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Esiste Italia? Gli Italiani Tuareg, di A. Pascale

Esiste Italia? Gli Italiani Tuareg, di A. Pascale

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Articolo racconto di Antonio Pascale pubblicato su Limes 2/2009 Esiste l'Italia? e on line su www.limesonline.com nello speciale Esiste l'Italia?
Articolo racconto di Antonio Pascale pubblicato su Limes 2/2009 Esiste l'Italia? e on line su www.limesonline.com nello speciale Esiste l'Italia?

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Published by: limes, rivista italiana di geopolitica on May 26, 2009
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59 
Abbasso i tuareg! 
di
Antonio 
ASCALE 
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI
D  
A UNA QUINDICINA D’ANNI HO SVILUP- 
 pato una vera predisposizione d’animo verso i meteorologi. Meteopatia, suppongo.Sapere in anticipo come, a seconda del tempo e dei venti, muterà, durante la gior- nata, il mio carattere mi dà una certa sicurezza. E a proposito di meteorologi, tem-  po fa stavo ascoltando Luca Mercalli: che tempo che fa. Mercalli ha l’abitudine di affrontare temi diversi, anche quelli non propriamente legati alla meteorologia. A me, come sopra dichiarato, piacciono i meteorologi, quindi li ascolto con interesse.Quel giorno a Mercalli chiesero cosa ne pensasse del nucleare. Rispose che sì,ora il nucleare è più sicuro rispetto a un tempo, restava però il problema delle sco- rie. Bene, ma, aggiunse: un paese come il nostro che non sa nemmeno gestire i ri-  fiuti può mai gestire le scorie nucleari? Meglio dunque non averlo il nucleare e af-  fidarsi alle cosiddette energie alternative. Ci fu un grande applauso in sala e ri- cordo benissimo che anche io annuii con la testa, come a dire: mi piacciono i meteorologi, dicono cose sensate.Il fatto è che quando Mercalli fece questa dichiarazione, Caserta, Napoli e  provincia erano sotto una coltre di rifiuti. Un giorno sì e un giorno no, ricevevo la telefonata di qualche amico di Caserta. Tutte telefonate di rimprovero, nemmeno tanto larvate. In sostanza dicevano: noi non sappiamo più cosa fare, i rifiuti ci sommergono, tu vivi a Roma, te ne sei andato da Caserta e ora non capisci come noi viviamo. Qui dobbiamo fare qualcosa. Ma cosa? Questa doppia dichiarazione – affermazione più domanda – è uno di quei modi di dire ricorrenti che sento decine e decine di volte. E soprattutto dico centi- naia e centinaia di volte. Ci sono le scorie nucleari e ci sono troppi rifiuti e i poli- tici se ne fregano e la gente pure. Dobbiamo fare qualcosa, ma cosa? Quella notte, scosso dai rimproveri, nemmeno tanto larvati, andando a dor- mire ripensai alle parole di Mercalli: un paese che non riesce a gestire nemmeno i 
Articolo pubblicato su carta su Limes 2/2009 Esiste l'Italia?e on line su www.limesonline.com il 26/05/2009
 
