Nel 1781 il riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla (1753-98) pubblica l’
Elogio di Don Giacinto Martinelli
, un padre olivetano suo concittadino scomparso l’annoprecedente. Lo scritto esce a Napoli, dove dal 1776 Bertòla insegna Storia e Geografia all’Accademia navale. Attraverso la celebrazione dello scomparso, l’autorericostruisce le difficoltà incontrate dal nuovo pensiero scientifico nella sua diffusionein Italia.Bertòla si trova in una particolare condizione psicologica ed intellettuale: già nel 1779, anno in cui licenziava alle stampe le
Poesie campestri e marittime
, ha confidato al filosofo ed abate Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-92): «Oggi sono inuno stato, che mi nuoce esser poeta» (
1
). Bertòla a Napoli scopre che dagli
hommes de plume
si richiede un impegno diverso rispetto al semplice produrre versi encomiasticio d’amore: alla sua generazione appartiene Gaetano Filangieri che a partire dal 1780pubblica la
Scienza della legislazione
, mentre il filosofo «civile» Antonio Genovesi ed ilteorico di Economia politica Ferdinando Galiani hanno già affrontato, conl’insegnamento e mediante gli scritti, i temi esaminati in parallelo dalla grandecultura che si stava sviluppando in Europa (
2
).Di Amaduzzi, un savignanese trapiantato a Roma, Bertòla conoscecertamente i due primi «discorsi filosofici» (
3
),
Sul fine ed utilità dell'Accademie
(1777) e
La Filosofia alleata della Religione
(1778), in cui si affermano i diritti che ilpensiero ha d’«interrogare la natura per via delle esperienze, e delle osservazioni» (
4
),senza scontrarsi con i presupposti della Fede, anzi rafforzandoli e depurandoli dallefalse credenze.L’
Elogio
di padre Martinelli è dedicato a monsignor Giuseppe Garampi (1725-92), «Nunzio Apostolico all’Imperiale Corte di Vienna», presso il quale due anni dopoBertòla si rifugia, ottenendone una protezione che gli procura l’insegnamento diStoria all’ateneo di Pavia. Ed è proprio qui che, nel corso delle sue lezioni, Bertòla cerca di affinare nuovi strumenti metodologici, elaborando un testo innovativo neipresupposti e nel titolo,
La Filosofia della Storia
(1787), ma dall’architettura contorta e dallo stile infelice, tutto opposto a quello consueto che troviamo negli altri suoiscritti.Nell’
Elogio
Bertòla proietta l’ansia di conoscenza che caratterizza la sua esperienza personale, e che lo porta a segnalare con particolare attenzione gli ostacolifrapposti allo studio degli autori nei quali si annunciavano idee contrarie alle«ciarlatanerie peripatetiche» ed ai «sogni cartesiani» [p. 7].Queste espressioni usate da Bertòla in un passo dell’
Elogio
, richiamano inmaniera diretta il
discorso
amaduzziano sulle Accademie, dove leggiamo:«All’apparire sul ricco Tamigi del gran Newton […] veggio sparire, non che le larvearistoteliche, gli stessi sognati turbiglioni di Cartesio» [pp. 19-20]. Il nome di Newtonappare nel testo di Bertòla quando ricorda che la formazione giovanile di GiacintoMartinelli era avvenuta anche attraverso le letture filosofiche, con il suo «trattenersicon Condillac, e con Newton».Ciò premesso, Bertòla denuncia quindi lo stato di arretratezza della «più partedelle case religiose d’Italia», dove avevano il «migliore asilo» le «ciarlatanerie
1
Cfr. A. Montanari,
Le
Notti
di Bertòla, Storia inedita dei Canti in memoria di Papa Ganganelli
,Il Ponte, Rimini 1998, p. 43.
2
Di Galiani, nel 1774 Diderot cura la traduzione francese dei
Dialoghi sul commercio dei grani
.
3
Del terzo «discorso» dirò
infra
.
4
Cfr.
Sul fine ed utilità dell'Accademie
, Livorno 1777, pp.17-18.
Add a Comment