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ERIODICO DI INFORMAZIONE
ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE A CURA DEL
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OLLEGE OF
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L’uomo ha bisogno di misurare tutto il suo mondo perpoterlo definire nel suo peso, nel suo spessore, nella suaimportanza, e per poterlo facilmente paragonare ad altrioggetti omologhi e compilare le classifiche su tivvu-sorrisiecanzoni. Mi occupo di musica da più di ven-t’anni, ma solo recentemente ho compreso quali sianoi vari gradi di percezione che il pubblico utilizza perdefinire un artista come un genio o squalificarlocome pezzente.Secondo una probabile futura indagine Istat, il96 per cento degli italici - fra cui comprendiamo lamaggior parte dei senatori - misura la statura di unpersonaggio, cantante, attore o musicista che dir sivoglia, in base al successo: quindi Lori Del Santo hapiù spessore di Arnold Schoenberg
(nella foto)
. Da uncerto punto di vista non posso che trovarmi d’accordo,anche se lo spessore cui penso poco inerisce altalento artistico.L’altro parametro è quello della monetizza-zione: se dalla tua occupazione ottieni un gua-dagno hai comunque vinto, il tuo pensiero merita diessere amplificato nel salotto di Raiuno e certamentevarrà di più rispetto a quello del carrozziere da milleeuro al mese. Quasi a riprendere un po’ il concetto calci-stico per il quale chi segna ha sempre ragione. Si tende pur-troppo a confondere l’arte con lo spettacolo, la cultura congli indici di ascolto, una bella canzone con l’estrattoconto Siae, a giudicare la passione di un pianista inbase alla sua notorietà o la qualità di un chitarrista daisalti che fa sul palco.Johann Sebastian Bach ha definito la musica comel’arte che ci permette di non sentire dentro il silenzioche c’è fuori; magari ai suoi tempi sarà stato purevero, ora però là fuori c’è un gran rumore. Coninternet che ha reso possibile la libera e istantanea -ma non sempre proficua - circolazione delle idee,anche le più idiote; con il computer che consente atutti di dire la propria, spesso senza alcuna cognizioneo competenza; con la televisione che crea personaggi deltutto impreparati che la gente si beve; ma questo non è ilbello della democrazia, è il turpe del dilettantismo.D’altronde ancora c’è chi definisce Carla Bruni una donna ingamba, ma se lo fosse stata davvero sarebbe diventata leipresidente di un Paese e non avrebbe dovuto sposarne unoper sedere in un’auto ministeriale; per non parlare poi dicome canta.
PARACADUTARIA
di Giosetta Ciuffa
Giovanni Allevi si è laureato in Filosofia conla tesi «Il vuoto nella Fisica contemporanea»; unsuo omonimo, Giovanni, conosce bene il vuotodi un uomo in un corpo di donna (sempre fisicaè). Lo interpreta un grande
Roberto Herlitzka
in
 Aria
, film che lo stesso regista ValerioD’Annunzio definisce «un lancio senza paraca-dute». È proprio nell’aria che si lancia un paraca-dute, poi si sta in silenzio ad ascoltare suoninaturali e attendere l’impatto con la terra, morbi-do o duro, il confronto tra il sogno - quello fattovolando - e la veglia di chi non dorme mai. (...)
LE MADRI DELLEFIDANZATE
di Romina Ciuffa
Confondiamo Operaed operai tutte le voltein cui trattiamo i musi-cisti come salariati e,ciononostante, li pri-viamo di una dignitàprofessionale.Succede perché lemadri delle fidanzateli considerano «scansafatiche», perché leScuole di musica non sono equiparate alleUniversità alla stregua dell’Accademia di BelleArti (che un impervio percorso ha dovuto com-piere per dare un senso al «pezzo di carta»),perché il sindaco di Roma è anche presidentedel Teatro dell’Opera di Roma, e perché ilFondo Unico dello Spettacolo è gestito sempreda politici che sono i genitori delle fidanzate.Io - quando il ministro dei Beni CulturaliSandro Bondi ha commissariato il Teatro capito-lino e nominato commissario straordinario, nellapatria delle multiple cariche, il sindaco di Roma- nel dubbio ho sentito
Federico Mollicone
. (...)
