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Le bestie delinquenti. Rappresentazioni del mondo animale nell’antropologia dei positivisti. Di Pierpaolo Leschiutta

Le bestie delinquenti. Rappresentazioni del mondo animale nell’antropologia dei positivisti. Di Pierpaolo Leschiutta

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The animals, which have always been in the history of culture as a constant metaphor of man and his company, in studies of Italian anthropologists of the second half dell'800 are used to demonstrate the presence in all stages of the nature of some forms of crime. Corollary of universality of the crime is, for these authors, the universality of the rule and then the rules and social relations of production requirements. Extending the animal until the process of criminalization is thus, ultimately, to criminalize all forms of dissent, individual or class.
Gli animali, che sempre hanno rappresentato nella storia della cultura un riferimento costante come metafora dell’uomo e della sua società, negli studi degli antropologi italiani della seconda metà dell’800 appaiono utilizzati per dimostrare la presenza in tutti gli stadi della natura di alcune forme di delitto. Corollario dell’universalità del delitto è, per questi autori, l’universalità della norma e quindi delle norme e dei rapporti sociali di produzione vigenti. Estendere fino all’animale il processo di criminalizzazione significa dunque, in ultima analisi, criminalizzare tutte le possibili forme di dissenso, individuale o di classe.
The animals, which have always been in the history of culture as a constant metaphor of man and his company, in studies of Italian anthropologists of the second half dell'800 are used to demonstrate the presence in all stages of the nature of some forms of crime. Corollary of universality of the crime is, for these authors, the universality of the rule and then the rules and social relations of production requirements. Extending the animal until the process of criminalization is thus, ultimately, to criminalize all forms of dissent, individual or class.
Gli animali, che sempre hanno rappresentato nella storia della cultura un riferimento costante come metafora dell’uomo e della sua società, negli studi degli antropologi italiani della seconda metà dell’800 appaiono utilizzati per dimostrare la presenza in tutti gli stadi della natura di alcune forme di delitto. Corollario dell’universalità del delitto è, per questi autori, l’universalità della norma e quindi delle norme e dei rapporti sociali di produzione vigenti. Estendere fino all’animale il processo di criminalizzazione significa dunque, in ultima analisi, criminalizzare tutte le possibili forme di dissenso, individuale o di classe.

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Le bestie delinquentiRappresentazioni del mondo animale nell’antropologia dei positivisti
*di
Pierpaolo Leschiutta
Gli animali, che sempre hanno rappresentato nella storia della cultura un riferimentocostante come metafora dell’uomo e della sua società, negli studi degli antropologi italianidella seconda metà dell’800 appaiono utilizzati per dimostrare la presenza in tutti gli stadidella natura di alcune forme di delitto. Corollario dell’universalità del delitto è, per questiautori, l’universalità della norma e quindi delle norme e dei rapporti sociali di produzionevigenti. Estendere fino all’animale il processo di criminalizzazione significa dunque, inultima analisi, criminalizzare tutte le possibili forme di dissenso, individuale o di classe.È nell’800 che il mondo animale comincia a venir studiato in modo sistematico sia neicomportamenti specifici delle varie specie che nelle forme della loro vita sociale. È in questoperiodo che la massiccia urbanizzazione pone gran parte della popolazione in una condizioneseparata, se non estranea, alla campagna e alla familiarità che nel mondo rurale si ha conmolte delle specie animali. Nelle città, dove lo sviluppo e l’affermarsi delle idee e dellepolitiche igieniste hanno espulso gli animali¹, sono rimaste solo alcune specie, ma la lorofunzione, immagine e utilizzazione subisce profonde modificazioni. Cani, gatti, cavalli euccelli da gabbia non sono più solo «animali», ma oggetti simbolici che occupano postidifferenti in una gerarchia affettivo-confidenziale che non ha più nulla in comune con lecategorie zoologiche. Alcune specie partecipano alla vita dell’uomo, anzi vi sonocompletamente integrate: hanno nomi propri, possono salire sulle sedie e sulle poltronedestinate all’uomo, dormono sul suo letto e spesso dividono con lui il cibo. Altri animalidiventano « i migliori amici dell’uomo », e come tali amati e rispettati ( non nella loronatura di animali, ma nell’immagine di fedeli servitori) ed hanno la «sicurezza assoluta chenon verranno mai sacrificati né alla divinità né alla necessità, e che non saranno mangiatineppure in caso di morte accidentale», perché, come scrive Sahlins, «è contro le regole* Il presente lavoro è parte di una ricerca più vasta (finanziata dal C.N.R. e dal M.P.I.)condotta con Pietro Angelini e Claudio Marta che ha per oggetto la storia delle disciplineDemo-Etno-Antropologiche in Italia attraverso lo spoglio e l’analisi dei periodicispecializzati.1. Cfr. tra altri Pogliano (1984).1
 
