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Antonio Montanari 
Nei «ripostigli della buona Filosofia»
Nuovo pensiero scientifico e censure ecclesiastichenella Rimini del sec. XVIII
 
© by Antonio Montanari, Rimini (Italy), 2009
L’immagine è ripresa da www.kosmofysis.com.
 
 
Nel 1781 il riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla (1753-98) pubblica l’
Elogio di Don Giacinto Martinelli 
, un padre olivetano suo concittadino scomparso l’annoprecedente. Lo scritto esce a Napoli, dove dal 1776 Bertòla insegna Storia e Geografia all’Accademia navale. Attraverso la celebrazione dello scomparso, l’autorericostruisce le difficoltà incontrate dal nuovo pensiero scientifico nella sua diffusionein Italia.Bertòla si trova in una particolare condizione psicologica ed intellettuale: già nel 1779, anno in cui licenziava alle stampe le
Poesie campestri e marittime 
, ha confidato al filosofo ed abate Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-92): «Oggi sono inuno stato, che mi nuoce esser poeta» (
1
). Bertòla a Napoli scopre che dagli
hommes de  plume 
si richiede un impegno diverso rispetto al semplice produrre versi encomiasticio d’amore: alla sua generazione appartiene Gaetano Filangieri che a partire dal 1780pubblica la 
Scienza della legislazione 
, mentre il filosofo «civile» Antonio Genovesi ed ilteorico di Economia politica Ferdinando Galiani hanno già affrontato, conl’insegnamento e mediante gli scritti, i temi esaminati in parallelo dalla grandecultura che si stava sviluppando in Europa (
2
).Di Amaduzzi, un savignanese trapiantato a Roma, Bertòla conoscecertamente i due primi «discorsi filosofici» (
3
),
Sul fine ed utilità dell'Accademie 
 (1777) e
La Filosofia alleata della Religione 
(1778), in cui si affermano i diritti che ilpensiero ha d’«interrogare la natura per via delle esperienze, e delle osservazioni» (
4
),senza scontrarsi con i presupposti della Fede, anzi rafforzandoli e depurandoli dallefalse credenze.L’
Elogio 
di padre Martinelli è dedicato a monsignor Giuseppe Garampi (1725-92), «Nunzio Apostolico all’Imperiale Corte di Vienna», presso il quale due anni dopoBertòla si rifugia, ottenendone una protezione che gli procura l’insegnamento diStoria all’ateneo di Pavia. Ed è proprio qui che, nel corso delle sue lezioni, Bertòla cerca di affinare nuovi strumenti metodologici, elaborando un testo innovativo neipresupposti e nel titolo,
La Filosofia della Storia 
(1787), ma dall’architettura contorta e dallo stile infelice, tutto opposto a quello consueto che troviamo negli altri suoiscritti.Nell’
Elogio 
Bertòla proietta l’ansia di conoscenza che caratterizza la sua esperienza personale, e che lo porta a segnalare con particolare attenzione gli ostacolifrapposti allo studio degli autori nei quali si annunciavano idee contrarie alle«ciarlatanerie peripatetiche» ed ai «sogni cartesiani» [p. 7].Queste espressioni usate da Bertòla in un passo dell’
Elogio 
, richiamano inmaniera diretta il
discorso 
amaduzziano sulle Accademie, dove leggiamo:«All’apparire sul ricco Tamigi del gran Newton […] veggio sparire, non che le larvearistoteliche, gli stessi sognati turbiglioni di Cartesio» [pp. 19-20]. Il nome di Newtonappare nel testo di Bertòla quando ricorda che la formazione giovanile di GiacintoMartinelli era avvenuta anche attraverso le letture filosofiche, con il suo «trattenersicon Condillac, e con Newton».Ciò premesso, Bertòla denuncia quindi lo stato di arretratezza della «più partedelle case religiose d’Italia», dove avevano il «migliore asilo» le «ciarlatanerie
1
Cfr. A. Montanari,
Le 
Notti
di Bertòla, Storia inedita dei Canti in memoria di Papa Ganganelli 
,Il Ponte, Rimini 1998, p. 43.
2
Di Galiani, nel 1774 Diderot cura la traduzione francese dei
Dialoghi sul commercio dei grani 
.
3
Del terzo «discorso» dirò
infra 
.
4
Cfr.
Sul fine ed utilità dell'Accademie 
, Livorno 1777, pp.17-18.
 