STEFANOMASTRUZZIEDITORE
   P  e  r   i  o   d   i  c  o   d   i   i  n   f  o  r  m  a  z   i  o  n  e ,  a   t   t  u  a   l   i   t   à  e  c  u   l   t  u  r  a  m  u  s   i  c  a   l  e  a  c  u  r  a   d  e   l   S  a   i  n   t   L  o  u   i  s   C  o   l   l  e  g  e  o   f   M  u  s   i  c
CONTINUA NELLA PAGINA SOUNDTRACKING
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Direttore
ROMINA CIUFFA
Direttore Responsabile
SALVATORE MASTRUZZI
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Romina CIUFFA redazione@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSA alt@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.euCorinna NICOLINI poprock@musicin.eu
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Contributi
Elisa Angelini, Lorenzo BertiniNicola Cirillo, Giosetta CiuffaStefano Cuzzocrea, Cristina D’EramoAlessandra Fabbretti, Gianluca GentileChiara Grimaldi, Adriano MazzolettiPaolo Romano, Eugenio VicedominiLivia ZanichelliAnno III n. 9Primavera 2009Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
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TI SI APRE UN PORTAL
di Adriano Mazzoletti
Pochi sanno - o meglio è ormai dimenticato -che il primo ad utilizzare il clarinetto basso nel jazz moderno è stato un italiano, AurelioCiarallo, clarinettista diplomato a Santa Cecilia.Una sera uscendo dal Conservatorio di Via deiGreci, passando da Via del Corso di fronte alla«Conchiglia» all’epoca sede del Jazz ClubRoma, incuriosito dalla musica che ascoltava inlontananza entrò nell’ultima sala dove si stavasvolgendo una jam session. Colpito da quellamusica che non aveva mai udito prima, abban-donò Mozart per dedicarsi al jazz. (...)
BALLETBALLET
UN PESO E DUE MISURE
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ENNY
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RAVITZ
BEYONDBEYOND
&further
Stefano Mastruzzi
CLASSICA
MENTE
POPCK
pop&rock 
 
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
Music In
Primavera 2009
MICHELPORTAL
Poliedrico, sceglie Brahms eStockhausen, Galliano e Fresu, libera improvvisa-zione ed Ellington. Tutti per uno (uno per tutti).
SESSION VOICES
Cosa succede aproporre un po’di Seeger-Springsteen?Coro femminile e recupero del folk
CAMILLERI-RAVA-RUBINI
Un ellepi fanta-sma, l’uragano alle porte
JJAZZAZZ
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i sono quattro Muse quest’oggi sedutealla tavola rotonda delle Arti. C’è Clio,musa della Storia, incoro-nata d’alloro; c’è Euterpe, musadella Musica, che si accompagnacon il flauto, ghirlande e fiori trai capelli; c’è Calliope, musadell’Eloquenza e della PoesiaEpica con stilo e tavoletta tra lemani, e c’è Melpomene, musadella Tragedia, che sorregge lamaschera tragica ed un pugnaleinsanguinato. Dialogano a bassavoce, hanno il difficile compitodi stabilire in quale modo e attra-verso quali artisti diffondere ipropri talenti.Non impiegano poi molto tempo. Hannodeciso, e la scelta è caduta sul trombettistaEnrico Rava, sullo scrittore Andrea Camilleri esull’attore Sergio Rubini.«Requiem per Chris», in scena all’AuditoriumParco della Musica il 24 aprile, è il risultato diun lavoro corale. Tratto da un soggetto ineditodi Andrea Camilleri, è stato inserito tra i proget-ti curati da Enrico Rava, che ha gestito per que-sta stagione la rassegna Carta Bianca.Alla voce narrante di Rubini, affermato nomedel cinema italiano (pregevole attore-sceneggia-tore-regista non a caso scoperto da Fellini) siaffida la vicenda del trombettista ChrisLamartine, personaggio di fantasia morto suici-da in giovane età nel 1917. Si intrecciano passa-to remoto e passato recente, le origini e la storiadel jazz afro-americano alle vicende della Siciliafascista; si sovrappongono Palermo, Roma e laNew Orleans devastata dall’uragano Katrina.Frammenti sospesi tra tempo e spazio, in bili-co tra la tromba di Enrico Rava e quella di ChrisLamartine.Il trombettista italiano più celebre al mondoche ha collaborato con i grandi del jazz (da Jackde Johnette a Pat Metheny, da JohnAbercrombie a Richard Galliano, a Steve Lacy)con il suo spirito indomito e la sua immediatez-za dà linfa vitale e ritmo all’opera di Camilleri.Tragica, suggestiva e struggente.
