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come un popolo con una sua cultura e una sua storia, ma trattati genericamente come
arabi equindi destinati a vivere nei paesi arabi, in particolare in Giordania, che per molti sa
rebbe la
patria naturale dei palestinesi;
•
negazione dell’umanità dei palestinesi:
per molti israeliani, i palestinesi non sarebbero
esseri umani,
ma belve sanguinarie, terroristi, che non hanno alcun rispetto per la vita, nemmeno per la loro, visto
che trasformano i loro corpi in bombe;
perno le donne palestinesi non sa
rebbero madri normali perché non soffrirebbero per la morte dei loro gli, li lasciano andare a mo
rire e poi piangono i loro martiri.E’ questa tremenda negazione che permette a Israele di non riconoscere ai palestinesi quei diritti umanie politici che ha preteso per il popolo ebreo.E’ questa tremenda negazione che ha permesso a Israele di svuotare di senso ogni negoziato di pace.
Negoziare la pace infatti non signica fare qualche concessione ai palestinesi, come ad esempio lo
smantellamento di qualche colonia per poi costruirne altre in un’ altra area della Cisgiordania, continuarecioè a mantenere l’occupazione e nello stesso tempo pretendere dai palestinesi un totale asservimento
alle logiche israeliane; signica bensì ripristinare subito il diritto e la legalità e ciò esige:
-
la ne dell’occupazione, cioè il ritiro completo dai territori della Cisgiordania,
-
il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, diritto che per Israele vale solo per gli ebrei.In questo dossier abbiamo voluto dare spazio a voci diverse, voci che chiedono una pace nella giustizia,
l’unica vera pace che abbia la possibilità di durare; voci che respingono la perversa logica della simmetriache pone sullo stesso piano soggetti imparagonabili; voci che parlano apertamente dell’occupazione,dell’ asimmetria tra un “occupante”, responsabile di inniti soprusi, che dispone di una forza militare
smisurata e di un “occupato” che resiste per cercare di spezzare le catene della sua oppressione.“La mia comunità è cosciente dei risultati violenti dell’occupazione e della povertà e della disperazioneche ne derivano” – dice Yvonne, una “donna in nero” israeliana che si oppone alla politica di sopraffazionedel suo governo, segnando così la sua differenza, la differenza di chi riconosce il dolore e l’enormesofferenza della vittima di oggi, il popolo palestinese.
Di fronte alla misticazione che trasforma la resistenza palestinese in terrorismo, Jeff Halper, membro
del Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi, ha il coraggio di dire che ilproblema fondamentale è l’occupazione e il terrorismo di Stato israeliano, precisando che “il terrorismopalestinese è un sintomo dell’oppressione” e che, senza un orizzonte politico in cui si riconosce il diritto
dei Palestinesi, la resistenza violenta non avrà mai ne.
Di fronte al ritornello sulla sicurezza, che presenta Israele come il paese minacciato e a rischio discomparsa, l’israeliano Uri Avnery, fondatore del blocco per la pace “Gush Shalom”, non esita a dire
che è Israele l’artece della sua insicurezza e a precisare che “l’atto scellerato di chi lancia missili nonpuò essere paragonato alla pianicata aggressione di massa verso la popolazione palestinese”.E poi la voce dei “refusenik”, militari dell’esercito israeliano che si riutano di prestare servizio nei Territori
occupati.E ancora la voce di Nour, una ragazzina di Gaza che ci fa vedere il vero volto della guerra in questa sua
domanda piena di paura: ”Morirò anch’io?”
E lo sgomento di Raed, un palestinese di Nablus, di fronte al silenzio dell’Europa e del mondo, cherichiama l’antica saggezza di un proverbio arabo, ricordando a Israele che “se semini sangue, noncresceranno le rose”.E tante altre voci diverse che denunciano la menzogna e tracciano anche un vero percorso di pace,
basato sulla ne dell’occupazione.
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