medico,scienziato e poligrafo Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), dalla cui scuola (
1
) sonopassati anche il santarcangiolese Ganganelli ed i riminesi Garampi e Galli.Ganganelli conserva un ottimo ricordo di Planco: «voi avevate ragione a sgridarmi,quando io non voleva studiare; adesso vi ringrazierei di quanto allora faceste per me», gli ha scritto il 30 settembre 1759 appena nominato a cardinale (
2
).Garampi si è trasferito a Roma alla fine del 1746. Cinque anni dopo è divenutoPrefetto dell’«Archivio Secreto Apostolico Vaticano», poi ha iniziato l’attività diplomatica.Nel 1761 è stato inviato da papa Clemente XIII a presiedere la Dieta di Augusta fra iprìncipi tedeschi. Nel 1766 sarà chiamato alla carica di Segretario della Cifra. Poi andrà come Nunzio apostolico in Polonia ed a Vienna.Stefano Galli diventa minutante alla Segreteria di Stato e Cameriere Segreto di Sua Santità. Garampi e Galli hanno lavorato entrambi nella pubblica biblioteca Gambalunga della loro città, collaborando con il direttore conte Lodovico Bianchelli. Garampi pretendeva di far tutto lui, Galli si rassegnava a star a vedere senza «impacciarsene» (
3
).Costantino Ruggeri, originario di Santarcangelo e soprintendente alla Stamperia diPropaganda Fide, è un tipo cupo: soffre di mania di persecuzione, e di là a poco, nel 1766,sarà protagonista di un suicidio definito «spietato» da Amaduzzi (
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).Padre Giorgi, nato a San Mauro, è un agostiniano: teologo, orientalista, prefettodella Biblioteca Angelica, sarà procuratore generale del suo Ordine. Milita contro i Gesuiti verso i quali si indirizzavano le antipatie di molti religiosi romani che Amaduzzifrequenterà assiduamente. Amaduzzi è nato in una famiglia di possidenti molto impoveriti di Santa Maria delleGrazie a Fiumicino. I genitori, Michele e Catterina Gasperoni, sognavano per lui una carriera ecclesiastica capace di fornire pane e companatico ad un giovane degno di esseresalvato da umili mestieri. Fu tenuto a battesimo nella chiesa di Santa Lucia di Savignano dalparroco don Giovanni Battista Mancini che funse pure da padrino, con madrina la moglie diBartolomeo Borghesi, Silvia Antonia.C’è come un significato simbolico nella scelta delle due figure che accompagnano ilneonato. Il
nobil huomo 
parroco Mancini, originario di Rimini, è una persona colta, dottore eProtonotario Apostolico, dal 1732 Pievano di San Giovanni in Compito e Savignano diRomagna, nonché presidente dell’Accademia degli Incolti, che precorre quella deiFilopatridi. Segretario degli Incolti fu Pietro Borghesi (1722-1794), figlio di Bartolomeo edella ricordata Silvia Antonia. Bartolomeo e Pietro Borghesi rappresentano la cultura antiquaria romagnola che acquista fama oltre gli àmbiti locali, e che caratterizza molta parte degli studi amaduzziani.Tanta dottrina che circonda l’infante non è soltanto convenzionale ostentazione diun privilegio sociale. La cerimonia sembra una specie di consacrazione culturale. A Giovanni Battista Mancini nel 1759, Giovanni Cristofano Amaduzzi vorrà dedicare i
Componimenti poetici in lode del Santissimo Nome di Maria, la cui festa solennemente si celebra nella Chiesa della B. Vergine delle Grazie di Fiumicino, situata sulle sponde del Rubicone 
. Rettore della medesima chiesa di Santa Maria delle Grazie a Fiumicino, è un altrosacerdote che svolge un ruolo importante nei primi anni di vita del Nostro: lo zio paternoGiovanni Francesco Antonio Amaduzzi. Alla sua scomparsa, nel 1771, Giovanni Cristofanoscriverà parole commosse al proprio fratello don Francesco Maria (
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), arciprete del Capitolo
1
In C. Casanova,
Note sulla cultura a Ravenna nel Settecento 
, estratto degli «Atti della Accademia delleScienze dell’Istituto di Bologna. Classe di Scienze Morali. Anno 73. Rendiconti. Vol. LXVII, 1978-1979», Bologna 1979, al cap. 2, «Giovanni Cristofano Amaduzzi. Un allievo della scuola riminese diGiovanni Bianchi a Roma», si legge (p. 12) che «il rilievo che molti degli scolari di Giovanni Bianchiassunsero nella seconda metà del ‘700 [...] conferma la necessità di uno studio approfonditosull’ambiente riminese, in gran parte ancora da fare, che consentirebbe di motivare meglio una  valutazione della cultura locale altrimenti generica e approssimativa».
2
Cito dall’ed. Garbo, Venezia 1778, delle
Lettere interessanti 
, pp. 115-116.
3
Cfr. A. Montanari,
Il contino Garampi ed il chierico Galli alla «Libreria Gambalunga». Documenti inediti 
, «Romagna arte e storia», 49, 1997, pp. 61-62.
4
Cfr. la lettera ad Aurelio De’ Giorgi Bertòla del 24 gennaio 1776,
Manoscritti 
n. 4, Biblioteca  Amaduzziana, Accademia dei Filopatridi [BFSA], Savignano sul Rubicone.
5
Su queste lettere cfr. A. Montanari,
Lumi di Romagna 
, Rimini 1993
2
, «Monsieur l’Abbé, carissimoFratello», pp. 103-106.
 
