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Perché lottare per il Salario Garantito

Perché lottare per il Salario Garantito

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Published by Iskra Area Flegrea
Nella fase di crisi attuale, che continua a perdurare soprattutto nell'Europa Occidentale, e con particolare virulenza in Italia e negli altri paesi cosiddetti PIIGS, assistiamo a tassi di disoccupazione senza precedenti almeno dalla crisi del 1929: va considerato che i tassi di disoccupazione ufficiali pubblicati dall'ISTAT e resi noti dai principali mass media, sono estremamente ritoccati al ribasso attraverso una serie di espedienti, tra cui:
a) vengono considerate “non forze di lavoro” e quindi non computate nel calcolo, tutti coloro che vengono definiti “non più alla ricerca di lavoro”, ovvero non più iscritti al collocamento e non registrati presso le agenzie di lavoro interinale: si tratta di una quota di proletari che presumibilmente ammonta a qualche milione di individui, la maggioranza dei quali (al netto di coloro che scelgono di rimanere a casa a carico dei familiari) sono evidentemente lavoratori a nero o donne che scelgono la “professione” di casalinga a reddito zero;
b) vengono considerati lavoratori a tutti gli effetti le mille figure precarie, le quali oscillano permanentemente tra una condizione di lavoro e una di non lavoro, nonché la massa abnorme di lavoratori in cassa integrazione. È noto come queste figure (Co.Co.Pro., contratti a termine, finte partite IVA, contratti di apprendistato, formazione lavoro, ecc.) costituiscano oramai da anni la percentuale maggioritaria dei nuovi assunti.
Dunque, ogni anno la quota dei lavoratori “garantiti” sul totale degli assunti va progressivamente restringendosi a fronte di un incremento numerico sempre più consistente delle figure cosiddette precarie. Si tratta di un fenomeno consolidatosi in tutti i Paesi a capitalismo avanzato a seguito dell'onda lunga di sconfitte e arretramenti subiti dalla classe operaia occidentale nel corso degli anni '80 e '90, del crollo del cosiddetto “socialismo reale” nell'Est-Europa e della susseguente accelerazione della competizione sul mercato internazionale tra le grandi multinazionali. Tale processo, già in atto, è stato istituzionalizzato dagli stati borghesi con una serie interminabile di leggi e “riforme” del mercato del lavoro: da noi la legge 223/91 sui licenziamenti collettivi (la cosiddetta “mobilità”); l'abolizione della scala mobile introdotta già dal governo Craxi e portata a compimento dal governo del suo delfino Giuliano Amato del 1992 (accordi di luglio) al fine di consentire ai padroni di comprimere i livelli salariali a loro piacimento; il pacchetto Treu del 1997 che ha definitivamente legalizzato la precarietà e il lavoro interinale; la legge Biagi del 2001, ecc.
Nella fase di crisi attuale, che continua a perdurare soprattutto nell'Europa Occidentale, e con particolare virulenza in Italia e negli altri paesi cosiddetti PIIGS, assistiamo a tassi di disoccupazione senza precedenti almeno dalla crisi del 1929: va considerato che i tassi di disoccupazione ufficiali pubblicati dall'ISTAT e resi noti dai principali mass media, sono estremamente ritoccati al ribasso attraverso una serie di espedienti, tra cui:
a) vengono considerate “non forze di lavoro” e quindi non computate nel calcolo, tutti coloro che vengono definiti “non più alla ricerca di lavoro”, ovvero non più iscritti al collocamento e non registrati presso le agenzie di lavoro interinale: si tratta di una quota di proletari che presumibilmente ammonta a qualche milione di individui, la maggioranza dei quali (al netto di coloro che scelgono di rimanere a casa a carico dei familiari) sono evidentemente lavoratori a nero o donne che scelgono la “professione” di casalinga a reddito zero;
b) vengono considerati lavoratori a tutti gli effetti le mille figure precarie, le quali oscillano permanentemente tra una condizione di lavoro e una di non lavoro, nonché la massa abnorme di lavoratori in cassa integrazione. È noto come queste figure (Co.Co.Pro., contratti a termine, finte partite IVA, contratti di apprendistato, formazione lavoro, ecc.) costituiscano oramai da anni la percentuale maggioritaria dei nuovi assunti.
