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Fare il Pd

Fare il Pd

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Published by Davide Falcioni
documento congressuale di Bersani
documento congressuale di Bersani

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09/12/2014

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F
ARE
 
IL
PD
 Il prossimo Congresso dovrà anzitutto rispondere alla domanda se e in che modo il progetto del  Partito Democratico possa ancora essere utile all’Italia. Noi siamo convinti che dalla scelta di fareil PD non si possa tornare indietro e che anzi il compito di fare davvero il PD e di esprimerne tuttele potenzialità sia ancora davanti a noi
. Nei sei anni trascorsi dalla sua nascita, il PD si è radicatonel Paese, ha consolidato responsabilità rilevanti nel governo degli enti locali e oggi, anche se aseguito di un esito elettorale e un percorso post-voto diversi da quelli auspicati, esprime con un proprio esponente la guida del governo nazionale. Pur nel pieno di una convulsa trasformazionedella struttura politica del Paese e della più grave crisi economica dal dopoguerra, siamo giunti aessere la prima forza politica del Paese e quella con le maggiori responsabilità di governo a livellonazionale e locale. Tuttavia è indubbio che il processo di crescita e assestamento del partito non siaarrivato a un esito compiuto.Il Congresso dovrà riflettere a fondo sul cammino fin qui percorso e sulle rilevanti novità delloscenario post-elettorale. La nostra convinzione è che quanto avvenuto renda ancora più necessariorilanciare un grande soggetto politico di ispirazione popolare e riformista, che investa con ancoramaggiore decisione e spirito innovativo sulla sintesi delle sue culture politiche fondative, orgogliosodella sua originalità ma saldamente ancorato alla famiglia dei progressisti europei. Un partito chealle sempre più forti spinte di cambiamento, semplificazione e di partecipazione diretta dei cittadinisappia offrire una risposta alternativa al populismo qualunquista e alla personalizzazioneesasperata
. Fare il PD per ricostruire la democrazia italiana nel cuore del processo di formazionedell’Europa federale
: questa è l’altezza della sfida storica a cui collocare la nostra riflessione e lanostra iniziativa con il Congresso.Le note che seguono vogliono essere un primo contributo in questa direzione, sulla base della
convinzione che il confronto sui contenuti politici debba essere prioritario rispetto a quello sullecandidature
. Il testo, che in quanto prima traccia di discussione è privo di ogni pretesa di esaustivitàe si propone anzi di stimolare altri contributi anche su temi qui non affrontati, si articola attorno aquattro nuclei tematici: l’analisi del voto di febbraio in una prospettiva europea, la riforma delloStato e delle istituzioni, la proposta economica e il radicamento sociale del partito, il rilancio del PDcome soggetto politico collettivo fondato sulla partecipazione consapevole e non sulla delega plebiscitaria.
1. Il voto italiano nel contesto europeo: ricongiungere moneta e sovranità democratica.
 Non si riesce a individuare neppure lontanamente l’epicentro del terremoto elettorale italiano del24-25 febbraio 2013 se non lo si inquadra nel contesto della crisi dell’euro e dei suoi poderosieffetti politici. Una crisi che in Europa ha potentemente acuito quel processo di svuotamento delledemocrazie nazionali verificatosi nell’intero Occidente lungo il trentennio della globalizzazioneneo-liberale e del gigantesco riassetto economico e geopolitico tuttora in corso.L’esplosione di consensi per il M5S e la rottura dello schema bipolare difficilmente possonoessere spiegati in una chiave angustamente domestica, come è finora prevalentemente avvenuto neldibattito pubblico e anche nella nostra discussione interna. Ciò non significa affatto cancellare il peso delle scelte e anche degli errori politici che sono stati compiuti, e neppure sottovalutare unacondizione già esistente di sofferenza dell’economia e della società italiana. La pesante perdita dicompetitività del sistema produttivo e la mancanza di dinamismo sociale avevano già precise causeinterne: i mancati investimenti in ricerca e tecnologia, il collasso del sistema formativo, leliberalizzazioni frenate, il ritardo nel campo dei diritto individuali, l’inefficienza burocratica, il più
 