dell’etichetta fare a fette qualcuno cui si è stati presentati»
2
. Il loro ruolo perde ogni legamecon l’utilità pratica che aveva dato un senso all’addomesticamento. Lo scopo utile e spessolucroso che aveva fatto degli animali dei beni produttivi si perde in quelli «da salotto», chenella valutazione affettivo-emotiva appaiono invece i più valorizzati. «Sono generalmentearticoli di consumo vistoso, e quindi onorifici per natura loro»
3
afferma Veblen nella
Teoriadella classe agiata,
formando una graduatoria di onorificità e di «bellezza» correlatainversamente alla loro utilità (il gatto è meno pregiato del cane perché potrebbeeventualmente cacciare i topi) e direttamente alla loro costosità
4
.Nelle campagne e nei piccoli centri il rapporto con gli animali continua ad esplicarsi conle medesime modalità dei secoli precedenti: l’animale è macchina da lavoro, collaboratorenella caccia e nella difesa, selvaggina gratuita. Pur condividendo gran parte degli spazi di vitadell’uomo, spesso anche all’interno delle stesse abitazioni
5
, non diviene mai «da compagnia».Anche se amato e rispettato l’animale è prodotto o mezzo di produzione, sempre altrodall’uomo e mai confuso o antropomorfizzato se non nelle fiabe o nel «mondo alla rovescia».Il mondo animale, nelle diverse immagini e rappresentazioni, sembra attrarre e nelmedesimo tempo spaventare gli antropologi. Questi appaiono affascinati da un mondo dellanatura in cui le varie specie convivono in società ordinate, dove le azioni dei singolirispondono alle immutabili leggi della ereditarietà e della conservazione della specie, manello stesso tempo trovano che anche in queste società animali alcuni componenti agiscono,sia individualmente che in gruppo, in modi contrari alle leggi con cui la natura si mantiene esi salvaguarda. Il mondo degli animali presenta forme di criminalità e di follia moltosimili a quelle che i nostri autori studiano nella società dell’uomo, sono solo espressein forme più rozze e meno articolate. È nel mondo degli animali e in quello evolutiva-mente poco successivo dei selvaggi che quindi possono e devono venir ricercate lemanifestazioni ataviche del delitto. In questo quadro ha ruolo e funzione specifica2) Sahlins (1976), tr. it., pp. 171 e 173.3) Veblen (1899), tr. it., p. 13.4) L’analisi di Veblen sull’uso degli animali domestici come simbolo di status sociale edi spreco vistoso mantiene, a mio avviso, tutta la sua validità, anche se esamina uno solodegli aspetti del complesso significato simbolico dell’animale, e utile ben oltre i limiti che lacritica distruttiva di Adorno gli pone. Cfr. Adorno
(1955),
tr. it., pp. 65-68.5) Si vedano a questo proposito le eloquenti descrizioni delle condizioni di vita nellecampagne italiane ne: Atti della giunta parlamentare... 1883-85 e Risultati dell’inchiesta...1890.2
 
l’elaborazione del discorso di criminalizzazione dell’animale.Dopo essere stati abbandonati per oltre un cinquantennio alla «critica roditrice dei topi»gli studi dei positivisti italiani della seconda metà del secolo passato appaiono oggi al centrodi un rinnovato interesse. Studiosi delle più disparate discipline, dalla sociologiaall’economia, dall’antropologia al diritto e alla criminologia, dalla psichiatria alla storio-grafia, stanno ripercorrendo gli sviluppi delle loro discipline sotto l’influsso delle concezionipositiviste. Non è quindi una rivalutazione postuma di quell’insieme di metodologie chevanno sotto il nome di pensiero positivista, ma un tentativo di comprendere meglio unperiodo della nostra storia culturale, un periodo in cui, tra l’altro, furono definite ed accettatecome «scientifiche» categorie quali quelle di normalità e di follia, di genio e di criminale, diselvaggio e di civile, concetti che ancor oggi, supportati dalla scientificità di ieri, permangonoin una parte almeno della nostra cultura. In particolare il positivismo antropologico egiuridico ebbe un successo che oltrepassò i dominiî del mondo scientifico. Nato esviluppatosi in un periodo di forti cambiamenti strutturali sembrò offrire certezze in unasocietà percorsa da tensioni sociali e da nuove paure. Una teoria e un metodo che, utilizzandoi risultati della ricerca fisiologica, patologica, della psicologia e della teoria dell’evoluzione,offriva, tra l’altro, una spiegazione per un fenomeno in inquietante aumento nell’Italiapostunitaria: la delinquenza.Si potrebbe dire, utilizzando la terminologia di altre scienze, che gli scritti di questiantropologi ebbero successo anche perché saturavano l’orizzonte delle attese dei lettori,offrendo risposte apparentemente semplici a problemi e contraddizioni complesse.Penetrate profondamente nella coscienza e nella cultura queste interpretazioni dei fenomenisociali danno ancor oggi frutti che non sembrano troppo avvizziti. Possiamo riconoscere laloro eredità in molti degli atteggiamenti verso individui di razze diverse, di minoranze etnichee sociali di criminali e di folli. Così come Boltanski
6
ha individuato nella medicina «colta»dei secoli passati l’origine di molti dei «pregiudizi» popolari nelle tecniche di allevamentodei bambini, è negli studi degli antropologi positivisti che possiamo individuare le origini dimolti degli stereotipi con cui oggi si pensano e si descrivono folli, criminali, selvaggi edanimali. E questo non solo nella cultura popolare. Troviamo infatti anche in frange nonmarginali dell’attuale etologia analisi e descrizioni che sembrano riproporre le immagini delmondo animale proprie dell’antropologia criminale italiana della fine del secolo passato.6) Boltanski (1969), tr. it., pp. 71 ss.3

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