Dunque, ogni anno la quota dei lavoratori “garantiti” sul totale degli assunti va progressivamente restringendosi a fronte di un incremento numerico sempre più consistente delle figure cosiddette precarie. Si tratta di un fenomeno consolidatosi in tutti i Paesi a capitalismo avanzato a seguito dell'onda lunga di sconfitte e arretramenti subiti dalla classe operaia occidentale nel corso degli anni '80 e '90, del crollo del cosiddetto “socialismo reale” nell'Est-Europa e della susseguente accelerazione della competizione sul mercato internazionale tra le grandi multinazionali. Tale processo, già in atto, è stato istituzionalizzato dagli stati borghesi con una serie interminabile di leggi e “riforme” del mercato del lavoro: da noi la legge 223/91 sui licenziamenti collettivi (la cosiddetta “mobilità”); l'abolizione della scala mobile introdotta già dal governo Craxi e portata a compimento dal governo del suo delfino Giuliano Amato del 1992 (accordi di luglio) al fine di consentire ai padroni di comprimere i livelli salariali a loro piacimento; il pacchetto Treu del 1997 che ha definitivamente legalizzato la precarietà e il lavoro interinale; la legge Biagi del 2001, ecc.

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08/04/2013

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- Introduzione – L'epoca che viviamo
Nella fase di crisi attuale, che continua a perdurare soprattutto nell'Europa Occidentale, e con particolarevirulenza in Italia e negli altri paesi cosiddetti PIIGS, assistiamo a tassi di disoccupazione senza precedentialmeno dalla crisi del 1929: va considerato che i tassi di disoccupazione ufficiali pubblicati dall'ISTAT e resinoti dai principali mass media, sono estremamente ritoccati al ribasso attraverso una serie di espedienti, tracui:a) vengono considerate “non forze di lavoro” e quindi non computate nel calcolo, tutti coloro che vengonodefiniti “non più alla ricerca di lavoro”, ovvero non più iscritti al collocamento e non registrati presso le agenziedi lavoro interinale: si tratta di una quota di proletari che presumibilmente ammonta a qualche milione diindividui, la maggioranza dei quali (al netto di coloro che scelgono di rimanere a casa a carico dei familiari)sono evidentemente lavoratori a nero o donne che scelgono la “professione” di casalinga a reddito zero;b) vengono considerati lavoratori a tutti gli effetti le mille figure precarie, le quali oscillano permanentementetra una condizione di lavoro e una di non lavoro, nonché la massa abnorme di lavoratori in cassa integrazione.È noto come queste figure (Co.Co.Pro., contratti a termine, finte partite IVA, contratti di apprendistato,formazione lavoro, ecc.) costituiscano oramai da anni la percentuale maggioritaria dei nuovi assunti.Dunque, ogni anno la quota dei lavoratori “garantiti” sul totale degli assunti va progressivamenterestringendosi a fronte di un incremento numerico sempre più consistente delle figure cosiddette precarie. Sitratta di un fenomeno consolidatosi in tutti i Paesi a capitalismo avanzato a seguito dell'onda lunga di sconfittee arretramenti subiti dalla classe operaia occidentale nel corso degli anni '80 e '90, del crollo del cosiddetto“socialismo reale” nell'Est-Europa e della susseguente accelerazione della competizione sul mercatointernazionale tra le grandi multinazionali. Tale processo, già in atto, è stato istituzionalizzato dagli statiborghesi con una serie interminabile di leggi e “riforme” del mercato del lavoro: da noi
la legge 223/91 suilicenziamenti collettivi
(la cosiddetta “mobilità”);
l'abolizione della scala mobile
introdotta già dal governoCraxi e portata a compimento dal governo del suo delfino Giuliano Amato del 1992 (accordi di luglio) al fine diconsentire ai padroni di comprimere i livelli salariali a loro piacimento;
il pacchetto Treu del 1997
