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operazione militare israeliana
“Piombo Fuso” 
27 dicembre 2008 - 18 gennaio 2009
Numero totale dei morti:Morti tra i civili :Morti tra i bambini :Morti tra le donne:Totale feriti:Bambini feriti:Donne ferite:1.3358944001115.0001.133735
(fonte: dr. Barghouti e
PCHR, Palestinian Centre Human Rights)
STRISCIA DI GAZA
NON C’E PACE SENZA GIUSTIZIA
 
 
2
Dire la verità è denunciare l’Occupazione israeliana
Il recente massacro di Gaza ha riportato alla luce il lungo, sanguinoso conitto israelo-palestinese e la
tragedia del popolo palestinese costretto a vivere in una condizione di assoluta precarietà, di continuaminaccia e di costante insicurezza a causa della pesante occupazione israeliana.I
media
hanno mostrato le macerie della distruzione portata a Gaza dall’operazione militare “Piombofuso”: un paesaggio desolato, sconvolto dalle bombe che cadevano dal cielo, seguendo la bianca scia
del fosforo, un luogo sgurato dove la vita si fermava con l’avanzare dei carri armati; un cumulo di detritie di cenere tra cui correvano donne, bambini, uomini sconvolti dalla paura, bruciando come torce; moltepersone immobili, a terra, coi corpi feriti e mutilati, a anco di fratelli, madri, padri, gli, mariti, mogli,
morti.Ma le parole dell’informazione sembravano voler smorzare la crudezza delle immagini, precisandoche Israele stava reagendo agli attacchi di Hamas, stava cioè difendendo la sua popolazione dal lancio
continuo di missili Kassam sulle sue città al conne con Gaza.
Ancora una volta la smisurata forza distruttiva di Israele passava in secondo piano e l’attacco militarerisuonava come espressione del suo diritto a difendersi da un nemico insidioso che colpisce lapopolazione civile, secondo la logica dl terrorismo.Chi ha osato lasciar parlare le immagini della devastazione e del dolore, è stato accusato di irresponsabilità,di dare un’informazione che fomentava l’odio e offuscava la capacità di ragionare “freddamente” sullecose.
Insomma, bisogna sì informare, ma senza dire che il conitto israelo-palestinese è il conitto tra un
paese occupante (Israele) e una popolazione occupata (i palestinesi), costretta a subire contini furti diterra, a vivere accerchiata dai coloni che distruggono i campi dei contadini e spesso compiono incursioni
devastanti nei villaggi palestinesi, una popolazione assediata dai checkpoint dove le interminabili di
donne, di uomini, di bambini, di vecchi aspettano, ore e ore sotto il sole cocente o al freddo, di passareper poter andare a lavorare i loro poveri campi inariditi dalla mancanza di acqua, la cui distribuzione ècontrollata da Israele , per poter andare a scuola, per potersi recare all’ospedale a ricevere le cure di cuihanno bisogno, per poter andare a trovare un parente.Non si dice che Israele combatte per mantenere lo “status quo” della colonizzazione dellaCisgiordania,che ha frantumato il territorio palestinese , rendendo di fatto impossibile quella continuità necessariaper poter costituire un vero Stato che, altrimenti, non potrà essere altro che un insieme di bantustanisolati, cui il Grande Israele, dispiegato ormai sul 90% dell’antica Palestina, concederà al massimoun’autonomia amministrativa.Non si dice che Israele, tra il 1948 e il 1967, si è preso più del 78% della terra e continua a occupare laparte restante con nuovi insediamenti e l’ampliamento delle colonie esistenti.Non si dice che lo stato di Israele nasce e sviluppa la sua politica di egemonia all’interno di una triplicenegazione:
la negazione dell’esistenza di una comunità araba sulla terra della Palestina storica;
 
il Sionismo infatti perseguiva l’obiettivo di dare una patria agli ebrei della diaspora nella TerraPromessa ai loro padri, partendo da questa premessa: “una terra senza popolo (la Palestina)per un popolo (gli ebrei) senza terra”, come se l’unica comunità degna di essere
chiamata
popolo fosse quella ebraica dispersa nel mondo;
la negazione dell’identità culturale del popolo palestinese:
i palestinesi non sono riconosciuti
 