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di Savignano, dichiarando di aver sempre professato verso lo zio «tanta gratitudine».Possiamo collegare questo sentimento alla scelta famigliare, che immaginiamo suggerita da don Giovanni Francesco, di inviare il nipote in Seminario a Rimini.Qui Giovanni Cristofano ebbe come celebrato maestro di «umane lettere» il sacerdotePietro Mussoni, che fu insegnante pure di Giuseppe Garampi e del santarcangiolese GaetanoMarini (1742-1815), campione massimo della nuova erudizione. Dal 1755 Amaduzzi attese«per sette anni allo studio della Filosofia e Lingua Greca sotto la disciplina del ChiarissimoDott. Giovanni Bianchi» (
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), in quella pubblica e gratuita scuola che il medico aveva apertonella propria casa a partire dal 1720, affiancandovi un museo archeologico utile agli studi di Antiquaria a cui erano avviati i discepoli.Quando Amaduzzi entra nella sua scuola, Bianchi ha già raggiunto una sicura fama.La sua maturità scientifica però non gli impedisce di continuare in certi atteggiamenti chegli saranno (con elegante, rispettosa fermezza) rimproverati dall’Amaduzzi adulto, proprioquando Planco muore, in un articolo pubblicato sull’«Antologia romana»
 
(
7
) : «Fu egli uomodotato di un vasto talento», scrisse il savignanese, «di memoria sorprendente, e di una somma diligenza. Mancò d’un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualcheparalogismo. Fu tenace della sua opinione, alla quale di rado rinunciava. In mezzo a quella caparbietà peccava talvolta di volubilità sul punto di favorire ora un partito, ed ora unaltro».Quasi ad assolvere il maestro dai suoi peccati, Amaduzzi soggiunge: «Tutte quellecose erano qualità inerenti alla sua natura, ma non già vizj surrogati dalla malizia. Fu pronoalla colera, ma breve nell’aderire ai trasporti della medesima. Fu ardente co’ suoi nemici,ma ogni piccolo officio era capace a farlo dimenticare delle ingiurie. Quanto fu amante della lode, che gli veniva dagli altri, e che non si risparmiava neppure da se stesso, altrettanto era parco nel compatirla agli altri». All’insegnamento filosofico di Planco, ed ai benèfici effetti ricevuti, c’è un richiamopuntuale nella 
Rimostranza umile al trono Pontificio 
(
8
) che nel 1790 Amaduzzi invierà a Pio VI (1775-1799) per difendersi da certe accuse di fanatismo che giravano contro di lui:«Fatti gli studi delle belle lettere e delle scienze convenienti ad un uomo ingenuo, cominciaitosto ad abbandonare quei sentimenti, che appresi per veri, e per sicuri, e quindi congiovanile ardore cozzai cogli ultimi avanzi dell’Aristotelico rancidume».Fra il 1776 (quando compone per l’«Antologia romana» il ricordo del maestrodefunto), ed il 1790 (quando scrive la 
Rimostranza 
), intercorre tutta la fase della maturità di Amaduzzi, caratterizzata soprattutto dai tre celebri «discorsi filosofici
» 
recitati in Arcadia 
 
(
9
), molto importanti nella storia culturale del nostro Settecento ma all’origine di tutti i suoiguai. Non so se Amaduzzi nel 1790 avrebbe sottoscritto nuovamente il giudizio espresso sulmaestro nell’«Antologia romana» relativamente a «qualche singolarità, o stravaganza chesia, la quale suole per lo più andare congiunta ai grandi ingegni, acciò forse non si trovinotroppo al di sopra del resto della specie umana».Per chiarire le sue intenzioni, Amaduzzi aveva aggiunto: «Se non che potrebbel’educazione, e la ragione agevolmente correggerla, e tor loro un tale ostacolo a così speciosa maggioranza. Appunto la Filosofia dovrebbe essere la medicina delle malatìe dell’anima, equindi chi non ne profitta è sempre un Filosofo imperfetto, e solo il compenso dell’altre sue virtù, maggiori de’ suoi vizj, può non ostante conservargli il diritto alla pubblica estimazione».Il tono vagamente apodittico di questo passo è un’eredità dell’insegnamentoplanchiano, con l’enunciazione, o per meglio dire l’auspicio, che la cultura (anzi, piùsolennemente «la Filosofia») possa servire per correggere quei difetti naturali che coneleganza retorica Amaduzzi chiama «malatìe dell’anima».Nel ricordo del 1776 Amaduzzi osserva che «le massime» della «morale teoretica» diBianchi «erano le più consone a quelle de’ Padri della Chiesa», aggiungendo: «e chi ha l’onoredi scrivere queste poche righe dietro ai soli dettami della più sincera verità, l’ha uditoinsegnare l’etica filosofica con quella precisione, ed impegno, che si suole osservare inquelli, che parlano coll’interna persuasione».
6
Cfr. G. C. Amaduzzi,
Manoscritti 
n. 33, c. 35, BFSA: questo documento è stato già presentato in A.Montanari,
I compiti del giovane Amaduzzi alla scuola riminese di Iano Planco 
, «Notiziariodell’Accademia dei Filopatridi», 3-4, 1993; e «Riminilibri»
,
5, marzo 1994.
7
Cfr. G. C. Amaduzzi,
Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino 
, apparso anonimo sull’«Antologia romana», tomo II, 1776, pp. 227-229, 235-239.
8
Il testo è in G. Gasperoni,
Settecento italiano (Contributo alla storia della cultura), I. L’ab. Giovanni Cristoforo Amaduzzi 
, Padova 1941, pp. 319-343. Il brano cit. è alle pp. 325-326.
9
Si tratta di questi testi, sui quali ritorneremo:
Sul fine ed utilità dell’Accademie 
(Torchidell’Enciclopedia, Livorno 1777),
La Filosofia alleata della Religione 
(
ibid 
., 1778), e
Dell’indole della Verità, e delle Opinioni 
(Pazzini Carli, Siena 1786).

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