Rossella Gaudenzi
Era il 1950. Immediatamente NunzioRotondo gli propose di entrare nel suogruppo e di utilizzare il clarinetto basso strumen-to fino allora assai poco impiegato nel jazz. SoloJelly Roll Morton in
 If Someone WouldLove Me
(1930) aveva previsto una parte scritta per questostrumento eseguita, forse, da Ernie Bullock.Anche Harry Carney con Duke Ellington lo uti-lizzava soprattutto negli assieme orchestrali(
 Mood Indigo
) assai raramente in assolo.La prima volta che il clarinetto basso in sibe-molle venne utilizzato negli Stati Uniti, in unaincisione di jazz moderno, fu nell’aprile 1958quando a Los Angeles Eric Dolphy incise con ilQuintetto di Chico Hamilton.Ben cinque annidopo le incisioni di Rotondo, dove il suono delclarone di Aurelio Ciarallo, si amalgamava per-fettamente, nelle parti arrangiate, a quello dellatromba del leader e del sassofono di GinoMarinacci. Non so se furono le incisioni diCiarallo con Rotondo a destare l’interesse perquesto strumento oppure quelle di Eric Dolphy.Sta di fatto che, quasi contemporaneamente,due musicisti europei - il francese di originebasca Michel Portal e il bergamasco GianluigiTrovesi - si dedicarono a questo strumento.Il settantaquattrenne Portal è da tempo ilsolista di clarinetto basso più ammirato e sti-mato non solo nel mondo della musica improv-visata, ma anche in quellodella musica classica con-temporanea.Nella prima è ben nota lasua attività con musicistieuropei e americani, BernardLubat, Daniel Humair, JohnSurman, Richard Galliano,Paolo Fresu, Jack DeJohnette, Dave Liebman,Howard Johnson, SonnyMurray. Nella seconda è ilprediletto di grandi musicisticontemporanei che lo richie-dono per l’interpretazionedelle loro composizioni.Difensore ad oltranza delfree e dell’incontro musicaleaperto, il suo gusto lo porta verso l’enfatizza-zione, che raggiunge spesso momenti di briocon un trascinante senso del ritmo ed altri digrande tragicità. APortal va anche il merito diaver dato al jazz europeo una sua originalità,avulsa dall’imitazione del jazz originale.È stato uno dei primi, inizialmente con ilNew Phonic Art, basato sulla improvvisazionecollettiva e, nel 1971 con il Michel Portal Unit,ad inserire nel linguaggio jazzistico elementidella cultura musicale europea, colta, masoprattutto popolare. Se vogliamo, Portal nel jazz europeo è stato un caposcuola, ma è soprat-tutto un musicista colto con stile e sonorità stru-mentali assolutamente personali.
 Le Muse scelgono Enrico Rava, Sergio Rubini e Andrea Camilleri per un requiem: il primo losuona, il secondo lo narra, il terzo lo scrive.