alto tasso di corruzione e di evasione fiscale in Europa dopo la Grecia, la presenza pervasiva dellacriminalità mafiosa.Lo sconvolgimento del panorama politico a cui abbiamo assistito è dovuto all’intreccio di questasituazione interna con la circostanza che l’Italia, nel pieno della crisi economica globale, si siatrovata intrappolata dentro i micidiali difetti di costruzione dell’architettura dell’euro. Undispositivo economico e istituzionale che, se non corretto, è inevitabilmente destinato a portare ilsistema democratico-rappresentativo, non solo in Italia, alla paralisi e al definitivo discredito.Il nostro principale errore è stato forse proprio quello di non essere stati del tutto conseguentirispetto a questo punto cruciale. La critica delle politiche europee di austerità ha caratterizzato le posizioni del PD a partire già dallo scoppio della crisi dei debiti sovrani dell’eurozona, in una fasein cui Berlusconi e Tremonti cercavano di contrastare la vertiginosa crescita dello
 spread 
, acceleratadalla totale perdita di credibilità del loro governo, accettando vincoli di bilancio palesementeinsostenibili.
 La decisione di appoggiare la nascita del governo Monti, in qualche misura obbligatadi fronte alla prospettiva di un imminente default finanziario del Paese, ha tuttavia portato aindebolire questa consapevolezza – l’ineluttabilità di un processo di impoverimento e di crescitadella disoccupazione all’interno dell’attuale assetto della moneta unica – nell’elaborazione dellalinea politica e del messaggio di fondo da trasmettere ai cittadini.
Non aver fatto di questo il puntoassolutamente centrale nel rapporto con l’elettorato durante la fase di sostegno al governo Monti e poi durante la campagna elettorale ha favorito la parziale ripresa del populismo berlusconiano, nelfrattempo disinvoltamente riposizionatosi su una linea anti-austerità e anti-tedesca, e l’esplosionedel voto anti-sistema di Grillo.A suo modo, una larga maggioranza degli elettori, al di là delle sue precedenti appartenenze, haespresso la convinzione che dentro gli attuali meccanismi dell’eurozona nessuna proposta dicambiamento avrebbe avuto la forza di affermarsi e di arrestare la tendenza alla contrazionedell’economia italiana. In questo quadro, il sostanziale blocco delle misure di riforme della politicaha concorso a irrobustire il vento della contestazione alla politica e ai suoi costi. Questacontestazione ha raggiunto livelli tali da far perdere di vista, anche al PD, la distinzione tra la causae l’effetto.
 La cosiddetta antipolitica è stata fortemente alimentata dall’emergere di vergognoseruberie ed episodi di corruzione, ma ha tratto origine anzitutto dalla percezione dell’impotenza dei partiti, del Parlamento e del governo. Una percezione, peraltro, non allucinata ma reale: quella diuna politica che sempre di meno è il potere di fare le cose, di trasformare la realtà, di decideredell’allocazione delle risorse e della risoluzione dei conflitti (tutte attività sempre meno possibili per effetto della perdita di sovranità monetaria e della progressiva espropriazione della sovranitàdi bilancio, man mano che la crisi dei debiti pubblici si acuisce), e sempre di più si riduce a purarappresentazione mediatica.
In un quadro in cui l’unica funzione percepibile dei politici diventaquella di andare in televisione a parlare di cose che non sono riusciti a fare o che non si possonofare, e in cui settori crescenti della società italiana subiscono processi di impoverimento impensabilifino a qualche anno fa, il rifiuto dei costi di un’attività avvertita come inutile perché ininfluentediventa un tema di massa e la domanda di cambiamento viene declinata in forme sempre piùrabbiose e radicali.Il PD ha provato a reagire investendo sull’apertura civica e sulla partecipazione con la sfida delle primarie per la premiership e per i parlamentari. Si è trattato di una scelta coraggiosa, che è riuscitatuttavia a dare una risposta solo ‘soggettiva’ e ‘sovrastrutturale’ a una richiesta ben più sostanzialedi decisioni e riforme reali rivolta all’intero sistema politico. Le primarie hanno prodotto un effetto positivo nell’immediato, ma tutto è cambiato nella stretta finale, quando il PD, per la doppia ragionedi aver sostenuto fino alla fine con lealtà il governo Monti e di presentarsi favorito alle elezioni suuna linea di responsabilità e di un cambiamento rispettoso delle ‘compatibilità’ europee, è apparsocome il soggetto più governativo e istituzionale. Il coraggio e la credibilità personale di Bersani
 
