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 ( "Una INTRODUZIONE all'antico MADHYAMIKA Indiano")
 
LA VACUITA' DELLA VACUITA
Tratto da INSEGNAMENTI di
 
GHESHE NAMGHYAL WANGCHEN
 
- di C. W. HUNTINGTON –
 
Tradotto in Italiano da Aliberth Meng. (Alberto Mengoni)
 
C. W. Huntington Jr.
, ottenne il suo Dottorato in Filosofia presso l'Università del Michigan. Egli insegnòFilosofia nell'Università di Antioch, in India, nel programma di Studi Buddisti, e fu Professore ausiliarioall'Università del Michigan. Suoi articoli sono apparsi in '
Philosophy East and West', The Journal of Indian Philosophy,
e nel
The Encyclopedia of Indian Philosophies.
 Attualmente, egli insegna presso il Dipartimentodi Religione all'Università di Denison.
Gheshé Namgyal Wangchen
ebbe la sua educazione monastica in Tibet, presso il Monastero di Drepung,a Lhasa. Emigrato in India in 1959, a causa della nota invasione Cinese del Tibet, prestò opera di Capo-bibliotecario presso la Tibet House a New Delhi. Dopodichè, egli divenne l'istruttore residente per gli Inglesial Manjushri lnstitute per diversi anni. Attualmente, Geshé Wangchen insegna al Monastero di Drepung, inKarnataka, India.
 
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COSA HANNO SCRITTO su questo TESTO….
 
"Quest'opera è da considerare come il pricipale libro che, in qualche modo, prova a indagare la materiasicuramente più significativa per lo studio e la comprensione del Buddismo nell'era contemporanea. Inqualità di prima e completa traduzione, in un comprensibile linguaggio Occidentale, delle opere principali diChandrakirti e considerando che il risultato sarà di notevole incoraggiamento per una più proficuacollaborazione tra studiosi Occidentali e Tibetani, questo è senza dubbio un apporto da dover applaudire" -(
The Journal of Religion 
)
 
"L'interpretazione filosofica di Huntington… è trattata con forza e chiarezza. Egli corregge (con una certadecisione) molti fraintendimenti sul Madhyamika, tuttora in corso tra gli scrittori Occidentali…"(-
Journal of the American Oriental Society) 
 
"[L'autore] dimostra un visione profonda ed una intelligenza considerevoli nel modo in cui ha fuso punti divista e conclusioni dei filosofi contemporanei verso un riferimento sistematico a riguardo dell'interaprospettiva Madhyamika… il libro di Huntington sarà sicuramente letto e apprezzato da molti"- (
Journal o! Indian Philosophy).
 
"La Prima Parte di questo libro contiene uno dei più utili saggi finora pubblicati nei riguardi dell'affinità tra ilMadhyamika e la moderna Filosofia Occidentale, così come presentata da Wittgenstein e Derrida."-
 
( Don Cupitt,
The Time Being- ) 
 
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PREFAZIONE
 
Questo libro presenta uno studio ed una traduzione del testo filosofico e religioso "
L'Ingresso nella Via di Mezzo 
", composto in India all'incirca durante la prima metà del settimo secolo d. C. da un monaco Buddistadi nome Chandrakirti. Esso fu un trattato di importanza fondamentale per lo sviluppo del Buddismo in Tibeted anche, probabilmente, nella stessa India. Come fa intendere il suo titolo, il testo di Chandrakirti èessenzialmente un manuale introduttivo per coloro che desiderano studiare e praticare la filosofiasoteriologica nota come "Madhyamika" (Via di Mezzo) o Sunyavada (Dottrina della Vacuità). Sarebbe peròmeglio riconoscere da subito che questo "libro-guida" non fu mai ritenuto essere utile ai bisogni di unpubblico, come quello che ora è presentato in questa traduzione Inglese. La prima parte del libro ha quindilo scopo di scoprire che significato abbia per noi
'L'Ingresso nella Via di Mezzo' 
. Esso può essere consideratotanto un commentario al Trattato di Chandrakirti quanto una Introduzione al primitivo Madhyamika Indiano.
 
La Seconda Parte fu composta qualche anno fa, dopo che Gheshe Wangchen maturò l'intenzione di produrreuna traduzione letterale del '
Madhyamakavatara 
' di Chandrakirti, quale testo introduttivo allo studio delMadhyamika.
 
