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Il surriscaldamento del pianeta sarebbealla base della moria di centinaia dispecie di rane e di rospi, in quantoalimenterebbe il diffondersi di unamalattia della pelle che provoca la mortedegli animali.Gli scienziati ritengono di aver trovato laprova che dimostra come ilsurriscaldamento globale stia causando ildiffondersi di una malattia contagiosa chesta eliminando intere popolazioni di anfibi.Il declino drammatico delle 6.000 speciedi anfibi era stato identificato nel 1990 espiegato con la teoria della diffusione diun'infezione devastante della pellecausata da un fungo.Uno studio condotto da una squadrainternazionale di ricercatori ora hacollegato la diffusione di una specie difungo, chiamato Batrachochytriumdendrobatidis, con l'aumento delletemperature tropicali connesse con ilriscaldamento globale. Gli scienziati ritengono che le temperature medie di molte regioni tropicali, che sonoricche di una specie endemica di rane e di rospi, siano diventate perfette per lo sviluppo del fungo.Arturo Sanchez-Azofeifa dell'università di Alberta nel Canada, uno degli autori dello studio, pubblicato dallarivista Nature, sostiene che l'analisi collega strettamente il cambiamento climatico con la moria di molti ranee rospi. "
Con questo aumento della temperatura, il fungo ha potuto aumentare ed eliminare grandi  popolazioni degli anfibi 
", ha detto.La perdita rapida di anfibi - rane, rospi, e salamandre - ha già ridotto di circa un terzo la specie, mentre altrecentinaia sono minacciate.Con conseguenze drammatiche sulla catena alimentare e l'ecosistema nel suo complesso.(12 gennaio 2006)LINKS
 
L'orso bianco, l'ippopotamo e lagazzella del deserto sono entrati a far parte degli animali in via d'estinzione,secondo la lista pubblicata dalla WorldConservation Union (IUCN). Conqueste tre specie diventano 16.119quelle considerate a rischio. L'elencocomprende un terzo degli anfibi e unquarto delle conifere del nostropianeta, anche se le più vicine allascomparsa sono numerose specie diuccelli e mammiferi.Ad oggi sono considerate ufficialmenteestinte 784 specie e 65 sopravvivonosolo in cattività. “
La Lista Rossa del 2006 mostra una chiara tendenza: la perdita di biodiversisul nostro pianeta sta aumentando
”, ha spiegato Achim Steiner, Direttore Generale della World Conservation Union. Lapossibilità di invertire tale tendenza non è da escludere, sostengono gli esperti, perché vi sono stati numerosicasi in cui animali vicini all'estinzione su vaste aree sono stati salvati e il loro numero è tornato a crescere.Ma i tempi a disposizione sono molto stretti.L'orso bianco è diventato il simbolo di una delle cause principali d'estinzione: l'aumento della temperaturaglobale. Il fenomeno sta avendo un impatto disastroso sulle regioni polari: ci si aspetta che entro i prossimi50 anni i ghiacci del Polo Nord si ridurranno di almeno il 50%. Questo comporterà una diminuzione del 30%degli orsi bianchi entro i prossimi 45 anni.Anche in prossimità dei grandi corsi d'acqua, soprattutto africani, numerose specie stanno soffrendopesantemente l'azione dell'uomo sull'ambiente. Il comune ippopotamo, ad esempio, è entrato per la primavolta tra le specie “vulnerabili” (nella Repubblica Democratica del Congo il numero degli esemplari è scesodel 95%) a causa della caccia indiscriminata per la carne e l'avorio dei denti. La gazzella del deserto, chevive nel Sahara, considerata a rischio nel 2004, ha visto una riduzione del numero di elementi dell'80% insoli dieci anni perché viene cacciata dalle popolazioni che vivono ai bordi del deserto. Stando alla WorldConservation Union, entro pochi anni farà la fine di una specie di orice (Oryx dammah) già considerataestinta. La stessa cosa sta accadendo alla gazzella subgutturosa, che vive in Asia e in Medio Oriente, siaper la caccia delle popolazioni locali che per la perdita dell'habitat.Nei mari, sono gli squali e le razze gli animali maggiormente a rischio. Delle 547 specie note infatti, ben il20% sono considerate vicine alla scomparsa. Il 56% delle 252 specie endemiche d'acqua dolce dell'areamediterranea sono a rischio d'estinzione e ben sette sono state classificate come estinte.Ben pochi i casi opposti. Grazie all'azione compiuta in questi anni su molte specie ritenute a rischiod'estinzione, l'aquila dalla coda bianca, ad esempio, che vive in vari Paesi europei, è passata dall'essere unanimale a rischio a dover essere tenuta sotto costante controllo. “
Questo caso e molti altri 
- ha spiegatoSteiner -
dimostrano che con adeguate misure di protezione si può ancora salvare l'ambiente
”.Che cosa stiamo aspettando allora?
 
