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San Gregorio Barbarigo: Più che un vescovo fu un apostolo

San Gregorio Barbarigo: Più che un vescovo fu un apostolo

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Arrivato a Padova non ancora quarantenne, si prodigò con energia infinita nelle visite pastorali, che interpretò come autentiche occasioni di conversione, nella formazione dei sacerdoti, attraverso il potenziamento del seminario, e nella costante cura per l’insegnamento della dottrina cristiana.

Apparso sulla Difesa del popolo, 7 luglio 2013
Arrivato a Padova non ancora quarantenne, si prodigò con energia infinita nelle visite pastorali, che interpretò come autentiche occasioni di conversione, nella formazione dei sacerdoti, attraverso il potenziamento del seminario, e nella costante cura per l’insegnamento della dottrina cristiana.

Apparso sulla Difesa del popolo, 7 luglio 2013

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08/06/2013

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Quando, sul finire
del 1663, lasede di Padova divenne vacanteper la morte di Giorgio I Cor-ner, il cardinale veneziano Pietro Otto-boni — più tardi, dal 1689 al 1691, pa-pa Alessandro VIII — commentò che,date le condizioni in cui la diocesi ver-sava, essa avrebbe avuto bisogno «di unapostolo più che di un vescovo». Non è,questa, l’unica voce critica sulla situa-zione della nostra chiesa nel primo Sei-cento: se è vero che lo slancio dell’im-mediata stagione post-tridentina si erasenza dubbio affievolito e che a pastorisolerti, anche se non di caratura ecce-zionale, come Marco II Corner, che res-se la diocesi per oltre trent’anni, dal1594 al 1625, si erano alternati uominimediocri, quando non moralmente di-scutibili, come Marcantonio Corner (ve-scovo dal 1632 al 1635). Va pure dettoche questi anni non sono ancora statifatti oggetto di un’indagine storica ap-profondita.Papa Alessandro VII Chigi credettedi trovare quell’“apostolo”nell’ancor giovane cardi-nale veneziano GregorioBarbarigo, ch’egli stesso,appena sei anni prima,aveva scelto come vescovodi Bergamo, che conosce-va assai bene da almenovent’anni e che molto sti-mava. Alla notizia che ilpontefice lo stava per pro-muovere alla grande e prestigiosa dio-cesi patavina, egli fece di tutto per op-porvisi. Infine, dopo un lungo travaglio,pervenne a questa risoluzione, che con-fidò al padre: «Se il papa lo vorrà fare,haverò piacere. Se non lo vorrà fare, ha-verò piacere perché sarà la volontà diDio, né io haverò perso niente».Nel 1664, quando divenne vescovodi Padova, il Barbarigo non era ancoraquarantenne (era nato nel 1625), era ve-scovo da sette anni e cardinale da quat-tro. Non era diventato sacerdote miran-do a una carriera ecclesiastica in gradoallora di aprire ai nobili come lui oriz-zonti di facile successo; la sua scelta fuil frutto di un itinerario di ricerca spiri-tuale, condotto nell’intimità della pro-pria coscienza, davanti a Dio: lì com-prese di essere chiamato a far dono del-la sua vita agli altri, senza risparmio. Aifedeli di Bergamo aveva scritto: «Caris-simi, vi aspettate il pastore e noi procu-reremo l’abbiate quale l’attendete...Non ricusiamo la fatica, non schiviamola lotta... E per tutto comprendere in unaparola che tutto abbraccia diciamo: viameremo. Il distintivo del buon pastoreè la carità».Dopo appena due mesi e mezzo dalsuo ingresso in diocesi, il cardinale neiniziò la visita pastorale. Aveva fretta diconoscere il suo gregge, la cui salvezzaconsiderava condizione e garanzia dellasua. Cominciò il lungo iti-nerario nelle oltre trecentoparrocchie il 2 settembre1664, per concluderlo l’11giugno 1697, sette giorniprima della morte: lo ripetéquattro volte e vi fu impe-gnato per 29 anni su 33 diepiscopato padovano, sen-za rilevanti interruzioni.Conduceva la visita perso-nalmente, accompagnato da pochissimicollaboratori; nonostante la scelta dellestagioni più favorevoli, i viaggi celava-no non poche insidie: nella zona setten-trionale per l’asperità delle montagne,con strade ridotte spesso a incerti sen-tieri, nel sud della diocesi per le fre-quenti inondazioni, che talvolta rende-vano indispensabile l’uso di precarieimbarcazioni.Il Barbarigo pensava alla visita co-me a un’occasione di conversione, dirinnovata vita cristiana, di risveglio del-le coscienze. Era preparata da una mis-sione al popolo ed era scandita dalle ce-lebrazioni dei sacramenti,dalla predicazione del ve-scovo, dall’esame e dal-l’insegnamento della dot-trina cristiana cui egli stes-so si dedicava, dalle esor-tazioni al popolo e dai nu-merosi, spesso sfibranti in-contri individuali, in cuiassumeva la funzione diarbitro di contese o di con-fessore. Tutto ciò dona a quei momentiun carattere spiccatamente pastorale,nei quali la ricerca di un rapporto perso-nale con le anime prevale sull’aspettoispettivo e correttivo. D’altra parte, nel-la prima omelia pronunciata