Tuttavia, fra non molto diventerà evidente che lo stile estremamente criptico e conciso del trattato richiedealcune annotazioni, nel caso che la nostra traduzione fosse usata da qualcuno che non abbia già unapreventiva familiarità con la letteratura dell'antico Buddismo Indiano. Alla fine, perfino una annotazionealquanto estesa potrà risultare insufficiente. Osservando le moderne pubblicazioni che trattano delMadhyamika, abbiamo potuto vedere che la moltitudine di interpretazioni potrebbe essere classificata inpochi distinti argomenti che sembrerebbero poter preservare, con solo poche variazioni superficiali, ilvocabolario e le attitudini recensite da Nagarjuna e Chandrakirti. La sola eccezione a questo modellopotrebbe essere ciò che io chiamo "L'interpretazione linguistica". Di fronte ad una massa così vasta distudiosi Occidentali, l'idea di presentare una pura e semplice traduzione del testo ci è sembrata alquantoinadeguata, eppure risultò ovvio che perfino i riferimenti agli studi più recenti dovevano essere usati concura e accompagnati da espliciti chiarimenti. La critica Madhyamika di tutte le visioni e credenze èsicuramente più sottile e molto più radicale di quanto indichi la maggior parte delle interpretazioniOccidentali. Essendo necessari alcuni cenni introduttivi per spiegare la situazione, fu subito aggiuntal'Introduzione all'attuale formato. La traduzione rappresenta uno sforzo aggiuntivo di Gheshe Wangchen emio personale, per cui mi assumo tutta la responsabilità nell'accertamento del significato dell'opera diChandrakirti nel contesto della moderna cultura Buddista.
 
Il primitivo Madhyamika richiede esplicitamente di operare una sorta di rigetto, o destrutturazione, di ognitentativo di creare una visione oggettiva, e priva di valore, della verità o realtà. Fin dall'inizio questo fu ilpunto cruciale della critica Madhyamika e, in effetti, fu soltanto più tardi, come reazione agli scritti diBhavaviveka e dei suoi seguaci, che questo completo rigetto di tutte le opinabili fissazioni e credenzedivenne specificatamente associato col nome Prasangika. Il termine Sanscrito '
drsti' 
, che io ho tradotto con"visione filosofica", è in realtà un termine tecnico usato in una svariata quantità di contesti e che è riferito aduna vasta gamma di opinioni, credenze e convinzioni intellettuali di ogni tipo e, infine, a qualsiasi forma dipensiero reificato, senza valutare se esso sia registrato in modo articolato e razionale oppure in una ampiaquanto inconscia tendenza a pensare solo secondo certi modelli innati. In definitiva, il rigetto Madhyamika ditutti i punti di vista è più un rifiuto di una certa attitudine o
'modo di pensare' 
, che non il rifiuto di un datoconcetto in particolare. Questo elemento del pensiero di Nagarjuna è stato responsabile delle massimecontroversie sia tra gli antichi quanto tra i moderni commentatori.
 
Il Madhyamika si pose in opposizione ad una certa tradizione filosofica che si preoccupava solo della ricercadi sempre più precise terminologie tecniche, trascurando l'applicazione pratica della teoria filosofica, la qualeaveva in precedenza portato gli insegnamenti nella vita piena di volontà emozionali delle prime comunitàBuddiste. Totalmente al di fuori dal pseudoproblema del "Buddhismo originale", il criticismo di Nagarjunapuò essere inteso come un tentativo di restaurare ciò che era sentito come lo spirito antico degliinsegnamenti del Buddha, prescrivendo un rimedio al complesso degli sviluppi storici che avevano separatola teoria dalla pratica. La sua concezione di "designazione dipendente" (
 prajnaptir upadaya 
) riconosce che ilsignificato delle parole deriva esclusivamente dal loro uso o applicazione nelle faccende di tutti i giorni. Diconseguenza, il significato di termini e concetti usati nel sistema Madhyamika, non deriva dalla loro suppostaassociazione con un qualche oggettivamente privilegiato vocabolario che sostenga un particolare punto divista della verità o della realtà, ma dalla loro speciale efficacia come strumenti che possono essere applicatinella vita quotidiana, al solo scopo di sradicare la sofferenza causata da attaccamenti, antipatie e dalladelusione del pensiero reificante. Dunque, sebbene Chandrakirti non abbia alcuna posizione fissa dadifendere, non necessariamente ne consegue che i suoi argomenti siano meri sofismi, perché il significatogenuino deve essere trovato nel loro
obiettivo 
. La distinzione critica, in questo caso, è tra la filosofia
 
 sistemica, interessata a presentare una particolare credenza o punto di vista (
drsti 
), e la filosoficaesemplificativa, impegnata nella stretta attività destrutturante (il Madhyamika
 prasangavakya 
). Le concezionicentrali di una filosofia esemplificativa devono alla fine essere abbandonate, allorché siano servite allo scopoper il quale esse furono designate. Tali concetti non sono usati per esprimere una visione, bensì
 per ottenere un effetto 
. Essi sono mezzi abili (
upaya 
).
 
Nelle successive pagine io mi riferisco al Madhyamika come "filosofia soteriologica" o "propaganda filosofica".Ciò è stato fatto, prima di tutto, per enfatizzare l'importantissimo punto che questa filosofia non può,nemmeno in teoria, essere dissociata da un impegno di applicazione pratica; e, in secondo luogo, tale cheessa possa essere più chiaramente distinta come una vera spinta radicale, dal tipo di impresa filosofica concui si cerca di scoprire o di definire un'oggettiva e gratuita visione della verità o della realtà.
 
