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Convegno
Una nuova politica culturale dello Stato
Aula Magna del Rettorato 22 aprile 2009
Vittorio Emiliani
Scrittore e giornalista
 Rifare a fondo la macchina dei beni culturali e del paesaggio
La macchina della tutela e insieme della valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici èquella che ha subito negli ultimi decenni gli interventi più radicali e contraddittori, vuoi sul pianodella struttura, vuoi su quello della normativa nazionale.Le leggi Bottai del 1939 (sia pure mutuate dalla solidissima legge sul patrimonio delgiolittiano Rosadi del 1909 e dalla legge Croce del 1922 sulle “bellezze naturali”) sono durate, coni dovuti adeguamenti alla Costituzione del 1948, ben cinquant’anni. Poi è venuto il Testo Unicodel 1999 e cinque anni dopo soltanto il Codice Urbani, rivisto in meglio da Buttiglione, revisionatoin positivo da Rutelli e ora minacciato di depotenziamento (pareri non più vincolanti delleSoprintendenze). Ma, nel contempo, il frettoloso e pasticciato Titolo V della Costituzione haintrodotto altri elementi di confusione, per es. scindendo tutela e valorizzazione (opportunamentericucite dalle misure assunte dal ministro Buttiglione).Parallelamente la struttura del Ministero voluto da Giovanni Spadolini e dedicato ai Beniculturali e ambientali ha subito tutta una serie di riforme e/o controriforme: via i beni ambientali(ma non quelli paesaggistici), dentro la cultura, poi anche il turismo e lo spettacolo. Al posto delclassico e mirato “Ministère de patrimoine” dotato di un “cuore” fortemente tecnico-scientifico, diuna direzione generale snella e di una ammirata, anche se assai poco finanziata, rete diSoprintendenze territoriali di settore, è nato un corpaccione costoso, contraddittorio e pocoefficiente. Al cui interno si muovono logiche differenti quando non divergenti.Il risultato è una “testa” centrale con decine di direttori generali e tanti direttori generaliregionali, quante sono le Regioni a statuto ordinario, i quali hanno finito per svuotare di mezzi, dipoteri e anche di motivazioni le Soprintendenze territoriali.Largamente irrisolto è rimasto, anche dopo il pasticciato avvento del Titolo V, il rapportoStato-Regioni che, secondo l’articolo 9 della Costituzione, doveva armonizzarsi nella“Repubblica” (emendamento Lussu) la quale “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artisticodella Nazione” (si badi bene, “della Nazione”). Linea di forza contraddetta da subito dalla specialeautonomia riservata alla Regione Sicilia, con risultati, alla fine, deprimenti. Come il paesaggiostesso dell’isola ci conferma sempre più.
 
Convegno
Una nuova politica culturale dello Stato
Aula Magna del Rettorato 22 aprile 2009
Su questa macchina, diventata un macchinone lento e tuttavia poco stabile, cadono ipesanti tagli alle risorse ordinarie del Ministero e quindi dei suoi organismi di tutela sul territorio,che da qui al 2011 rischiano di poter svolgere, al più, l’ordinaria amministrazione burocratica eprobabilmente nemmeno quella (nell’ultimo Consiglio Superiore il direttore generale Stefano DeCaro ha parlato di “chiusura di talune sedi”). Al tempo stesso si inserisce nella cabina di comandouna nuova direzione generale alla valorizzazione dell’intero patrimonio, destinata a “far fruttare” inostri beni culturali. Con una pericolosa confusione, a mio avviso fra la “materia prima”(patrimonio storico-artistico e paesaggio) e il suo indotto (turismo, in particolare, turismoculturale). E con una non meno pericolosa gerarchia fra beni che potranno rendere soldi e beni chenon potranno renderne. Fra l’altro, nell’ultimo decennio i visitatori di tutti i nostri Musei sonobalzati da 24 a 35 milioni (i paganti da 11,4 a 16,2 milioni, in buona parte, credo, stranieri) e i loroincassi da 52,7 a 106 milioni di euro (di cui quasi un terzo circa viene dall’archeologia romana).Ma già il 2008 ha portato venti di crisi. Per i soli Musei statali: - 3,8 % di visitatori e - 1,9 % negliintroiti. Il supermanager alla valorizzazione ha sottolineato la necessità di maggiori investimenti edi orari più flessibili, magari serali (di qualche costo anche questi ultimi, penso). Con quali fondi?Per contro il presidente dell’ENIT Matteo Marzotto denuncia il taglio pesantissimo delle sue giàmagre risorse promozionali, le più magre in Europa, mentre le Regioni “vanno ognuna per contoproprio”. Come succede da anni. Risultato, una immagine molto sfuocata del Paese Italia. Ilturismo sì che avrebbe bisogno di manager e di investimenti promozionali “nazionali”.Sulla snervata struttura dei Beni Culturali si abbatte poi il terremoto abruzzese, a pochi annida quello molisano e a undici dal più vasto sisma (dall’area di Assisi a quella di Urbino) umbro-marchigiano. In questi casi si dimostra preziosissima la concentrazione di competenze delleSoprintendenze e degli Istituti centrali, a partire dall’ICR. Che però devono rincorrere gli effettidisastrosi prodotti dalla mancata messa in sicurezza del patrimonio edilizio in generale (appena il18 % risulta a norma) e di quello antico in particolare. Che moltiplica i danni ai centri storici, allechiese, ai conventi, ai palazzi, ai castelli, ecc. Poi, finita la ricostruzione e l’opera spesso mirabile(si veda Assisi o Venzone) di restauro e di recupero, ci si dimentica di tutto.Proposte? Ricostruire un Ministero dei Beni culturali e paesaggistici, in grado di dialogarecon quello del Turismo, senza confusioni concettuali, un Ministero snello, dotato di un “cuore”tecnico-scientifico di prim’ordine e di una rete agile di Soprintendenze territoriali di settore dotatedi poteri chiari ed effettivi, di mezzi e di personale qualificato, valido interfaccia degli Entiregionali e locali. “La Repubblica” insomma di cui parla l’articolo 9 della Costituzione, cercandodi non essere più gli ultimi in Europa per i fondi destinati a queste fondamentali attività di tutela.Soltanto per i restauri Sarkozy ha portato i fondi statali da 300 a 400 milioni di euro, allarga la
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