che hadefinitivamente legalizzato la precarietà e il lavoro interinale;
la legge Biagi del 2001
, ecc.La barbarie attuale con la quale si trovano a dover fare i conti milioni di lavoratori dipendenti, di precari e didisoccupati è frutto del lungo processo appena descritto, su cui la crisi attuale ha agito da moltiplicatore e noncerto da fattore scatenante.Lo smantellamento delle cosiddette garanzie, alimentato dal processo di mondializzazione dei mercati, esoprattutto dal sempre maggior peso acquisito sullo scenario mondiale da nuove potenze quali Cina e India,risponde alla necessità da parte del capitale occidentale di reggere la competizione sul “costo del lavoro” conqueste ultime, implementandone, quando possibile, i modelli produttivi fondati su beni di scarsa qualità esoprattutto su salari da fame, quando non è possibile facendo migrare le proprie attività verso le nuove oasidel supersfruttamento (vedi Europa dell'Est) oppure facendo migrare masse enormi di capitali nei lidi “sicuri”della rendita e della speculazione improduttiva (fenomeno quest'ultimo, che è alla base della crisi attuale mache da quest'ultima è stato tutt'altro che arrestato o rallentato).Alla luce di questo quadro è dunque evidente che almeno in Occidente il capitale, per alimentarsi, abbiabisogno di un sempre minor numero di “posti di lavoro” e, a causa di una crisi che si abbatte in primo luogo suilivelli di consumo, è sempre meno sinonimo di produzione di ricchezza in termini e sempre più di precarietà edisoccupazione.Si tratta di un fenomeno che possiamo osservare da decenni, a stento frenato o ritardato da una debole eframmentaria resistenza operaia: un fenomeno che, con buona pace di keynesiani e “regolamentatori” di ognigenere,
è a nostro avviso irreversibile in assenza di una forte e decisa ripresa dello scontro di classe esoprattutto del rilancio di una prospettiva di rovesciamento di questo sistema.
D'altra parte è anche vero, come evidenziava già Marx, che la crescita delle forze produttive e l'aumento dellaproduttività reso possibile dai miglioramenti tecnologici e in ultimo dalla cosiddetta rivoluzione telematicaobbliga il capitale, in ossequio alla sua natura di entità che ha come ultimo fine quello di massimizzare i profitti,ad incrementare lo sfruttamento principalmente attraverso l'estrazione di maggior plusvalore relativo, ovveroda un lato liberandosi nel minor tempo possibile di quella manodopera da esso considerata in eccesso,
 
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dall'altro sfruttando maggiormente i proletari che restano a lavoro, attraverso un allungamento sia dei tempiche dei ritmi. Se non si comprende questo è impossibile comprendere le ragioni profonde che ispirano, soloper fare l'esempio più noto, la filosofia di fondo del piano Marchionne: a Pomigliano mentre si mettono incassa integrazione da anni circa tremila lavoratori tra Fiat e indotto, avviandoli lentamente verso illicenziamento, chi resta sulle linee di montaggio è costretto a ritmi e turni massacranti e a un controllopoliziesco dei livelli di produttività singoli o di squadra. E non è un caso che tale modello venga fatto proprio ininnumerevoli fabbriche della media e grande industria. Infatti, non è che Marchionne abbia inventato chissàcosa: nelle piccole aziende, che le “garanzie” offerte dallo Statuto dei Lavoratori non le hanno mai conosciute,e soprattutto in quell'universo di aziende che sfruttano manodopera precaria e sottopagata come nel quadrosopra descritto, il modello Marchionne è per i lavoratori una triste realtà già da qualche decennio.Se tutto ciò è vero, si tratta per il movimento operaio e proletario di avviare, anche alla luce della serieinterminabile di sconfitte patite negli ultimi tre decenni, una profonda riconsiderazione analitica in base alquadro e alla fase con la quale dobbiamo fare i conti. In un contesto segnato da licenziamenti, chiusure difabbriche e ondate di casse integrazioni, il più grave errore che a nostro avviso possono commettere leavanguardie politiche e sindacali è quello di attestarsi su un livello meramente difensivo. Per questo riteniamooggi arretrata la rivendicazione