 
peripatetiche» ed i «sogni cartesiani». L’accenno acquista un particolare significato ditestimonianza diretta, se consideriamo che lui stesso, in una di queste «case», era stato avviato a forza a soli quindici anni. A diciassette Bertòla aveva pronunciato i voti da Olivetano, costretto dalla prepotenza del fratellastro, e senza che vi si potesseopporre la madre che più tardi invano si sarebbe pentita del proprio agire. Egli quindiconosceva bene gli ambienti che mette sotto accusa. Una frase tra parentesi (cheappare retoricamente importante, ma che in sostanza si rivela come pleonastica conferma al suo discorso), dice: «la verità è dura, ma pur troppo incontrastabile» [pp.7-8]. Segue un’aggiunta relativa al proprio Ordine: «Le Scuole della mia Congregazionelanguivano nella stessa barbarie» [p. 8].In nota a questo passaggio, Bertòla ricorda che a «riformare» le Scuoleolivetane provvidero poi un padre docente di Matematica, Ramiro Rampinelli bresciano e l’abate don Luigi Stampa per il quale Bertòla due anni dopo, nel 1783,scriverà un analogo
Elogio 
(
5
), dal quale riprendo una breve citazione, pertinenteall’argomento. Luigi Stampa non si mostrò «in alcuna maniera nemico, come tantialtri fanno, delle scienze profane che non professava»: egli anzi era «persuasissimodella necessità indispensabile, che delle matematiche ha la Filosofia; e ben lontano daldisprezzarle, le riguardò sempre, anche dalla Filosofia prescindendo, come la scienza più atta a fortificar negli spiriti il prezioso e purtroppo raro abito della dimostrazione,e come il miglior corso di logica, che alla gioventù possa darsi» [p. 10].Ritorniamo a Giacinto Martinelli: avendo egli deciso di insegnare, «incominciòa far parte altrui delle dottrine, che disgraziatamente avea dovuto venerare sulla  bocca dei suoi maestri. Non andò guari, però, che il suo buon senso naturale, la lettura d’ottimi libri, e l’esempio di un qualche più ardito congiurato, il determinarono a scuotere il giogo dei vecchi errori» [p. 9]. Martinelli stava appena «penetrando neiprofondi ripostigli della buona Filosofia», quando «venne indietro richiamato in vigoredi quel gotico pregiudizio delle Scuole, la cui distruzione darebbe luogo all’interosviluppo degl’ingegni, e risparmierebbe tante fatiche, che in recar vantaggio ad unsolo, caricano cento di danno, e di noja; di quel pregiudizio, il qual comanda, che iltempo governi da tiranno il corso degli studj; quando questi esser debbono i dispoticiregolatori del tempo» [
ibid.
].Sia in queste parole sia in quelle che leggiamo nel brano seguente, le notizierelative a Martinelli esposte da Bertòla passano attraverso un filtro autobiografico,sul quale si depositano preziosi frammenti di amara confessione: «Trovavasi egliappunto nella gagliardia della esercitata sua mente, e in quell’età, in cui la nostra ragione incomincia ahi! tardi ad essere più forte della nostra fantasia; in cui quasisenza influsso della nostra volontà, fassi così grande riforma della nostra maniera d’intendere e di sentire; e in cui siamo, generalmente parlando, più illuminati, ma nonpiù felici» [p. 10].Con la sincerità ingenua di chi crede possibile confessare pubblicamente la propria condizione di disagio quasi per farsi perdonare le molte colpe e licenzecompiute, Bertòla annuncia con sottile intendimento aspetti di una sensibilità diversa rispetto a quella della generazione che l’ha preceduto. Avvertendo il lettore che, aduna certa stagione della vita, siamo «più illuminati, ma non più felici», sembra obbligarlo a chiedersi quale ruolo possa ancora essere riservato allo studio filosofico,capace di aprire le menti, ma non di sanare le angosce dei cuori. Il contesto personalecosì descritto assume un significato più generale, diventa simbolo di una condizioneumana, non soltanto destinata a ripetersi nelle singole esperienze individuali, ma pure a proiettarsi vichianamente lungo l’arco della storia della società, quasi che pergli intellettuali come Bertòla l’età della ragione sia una tappa ormai raggiunta e
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Cito dalla seconda ed. apparsa a Bologna nello stesso 1783.

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