 
 
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come un popolo con una sua cultura e una sua storia, ma trattati genericamente come
arabi equindi destinati a vivere nei paesi arabi, in particolare in Giordania, che per molti sa
rebbe la
patria naturale dei palestinesi;
 
negazione dell’umanità dei palestinesi:
per molti israeliani, i palestinesi non sarebbero
esseri umani,
ma belve sanguinarie, terroristi, che non hanno alcun rispetto per la vita, nemmeno per la loro, visto
che trasformano i loro corpi in bombe;
perno le donne palestinesi non sa
 
rebbero madri normali perché non soffrirebbero per la morte dei loro gli, li lasciano andare a mo
rire e poi piangono i loro martiri.E’ questa tremenda negazione che permette a Israele di non riconoscere ai palestinesi quei diritti umanie politici che ha preteso per il popolo ebreo.E’ questa tremenda negazione che ha permesso a Israele di svuotare di senso ogni negoziato di pace.
Negoziare la pace infatti non signica fare qualche concessione ai palestinesi, come ad esempio lo
smantellamento di qualche colonia per poi costruirne altre in un’ altra area della Cisgiordania, continuarecioè a mantenere l’occupazione e nello stesso tempo pretendere dai palestinesi un totale asservimento
alle logiche israeliane; signica bensì ripristinare subito il diritto e la legalità e ciò esige:
 
-
la ne dell’occupazione, cioè il ritiro completo dai territori della Cisgiordania,
 
-
il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, diritto che per Israele vale solo per gli ebrei.In questo dossier abbiamo voluto dare spazio a voci diverse, voci che chiedono una pace nella giustizia,
l’unica vera pace che abbia la possibilità di durare; voci che respingono la perversa logica della simmetriache pone sullo stesso piano soggetti imparagonabili; voci che parlano apertamente dell’occupazione,dell’ asimmetria tra un “occupante”, responsabile di inniti soprusi, che dispone di una forza militare
smisurata e di un “occupato” che resiste per cercare di spezzare le catene della sua oppressione.“La mia comunità è cosciente dei risultati violenti dell’occupazione e della povertà e della disperazioneche ne derivano” – dice Yvonne, una “donna in nero” israeliana che si oppone alla politica di sopraffazionedel suo governo, segnando così la sua differenza, la differenza di chi riconosce il dolore e l’enormesofferenza della vittima di oggi, il popolo palestinese.
Di fronte alla misticazione che trasforma la resistenza palestinese in terrorismo, Jeff Halper, membro
del Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi, ha il coraggio di dire che ilproblema fondamentale è l’occupazione e il terrorismo di Stato israeliano, precisando che “il terrorismopalestinese è un sintomo dell’oppressione” e che, senza un orizzonte politico in cui si riconosce il diritto
dei Palestinesi, la resistenza violenta non avrà mai ne.
Di fronte al ritornello sulla sicurezza, che presenta Israele come il paese minacciato e a rischio discomparsa, l’israeliano Uri Avnery, fondatore del blocco per la pace “Gush Shalom”, non esita a dire
che è Israele l’artece della sua insicurezza e a precisare che “l’atto scellerato di chi lancia missili nonpuò essere paragonato alla pianicata aggressione di massa verso la popolazione palestinese”.E poi la voce dei “refusenik”, militari dell’esercito israeliano che si riutano di prestare servizio nei Territori
occupati.E ancora la voce di Nour, una ragazzina di Gaza che ci fa vedere il vero volto della guerra in questa sua
domanda piena di paura: ”Morirò anch’io?”
E lo sgomento di Raed, un palestinese di Nablus, di fronte al silenzio dell’Europa e del mondo, cherichiama l’antica saggezza di un proverbio arabo, ricordando a Israele che “se semini sangue, noncresceranno le rose”.E tante altre voci diverse che denunciano la menzogna e tracciano anche un vero percorso di pace,
basato sulla ne dell’occupazione.
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