Infine, deve essere sottolineato che finché l'opera dei moderni destrutturatori fornisce l'impeto perl'interpretazione linguistica del Madhyamika che io ho sviluppato, ed anche per un certo vocabolario tecnicoda me usato per discutere il testo di Chandrakirti, nessunissima corrispondenza può esistere tra le duetradizioni filosofiche separate da così tanto tempo e spazio. Io ho utilizzato le idee di Wittgenstein ed altrimoderni filosofi semplicemente come strumenti ermeneutici per analizzare la letteratura Madhyamika e perestrapolarla allo scopo di vedere quale fosse il suo significato per noi. E, per noi, il significato ènecessariamente impresso nelle forme simboliche della nostra cultura e del nostro tempo. In risposta ad uneventuale lettore che condanni tutti questi tentativi nell'interpretare un testo sulla base del fatto che il testostesso non impiega le nostre strutture linguistiche e culturali, posso soltanto disperarmi di non poter riuscirea comprendere un tale antico modo di pensare. Ad un certo punto, noi dobbiamo semplicemente riconoscereche nessuna traduzione e nessuna metodologia critica può essere sacrosanta. Traduzioni ed altre forme diattività ermeneutica restano fermamente impiantate nelle forme preconscie dei pregiudizi linguistici eculturali, peculiari alla nostra situazione storica. La sfida più vitale affrontata dagli studiosi si riassumecertamente nella responsabilità a fare diventare i loro presupposti (e quelli dei lettori) interamente consci edi convogliare tramite il loro lavoro un senso di meraviglia ed incertezza nello scendere a patti col testooriginale. I commenti interpretativi della Parte Prima sono presentati solamente come strumenti peravvicinarsi al Madhyamika quale filosofia vivente. La traduzione fornirà ai lettori un'opportunità per lavorare ilpiù vicino possibile agli scritti di Chandrakirti.
 
Un modo moderno e pragmatico di destrutturazione possiede per noi uno speciale valore non solo perché isuoi interessi sembrano così vicini, per certi aspetti, a quelli di Nagarjuna e Chandrakirti, ma anche perchéqueste filosofie appartengono precisamente a noi. Tentando di sforzarci nell'interpretare un sistema dipensiero estraneo, noi non possiamo far altro che usare l'attrezzatura concettuale che possediamo. Gadamerha riconosciuto e discusso l'elemento di storia effettiva presente nell'intelletto, ma i duemila anni durante iquali il Buddhismo si è esteso da una cultura all'altra tramite l'Asia forniscono una più che ampiatestimonianza tanto nei confronti del razionale idealismo di una oggettività senza pregiudizi che nel suocontrario, il romanticismo acritico. Coloro che attualmente sono interessati allo studio della letteraturaBuddista non possono che riconoscere apertamente, per una integrità intellettuale, la profonda naturaproblematica di qualsiasi concetto di un significato basato esclusivamente sulla acquisizione e riproduzionedel "
messaggio originario 
" del testo. Quanto al Madhyamika, il suo problema non è in nessun modo limitatoalle concezioni dell'interpretazione testuale. Il processo ermeneutico coinvolto in questo tipo di comprensioneè esso stesso una particolare fase momentanea del mistero universale del cambiamento e, come tale, èsemplicemente una sfaccettatura in più dell'interazione tra il passato ed il presente che incorpora, rinnova etrasforma continuamente tutto ciò che conosciamo e tutto ciò che siamo.
 
RICONOSCIMENTI
 
Questo libro ha messo radici in un idilliaca estate presso il villaggio Himalayano di Musoorje, in cui io eGheshe Namghyal Wangchen abbiamo passato insieme le mattinate lavorando accuratamente a metter giùla nostra prima traduzione del testo di Chandrakirti. Ma in quell'estate non ebbe inizio soltanto la traduzione.Prima ancora fecero la loro comparsa quelle pubblicazioni che gettarono le basi per il mio continuatointeresse verso il Madhyamika, durante le nostre passeggiate pomeridiane. Scoprii subito che GhesheWangchen è un filosofo naturale, poichè per lui nessuna domanda può essere irrilevante, nessuna area diesperienza al di fuori della portata dei legittimi interessi filosofici. Fu poi sicuramente, nel corso delle nostremeravigliose e interminabili conversazioni, che io cominciai a capire come la filosofia può essere molto di piùche una sequenza di concetti. Per Gheshe Wangchen e molti dei suoi conterranei, la filosofia è realmente unmodo di vivere e le questioni filosofiche devono sempre relazionarsi, in un modo o nell'altro, ai problemidella vita. Non c'è perciò da dubitare che questa attitudine verso la filosofia abbia lasciato il suo segno anchesu di me ed abbia guidato il mio interesse verso i testi, durante gli anni che questo libro stava prendendo
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