hanno arginato l’impatto di un voto di sfiducia e scontento, ma complessivamente l’europeismoresponsabile del PD non è apparso una risposta adeguata alla radicalità della richiesta dicambiamento.Si tratta adesso non certo di rincorrere Grillo e Berlusconi sul populismo anti-tedesco, ma diaffermare una linea di serietà e di verità, a partire da un dato che l’esito delle consultazioni elettoralie le rilevazioni dei sondaggi stanno confermando in tutti i paesi della periferia meridionaledell’eurozona (una periferia che peraltro sempre di più tende a inglobare al proprio interno laFrancia). L’unico europeismo democratico sostenibile è oggi quello che afferma con chiarezzal’insostenibilità dello
 status quo
e mette la Germania di fronte alla vera scelta che essa dovràcompiere dopo le elezioni di settembre: un superamento delle politiche di austerità e di rigoremonetario in cambio di un poderoso salto in avanti nella costruzione di un governo federaledell’eurozona. Le posizioni recenti di Hollande e Moscovici indicano che anche la Francia, il Paeseculturalmente e storicamente più restio a ragionare di trasferimenti di sovranità, si sta predisponendo ad affrontare questo tema, di fronte alle ricadute sempre più pesanti dell’attualeassetto dell’euro anche sull’economia francese.È tempo di superare discorsi astratti e proiettati in un futuro indefinito sulla trasformazionedell’UE a 27 membri negli Stati Uniti d’Europa (in una situazione in cui nel Regno Unito siricomincia a parlare seriamente di fuoriuscita da questa Europa a bassa intensità…) e di accelerareinvece con decisione nel dotare l’area dell’euro (quella per cui davvero, e non solo retoricamente,oggi l’Europa rappresenta una ‘comunità di destino’) delle istituzioni rappresentative e di governoeconomico in grado di fungere da embrione di una democrazia federale.
 Per un Paese nellecondizioni dell’Italia, ricongiungere moneta e sovranità democratica è oggi un imperativo siaeconomico che politico: è l’unica via per rimanere nell’euro evitando che i livelli di benessereraggiunti nei decenni scorsi vengano progressivamente erosi dall’intreccio perverso fra gli effettidella crisi e i vincoli insostenibili del Fiscal Compact, ma è anche l’unica strada per restituire potere decisionale e prestigio al processo democratico.
Rendere centrale questo tema nel dibattito pubblico italiano, affermarne la cruciale complessità difronte alle scorciatoie populiste significa ricostruire la funzione di un gruppo dirigente che silegittimi in forza della sua visione storica e della sua autonomia culturale, evitando di rincorrere inmodo subalterno la desolante povertà e la nevrosi quotidiana di un dibattito mediatico in cui la politica rischia di certificare solo la sua definitiva superfluità e irrilevanza. Se il punto è questo, sedavvero il destino della democrazia e dell’economia italiana è affidato al superamento delle politiche di sola austerità e all’evoluzione in senso federale dell’eurozona, bisogna fare di ciò il punto di partenza della nostra iniziativa politica di fronte al Paese e della spiegazione dell’impegnodi governo assieme ai nostri avversari politici della destra.Prima del voto, abbiamo lavorato per mettere definitivamente all’angolo il berlusconismo e per costruire le condizioni di una collaborazione con il centro di Monti, con l’idea che esso avrebbesottratto al PDL la rappresentanza in Italia del popolarismo europeo e avrebbe consentito la nascitadella coalizione europeista possibile nelle specifica situazione italiana. Questo disegno, anche per ladebolezza del progetto politico di Monti, non è riuscito, e, dopo la convulsa fase post-elettorale cisiamo trovati nella necessità di formare la
 groβe Koalition
nella sua versione più indigesta, con unadestra berlusconiana di nuovo in campo e rilegittimatasi agli occhi del popolarismo europeo in forzadi una riconquistata influenza politica. A un po’ di distanza, si inizia a comprendere meglio (ilrisultato delle ultime elezioni amministrative dice anche questo) che aver perseguito condeterminazione l’obiettivo del governo del cambiamento attribuisce al PD presso un’opinione pubblica larga, nonostante la pessima prova data durante l’elezione del Presidente della Repubblica,una riserva di credibilità ben maggiore di quanto appaia nelle rappresentazioni mediatiche correnti oanche nella nostra discussione interna. L’
empasse
e la possibile disarticolazione interna di fronte

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