È la storia di un suicida, le origini del jazzafro-americano, le vicende della Sicilia fascista.Poi Roma, Palermo e la New Orleansdell’uragano Katrina
Il
recupero della tradizione folk statunitensepare essere operazione in voga nel corsodegli ultimi anni; dopo la nascita dei molti cen-tri di studio e ricerca nati qua e là nella «pan-cia» degli Usa, a partire dalle tante cittadine delTennessee intorno a Nashville (dove sorge il piùgrande museo di musica country e folk naziona-le), giù giù fino alla Louisiana (che è e resta ilbrodo primordiale della musica afroamericanaprima del
big bang
che ha prodotto la fortunata«diaspora» dei musicisti verso le coste e il cen-tro degli Stati Uniti).Con operazione un po’«furbacchiona» macommercialmente lungimirante, come pure èavvezzo, è stato il Boss Springsteen a intuire lepotenzialità di questo recupero e allontanatolosubito da ogni rischio di erudizione e di alam-bicco filologico s’èimpossessato dellamusica di Pete Seeger eha registrato un album(molto bello a dire laverità), con tanti branidi uno dei padri nobilidel folk bianco, riar-rangiati a puntino estratosfericamenteenergici e vitali.Dev’essere questo,forse, il contesto che hamosso Laura Montanarie le sue complici a pro-vare a verificare cosapoteva succedere a pro-porre un po’di Seeger-Springsteen (perchéquanto il secondo abbiamediato nella sensibili-tà delle ragazze è evi-dente) in formatogospel.E così le SessionVoices hanno iniziato acantare brani meravigliosi da
Oh Mary don’t  you wee
p, fino a
 Jacob’s ladder 
e ancora
 John Henry
. E già la contaminazione è servita: corofemminile bianco, recupera la tradizione folkamericana nella forma nera del gospel. E da lì,le sette «voices» hanno iniziato ad arrangiare ecantare un vasto repertorio di musica tradizio-nale spiritual, soul e blues.E la ricetta funziona! Adispetto di una qual-che perplessità con la quale pure avevo approc-ciato l’iniziativa (confesso e abiuro). Funzionaperché le Session Voices trasmettono una caricaed una effervescenza davvero notevoli con leloro performance dal vivo e funziona perchédietro ognuna di loro (ma non trascuriamo l’im-portante apporto della chitarra e della batteria)c’è una brava solista e musicista, capace di farbrillare le canzoni con arrangiamenti solidi ericchi di tessiture intriganti.La tradizione musicale cui il gruppo fa riferi-mento è trattata con grande sensibilità, frutto diautentica passione di conoscenza, e trova riferi-menti sicuri nelle signore in nero del blues e del jazz (da Bessie Smith, ad Ella Fitzgerald fino aCarmen Mac Rae), nei moderni stilemi dei Take6 e anche nelle riletture del Vocalese deiManhattan Transfer.Ma soprattutto è l’entusiasmo contagioso chesanno trasmettere a fare da stella cometa perentrare in contatto con il pianeta delle SV, chefanno della musica popolare, folk in sensopieno e autentico, il luogo eletto per celebrare lamusica e i suoi simboli.Molti i progetti in cantiere e molte le date liveper poterle ascoltare (entrambi disponibili sulloro
myspace
virtuale) e che già le hanno porta-te lo scorso luglio al prestigioso e oramai ultra-decennale
Varese Gospel Fest 
. Insomma, cisono tutte le premesse per dare una buona noti-zia alla musica italiana, mentre può legittima-mente crescere la curiosità per l’avvio di unaproduzione originale di brani che - garantisco-no le SV- è in via di realizzazione.
Paolo Romano
ALAMBICCO
GOSPEL
 Dal Tennessee allontanato ogni rischio di erudizione e di alambicco filologico
(...)
 
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA
di ADRIANO MAZZOLETTI
TI SI APRE UN PORTAL
 
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LE MUSERACCOLTE
 
MARIA PIA DE VITO
Non esiste una voce, ma «le»voci. Non esiste una personalità, ma «le» personalità.