sic et simpliciter 
della difesa dei posti di lavoro esistenti: con questo nonintendiamo dire che i compagni non debbano stare in prima fila ovunque si sviluppino lotte sindacali difensiveper difendere qui ed ora le condizioni di vita di chi si trova a dover fare i conti col licenziamento. Diciamo alcontrario che nell'attuale quadro il movimento di classe debba oggi più di prima riappropriarsi di paroled'ordine realmente ricompositive e funzionali a riunificare sotto un unico fronte una classe frammentata in unamiriade di vertenze: un quadro che il capitale conosce bene e che non a caso non solo alimenta, ma usaaltresì a suo piacimento per dividere e contrapporre il fronte di classe, scatenando “guerre tra poveri” traassunti e licenziati, occupati e disoccupati, precari e “garantiti”. La parola d'ordine “difesa dei posti di lavoro”,se, ripetiamo, può anche andar bene su un piano “sindacal-vertenziale” fuori a una fabbrica in cui si licenzia,su un piano politico, ovvero di lotta per il superamento dell'esistente e per un'alternativa di sistema, non solorappresenta una parola d'ordine difensiva e quindi fuorviante, ma soprattutto manca di quell'elementoricompositivo essenziale per una reale ripresa dello scontro di classe nel nostro Paese. Infatti ci chiediamo:cosa avrebbero da difendere i milioni di disoccupati? E cosa avrebbero da guadagnarci quei milioni di precariche un lavoro ce l'hanno ma il più delle volte non gli serve neanche per arrivare alla metà del mese ed èsinonimo di livelli di sfruttamento aberranti? Oppure come nel caso dell'Ilva di Taranto e di tante fabbriche chedevastano l'ambiente e i territori circostanti, condannando ad una morte lenta e atroce i loro stessi operai, leloro famiglie e gli abitanti dei quartieri circostanti, possono mai i comunisti rivendicare il diritto al “lavoro”dunque conformandosi alle richieste di Riva e dei padroni delle fabbriche di morte? Per quanto ci riguarda, suvicende come quest'ultima, noi non esitiamo a prendere posizione a fianco di chi, come ad esempio ilComitato Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto, chiede a gran voce la chiusura delle fabbriche di morterivendicando un lavoro e un salario per vivere e non per morire.È per queste ragioni che riteniamo il diritto a un salario garantito e la lotta per la riduzione generalizzatadell'orario di lavoro nella fase attuale le uniche parole d'ordine realmente ricompositive per l'intera classe. Persalario garantito intendiamo una campagna generale che si articoli su quattro fronti:
- Quattro Fronti
1.Una lotta per il diritto a un salario monetario adeguato al costo della vita per tutti i disoccupati,i precari e i sottoccupati.
Su questa rivendicazione si sono scritti fiumi d'inchiostro, soprattutto in alcuni ambienti della sinistra“tardo-togliattiana”, la quale sostiene che tale rivendicazione finirebbe per contrapporre occupati edisoccupati, farebbe pagare i costi economici del salario garantito ai primi ad esclusivo vantaggio deisecondi o finirebbe per generare una sorta di passività e di appagamento tra i proletari.Sulla prima obiezione ci sentiamo di rispondere che non vi è nulla di più falso, per il semplice motivoche, ammettendo che un giorno un qualsivoglia governo borghese si decidesse a concedere aidisoccupati un salario garantito integrale, non solo verrebbe meno il principale strumento di ricatto cheda duecento anni a questa parte il capitale utilizza per mettere in concorrenza tra loro i proletari
 
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