(Pubblicato suEcplanet07-06-2006)LINKS
 
Da tempo gli scienziati denunciano il fatto che correnti oceaniche e venti scaricano sull'Artico i veleni prodottidall'uomo, contaminando sempre di più un ecosistema dal quale dipendiamo tutti. I primi a pagarne leconseguenze, secondo l'ultimo rapporto del WWF, sono i circa 4 milioni di abitanti e specie animali chevivono al Polo Nord.Un cocktail di veleni colpisce mammiferi e uccelli, compromettendone in modo grave lo stato di salute,l'abilità a resistere in un ambiente estremo, la capacità di riproduzione, lo sviluppo. In particolare, si è rilevatoche l’esposizione alle sostanze chimiche tossiche interferisce con il sistema ormonale e immunitario,modifica i livelli di vitamina A e provoca fragilità della struttura ossea. Ciò vuol dire che a essere alterate sonole principali funzioni vitali: metabolismo, sviluppo, fertilità, determinazione del sesso, funzioni neurologiche,stimoli della fame e della sete, impulsi sessuali.Gli orsi polari, per esempio, al vertice della catena alimentare, risultano gravemente contaminati da sostanzeattualmente in uso negli elettrodomestici, come i ritardanti di fiamma bromurati (Bfr) e i compostiperfluorinati, con conseguenti alterazioni del sistema immunitario, ormonale e diminuzione dello spessoredelle ossa. I beluga, che prediligono acque costiere poco profonde e risalgono le foci dei fiumi, aree adaltissima concentrazione di inquinanti chimici, sono tra le specie artiche più intossicate, tanto che i corpi dialcuni esemplari trovati morti, provenienti dall'estuario del fiume San Lorenzo in Canada, sono stati smaltiticome rifiuti tossici.Per quello che riguarda gli uccelli poi c'è da osservare che molte sostanze chimiche tossiche si concentranonel tessuto adiposo e, al momento della deposizione, passano nelle uova, con la conseguenza chel'embrione già nelle prime fasi di sviluppo è esposto ai contaminanti chimici. L'esposizione alle sostanzechimiche tossiche insieme ai cambiamenti climatici e alla perdita di habitat genera una miscela micidiale chemette a rischio la sopravvivenza stessa delle specie artiche.«
L'Artico sta diventando sempre più una sorta di discarica chimica
», ha commentato Gianfranco Bologna,direttore scientifico del WWF Italia. «
Molti tra i prodotti chimici tossici che usiamo nelle nostre case finiscononell'Artico
». Un momento decisivo, in questo contesto che sta assumendo contorni sempre più allarmanti,sarà quando il Parlamento Europeo, a fine ottobre prossimo, dovrà pronunciarsi su REACH, la normativasulle sostanze chimiche.(Pubblicato suEcplanet25-06-2006)
 LINKS
I reperti geologici dimostrano che ci sono state cinque grandiestinzioni. La più imponente di è verificata durante la transizione dalPermiano al Triassico, più o meno 250 milioni di anni fa; la secondain ordine di importanza è quella che 65 milioni di anni fa ha spazzatovia i dinosauri.Ora gli esseri umani stanno perpetrando una “sesta estinzione”: lespecie stanno scomparendo a un ritmo cento volte, forse addiritturamille volte, superiore a quello naturale. Alcune specie vengonostermiante, ma la maggior parte delle estinzioni non è un risultato
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