a Padova,il cardinale aveva spiegato ai fedeli chenon gli sarebbero pesate «né le visite,né le udienze, né le fatiche pastorali (...)perché non sono queste che aggravanole spalle dei vescovi»; a costituire ungravosissimo carico sarebbe stato benaltro: i peccati commessi nella sua dio-cesi che su di lui sarebbero ricaduti, leanime non salvate di cui avrebbe dovu-to rendere conto a Dio. Questi pensieridel Barbarigo, oltre che una concezioneassai impegnativa del ministero episco-pale, rivelano una certa tendenza alloscrupolo, che si riaffaccerà angosciosanelle ore che ne precedettero la morte,sopraggiunta all’alba del 18 giugno1697.Uno dei testimoni al processo dibeatificazione dichiarò che c’eraun’idea sulla quale il cardinale ritornavasenza esserne mai sazio, quella di «averdotto il clero e il popolo bene ammae-strato». L’idea del Barbarigo, non ge-niale, ma ardita per le fatiche che com-portava e assai feconda per i frutti cheavrebbe prodotto, quella che gli fecescrivere al padre «io vado pensando difarmi degli operai a modo mio» e che fadi lui il ri-fondatore del nostro semina-rio, fu quella d’introdurre nell’istituto,che funzionava a Padova da quasi unsecolo, ma che ospitava i chierici solofino al compimento dei 17 anni, un nuo-vo ordine di alunni, quello ch’egli chia-mò dei “chierici adulti”, per un corso distudi, corrispondenti all’attuale semina-rio maggiore, che li avrebbe accompa-gnati nella vita morale e spirituale finoall’ordinazione, preparandoli diretta-mente al ministero pastorale. L’esecu-zione di questo coraggioso e impegnati-vo progetto domandava peril nuovo istituto una sedenuova; il vescovo la trovònel monastero soppresso diSanta Maria in Vanzo,ch’egli acquistò vendendopersino l’argenteria del suopalazzo.Dall’apertura del nuovoseminario, il 4 novembre1670, nell’edificio dove tut-tora si trova, ex priorato benedettino diSanta Maria in Vanzo, il Barbarigo nonsmise mai di seguirne da vicino la vita,occupandosi personalmente e con gran-de cura della scelta di superiori e pro-fessori, che faceva venire perfino dal-l’estero, dotandolo di una biblioteca epersino di una costosissima tipografia,fornita dei caratteri per le lingue orien-tali (ebraico, siriaco, caldeo, arabo, tur-co e persiano), il cui studio, da parte dialcuni almeno dei suoi chierici, egliconsiderava essenziale sia per compren-dere più a fondo la Sacra scrittura, siaper avere missionari per l’oriente mu-
Dopo appena due mesie mezzo dal suo ingressonella diocesi, il cardinalene iniziò la visitapastorale: aveva frettadi conoscere il suogreggeDall’apertura del nuovoseminario, il 4 novembre1670, il Barbarigonon smise maidi seguirne da vicinola vita occupandosipersonalmentedella scelta dei professori
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Più cheun vescovofuun apostolo
17 - Il Seicento: l’età di san Gregorio Barbarigo
Arrivato a Padova non ancoraquarantenne, si prodigò con energiainfinita nelle visite pastorali,che interpretò come autentiche occasionidi conversione, nella formazionedei sacerdoti, attraverso il potenziamentodel seminario, e nella costante curaper l’insegnamento della dottrina cristiana
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Fu un papa veneziano
ch’era stato vescovo di Padova,Clemente XIII Rezzonico, a proclamare Gregorio Barbarigobeato a 64 anni dalla sua morte, nel 1761, riconoscendo lasua personale devozione per il predecessore sulla cattedrapadovana e intendendo additare ai pastori della chiesa, intempi difficili, un chiaro esempio di virtù. E fu GiovanniXXIII — eletto papa da patriarca di Venezia ma bergama-sco d’origine, proveniente, cioè, dalla prima diocesi rettadal Barbarigo — ad accogliere nel 1960 la preghiera delvescovo di Padova Girolamo Bortignon e dell’intero episco-pato triveneto di procedere alla canonizzazione del beatoGregorio, verso il quale la devozione del pontefice era bennota, direttamente per autorità apostolica, evitando quindil’apertura di un nuovo iter processuale.Papa Roncalli volle dare all’evento una risonanza spe-ciale; evidenziò nel Barbarigo un’eccezionalità di rispostaal vangelo, cioè di carità, che in lui assunse il tratto delbuon pastore, e una singolarità che in lui si espresse inun’altra dimensione fondamenta-le, la “modernità”, cioè nella cor-retta lettura e nell’adeguata inter-pretazione dei caratteri e dei biso-gni della sua epoca. San GregorioBarbarigo — ci ricorda GiovanniXXIII — «non ritorna a noi dal fon-do di epoche dimenticate; ma adoltre tre secoli dalla morte è tutto-ra familiare (...), esemplare e in-coraggiante per tutti, come lo fuper gli ecclesiastici ed i fratelli deltempo suo».
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alleoriginidellafede
LA DIFESA DEL POPOLO
7 LUGLIO 2013
LA SANTITÀ
Da Clemente XIII a papa Roncalli
Giovanni XXIII sottolineòla sua modernità pastorale

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