JUDY NIEMACK
Una californiana che è un tributo alla notte, a7 anni cantava nelle chiese, il suo jazz «twists, turns, scats, leapsand bounds» con grazia olimpionica
Music In
Primavera 2009
JAZZJAZZ
& blues
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otremmo definirla Maria Pia la pasionaria, volendo osare e puntare il tutto e per tutto sullasua forte personalità innovatrice, «rivoluzionaria» appunto. La celebre cantante, compositri-ce ed arrangiatrice partenopea che il mondo della musica jazz segue con interesse e stima da oltretrent’anni è una delle perle nostrane che all’estero tanto ci invidiano – il suo nome è stato inseritodalle più celebri firme del giornalismo musicale americano nella prestigiosa categoria
 Beyond Artist 
del
 Down BeatCritics Poll 2001
accanto ad artisti come Caetano Veloso, Joni Mitchell, CesariaEvora…–. Ha iniziato l’attività concertistica a metà anni Settanta come cantante e strumentista,accompagnandosi con percussioni e piano e concentrando l’attenzione sulla musica etnica, in par-ticolar modo mediterranea e balcanica. Poco dopo viene rapita dalla scena jazzistica, collezionan-do collaborazioni importantissime: da Kenny Wheeler a John Taylor; da Joe Zawinul a MichaelBrecker; da Dave Liebman a Steve Turre, a Paolo Fresu, a Giorgio Gaslini, a Rita Marcotulli, percitarne alcuni.La sua ultima opera discografica è
 Dialektos
(per l’etichetta
Parco della Musica/Egea
, 2008),disco nato dall’incontro tra la sua vocalità ricca di sfumature e le note pianistiche dell’inglese HuwWarren: è lo scambio di due menti creative, versatili, fantasiose e raffinate che hanno saputo tro-varsi in un progetto volto a sperimentare le molteplici possibilità della voce insieme ad innovazio-ni pianistiche.La vita artistica di Maria Pia De Vito si scinde tra registrazioni, concerti ed insegnamento. Ladimensione della didattica rappresenta un momento di particolare rilievo, vitale e necessario. Per ilsecondo anno consecutivo Maria Pia tiene presso il
Saint Louis College of Music
un Corso diPerfezionamento di Canto Jazz con cadenza mensile, ogni incontro della durata di oltre sei ore,seguito con altissimo interesse da allievi provenienti dalle regioni più diverse.
Così racconta la propria formazione.
Sono totalmente autodidatta, sul versante jazzistico. Anche se poi non si impara mai del tutto dasoli, quando si è insieme ad altri musicisti. Il pianoforte è stato il mio strumento guida, mi sono cir-condata di libri e libri di piano e armonia; tutto ciò al fine di sviluppare la mia vena compositiva. Napoli, la mia città, è un focolaio di talenti, lì non mancano mai, è stato un ambiente sempre moltostimolante.
Il passaggio da Napoli a Roma avviene quando Maria Pia ha ventisei anni, e già possiedeun’esperienza di insegnamento.
 Avevo ventun anni quando ho iniziato a insegnare tecnica di canto, risiedevo ancora a Napoli. L’insegnamento del canto jazzè arrivato dopo tre o quattroanni. La didattica è stata perme una fonte di lavoro e disostentamento vera e propria. L’insegnamento mi garanti-va da vivere e non solo, mi hadato la possibilità di fare lescelte per ciò che amavo. Dopo una lunga fase di inse-gnamento del canto jazz,ormai in pianta stabile a Roma, è arrivato un momento molto significativo: dal ‘90 ho iniziato a pren-dere parte ai seminari del Nuoro Jazz Festival. Il seminario rappresenta la forma di insegnamento ame più congeniale, entro un contesto importantissimo. Quei dieci giorni annui trascorsi con allievi ealtri musicisti danno vita ad uno scambio, ad un laboratorio creativo.Questa è la mia vena di didatta, l’essere una motivatrice. Mi considero in primis una concertista,e ciò che è per me importante trasmettere è un’esperienza, un metodo. Nessuno mi deve riprodurre,nessuno mi deve somigliare. Non esiste una voce, ma «le» voci, non una personalità, ma «le» perso-nalità… Certamente tutto si impara per imitazione, ma per trovare poi «le proprie cose». Ecco cheallora il mio diventa un lavoro di formazione dell’artista.
C’è stato anche un periodo di assenza dalla didattica; dal ‘95 ha poi smesso di insegnare pri-vatamente, l’incremento dell’attività di concertista le ha imposto delle scelte. Credendo fer-mamente nella necessità di continuità e di costanza per apprendere, ha deciso di lavorare conallievi già indipendenti.
 Accolgo con maggiore entusiasmo le richieste di livello avanzato. Cerco di far misurare gli allievicon l’armonia, con la trascrizione degli assoli. Non creo le fondamenta, ma vado ad operare laddo-ve c’è già un livello intuitivo, psicologico, emotivo. Una volta che si dà per scontato che ci siano A, B, C e D, ossia il «cosa», si passa al «come». Da tutto ciò io traggo un arricchimento pazzesco. Toccare con mano il talento dei miei studenti ècommovente: mi sento utile, ho davvero costruito qualcosa. Incontrarli a distanza di tempo e consta-tare la loro crescita… Ciò che ho dato torna indietro decuplicato.
MARIA PIA DE VITO:LA MOTIVATRICE
 
di Rossella Gaudenzi
Ho
avuto il piacere di incontrare Judy alJazz Institute di Berlino dove è responsa-bile del corso di canto jazz. L’appuntamento eraprevisto nella grande sala d’attesa di questopunto di riferimento per i giovani e aspirantimusicisti tedeschi. In sottofondo note di piano,melodie di sax, una voce lontana che intona laspensierata
 Beautiful Love
. Ecco che arriva:capelli rossi, sorriso smagliante e una bellezzatipica delle vecchie attrici di Hollywood. Unacarriera luminosa e tante le soddisfazioni. Iniziaa girare l’Europa con il gruppo Pipedreams e daquel momento non si è più fermata. Collaboracon David Byrne, George Benson, Lee Konitz,Dave Brubeck, Cedar Walton, Kenny Werner,Joe Lovano, Eddie Gomez, inciso nove dischi,pubblicato metodi di canto.Una voce che racchiude innocenza e universa-lità. Attualmente Judy Niemack vive fra Berlinoe New York dove sta ultimando il suo nuovolibro
 All Kinds of Blues: The Jazz/ Pop vocalist’sguide to improvising
e sta lavorando al suonuovo disco
 In the Sundance
, album che si pre-annuncia fresco ed estivo e che fra le cover con-tiene anche il brano italiano
 Estate
.
Com’è nata la tua passione per il jazz?
Sono arrivata al jazz dopo aver esplorato lamusica classica, il folk e il rock.
Quando hai capito che volevi fare della tuavoce il tuo lavoro?
 All’età di 17 anni. Ho cominciato a studiarecon un insegnante della mia città, Pasadena,California. Si chiamava Primo Lino Puccinelli,era un cantante d’Opera giunto in Americadall’Italia durante la seconda guerra mondiale. Lui mi ha insegnato il metodo del
Belcanto
.Faceva anche del buon vino che ogni tanto mi faceva assaggiare dopo la lezione. È stato uninsegnante favoloso.
So che una delle tue prime esibizioni interna-zionali è stata quella del
 Pisa Jazz Festival…
Si, viaggiavo con un clarinettista free-jazz,Perry Robinson, un chitarrista e un altrovocalist. Il gruppo si chiamava
Pipedreams
. È stata una meravigliosa esperienza, a trattisurreale per me. Non capivo una sola paroladi italiano e mi sentivo come in un film... maho trascorso delle giornate bellissime e lagente era stupenda.
Hai collaborato con David Byrne, GeorgeBenson, Lee Konitz, Eddie Gomez, tanto pernominarne qualcuno. Qual’è statal’esperienza per te più memorabile?
Quando ho cantato con George Benson inFinlandia al
Pori Jazz Festival
. Mentre stavoeseguendo
Moody’s Mood For Love
, George èspuntato all’improvviso sul palco suonando lachitarra e cantando insieme a me. È stato moltodivertente. E poi suonare con Eddie Gomez al basso èsempre emozionante. È un vero maestro di into-nazione, suono e groove. Durante una sessiondi registrazione di
About Time
(Sony Jazz), Eddie si stava preparando per andare via ma iltaxi tardava trenta minuti. Allora mi ha chiesto:«C’è qualcos’altro che vuoi fare?». Mio marito, Jeanfrançois Prins, che ha pro-dotto e suonato la chitarra del disco voleva pro-vare un’altra canzone
Time Remembered
, che Eddie aveva originariamente registrato con Bill Evans. E Eddie: «Certo, proviamola!». Ed eccoche in una sola prova è venuta fuori la versionedefinitiva perfetta!
Come definiresti la tua voce in tre parole?
 Bellezza, colore, espressione. Queste sono lemie priorità.
Qual è il brano che avresti voluto scrivere?
The Cost of Living
di Don Grolnick 
C’è qualche artista con cui ti piacerebbe colla-borare?
Si, ho intenzione di collaborare con GilGoldstein per il mio prossimo progetto a mi pia-cerebbe inoltre lavorare con Til Brönner, CurtisSteiger e Simone Zanchini.
Ti piace solo il jazz o ascolti anche altro? Neltuo disco
 Blue Nights
c’è per esempioun’emozionante versione di
 Blue
di JoniMitchell e fra i tuoi riarrangiamenti compaio-no anche brani di Stevie Wonder, Sting, Beatles e Cindy Lauper…
 Ascolto tantissimi tipi di musica, per esempiocantanti e cantautori come Steely Dan, Bjork,Paul Simon e Jacques Brel. Sono affascinatainoltre dalla musica indiana. Ho un progetto con una cantante classicaindiana di Mumbai, Sangeeta Bandyopadhyay esto inoltre scrivendo i testi di pezzi strumentali dicompositori classici.
Credi che sia cambiata la scena jazz negli ulti-mi anni?
Certo. A causa di internet e della proliferazio-ne delle scuole di jazz c’è una maggiore consa- pevolezza della musica jazz. Perciò ci sono piùmusicisti e più cantanti jazz. Ora abbiamo solobisogno di più pubblico!
Cosa pensi della scena jazz italiana?
Visto che vivo tra Berlino e New York e insegnoogni due settimane in Spagna, non ho una gran-de conoscenza della scena jazz italiana. Però cisono stata spesso e so che c’è una scena jazzmolto forte. Ho inoltre cantato con meravigliosimusicisti come Claudio Fasoli, Dado Moroni eSimone Zanchini. Maria Pia De Vito e RobertaGambarini sono molto diverse ma entrambe dellevocalist eccezionali. Inoltre mi piace molto ascol-tare Enrico Pieranunzi al piano.
Oltre ad essere una vocalist sei ancheun’ottima insegnante. Dove insegni attual-mente?
Sono responsabile del corso di Vocal Jazz al
Jazz Institute
di Berlino e al
MusikeneConservatory
a San Sebastian, Spagna. Mi piacemolto lavorare con i cantanti e aiutarli a trovarela propria strada.
So che da poco dai anche lezioni via internet…
Si, sul mio sito (www.judyniemack.com) è pos-sibile prendere delle audiolezioni da me ad unacifra molto limitata tramite
ArtistShare
, il sitocreato da Maria Schneider. Ci sono lezioni diimprovvisazione e di fraseggio.
Hai scritto anche dei metodi…
Si, ho scritto due metodi:
Hear It and Sing It!Exploring Modal Jazz
(Second Floor Music), unbook/cd molto utile per l’improvvisazione dovegli allievi sono invitati a ripetere frasi e patternscostruiti sui sette modi della scala maggiore.
Vocal Jazz Standards
, (Hal Leonard) è stato rea-lizzato lo scorso anno e riporta le melodie e isolo di dieci fra gli standard jazz più conosciutiche lo studente può imparare ad orecchio e conla trascrizione.
A cosa stai lavorando ora?
Sto ultimando il mio nuovo libro
All Kinds of Blues: The Jazz/ Pop vocalist’s guide to improvi-sing
e mixando il mio prossimo cd,
In theSundance,
che ho registrato a New York lo scor-so anno. Include anche una canzone italianaresa famosa da Chet Baker,
Estate
e riarrangia-menti di
How About You?
,
Summertime
e alcunibrani originali.Sono molto soddisfatta di questo cd. È ricco dienergia positiva ed è molto estivo!
Dove suonerai nei prossimi mesi? Verraianche in Italia?
 Ho alcuni concerti in Germania, Spagna e New York ma non in Italia. Mi piacerebbe davve-ro venirci presto.
JUDY NIEMACKAUDIOLEZIONI DA BERLINO
a cura di Valentina Giosa
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