ABBASSO I TUAREG!
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rifiuti come può pensare al nucleare? Meglio dunque ricorrere alle energie alter- native. Ci pensai un po’, finché non mi addormentai ma verso le cinque riaprii gli occhi: ma se fosse il contrario? L’Italia è piena di ottimi tecnici nucleari, di bravi ingegneri, di ottimi scienziati, tanto bravi che sono un tipico prodotto da esportazione, perché mai non potremmo gestire il problema del nucleare? Voglio dire, la dichiarazione di Mercalli e l’applauso della platea, compreso il mio assenso da casa, non erano forse il risultato di questa (malinconica) equa- zione atavica: dobbiamo fare qualcosa, sì ma non c’è niente che possiamo fare? Un paese che non si fida delle proprie potenzialità? Che non ha carattere.Dobbiamo fare qualcosa.Sì, ma cosa? Breve, ma per lo sviluppo della saggia, fondamentale, digressione: alcuni teo- rici della narrazione – narrazione in senso alto – affrontano spesso quello che si chiama: modello in tre atti. Un modello vecchio come il cucco. È stato canonizza- to da Aristotele.Nel primo atto, il protagonista si sceglie o si crea un obiettivo, scoprire la cau- sa delle peste a Tebe, vincere la finale dei mondiali, conquistare la ragazza più bella della scuola eccetera. Nel secondo atto il nostro protagonista fallisce il suo obiettivo, quindi prima rinuncia, scoraggiato, all’azione, poi ci riflette, rivede i suoi errori, passa al contrattacco e nel terzo atto, generalmente, vince. È un mo- dello elementare, una matrice.Ora, i suddetti teorici, nell’esaminare il modello, sottolineano l’importanza del secondo atto, il momento nel quale il protagonista fa i conti con la propria co- scienza, scopre che l’obiettivo dichiarato può essere sollevato su un piano morale, più alto e nobile, solo se, con coraggio e tormentosa autocoscienza, si affrontano i  propri errori. Il secondo atto segna il momento della lotta: qui bisogna fare qual- cosa. E la si fa davvero.Quelle narrazioni dove il secondo atto è carente – nel quale, cioè, la ricerca,l’inquietudine conoscitiva è ridotta a una pura formalità – danno vita a un’arte blanda, carente, consolatoria, poco incisiva. Non è importante che cosa proponi,se vincere la partita, o se prometti un milione di posti di lavoro, se vuoi bonificare una palude, e nemmeno è importante se riesci a raggiungere il tuo obiettivo, quel- lo che importa è la strada che scegli. Il protagonista – e l’artista per lui – attraverso la ricerca che svolge nel secondo atto ci mostra un’inedita soluzione, una strada magari già tracciata ma che avevamo paura a percorrere.Ecco, mi sono chiesto quella notte, alle cinque di mattina: cosa penserebbe un teorico della narrazione se dovesse riassumere il carattere italiano? Probabil- mente arriverebbe alla conclusione che manchiamo di un serio secondo atto. Sia- mo un popolo che ama le grandi dichiarazioni retoriche che colpiscono il nostro cuore e contemporaneamente preferisce risolvere i conflitti a tarallucci e vino.Siamo emotivi, a volte fortemente empatici, basta un’emozione per farci cambiare idea, dunque l’uomo che si mostra forte, capace di parlare in maniera tronfia e diretta al cuore, quell’uomo vince.
 
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI
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Ora, a Napoli, Caserta e provincia, i rifiuti non sono più nelle strade o alme- no non invadono le strade principali. Eppure fino a un anno fa leggevo svariate dichiarazioni di politici, amministratori, esperti che dichiaravano: ci vorranno almeno dieci anni per liberarsi da questi rifiuti. Cosa probabilmente vera. Così,amministratori, politici, esperti discutevano sul da farsi: termovalorizzatori sì op-  pure no, differenziata sì o forse no e via di questo passo. Le questioni sul tavolo erano tante che, pensavo, nemmeno fra dieci anni le risolveremo.Poi Berlusconi ha tolto i rifiuti di mezzo. E ora, non c’è uno, dico un ammi- nistratore, un esperto, un grillino eccetera che si chiede, ma se ci volevano dieci anni per liberarsi da questi rifiuti – cosa probabilmente vera – dove ora sono fini- ti? Si sono volatilizzati? Sono partiti via treno merci per la Germania, sono inter- rati in qualche discarica? La domanda è importante perché, sempre secondo i teorici della narrazione,rappresenta appunto il secondo atto. Dove sono finiti i rifiuti? Sono scomparsi quindi non dobbiamo più preoccuparci, almeno fino alla prossima crisi? E so-  prattutto, ora che la città è libera dobbiamo combattere per la raccolta differen- ziata? Per la costruzione di termovalorizzatori? Oppure saltiamo il passaggio in- termedio, quello analitico, tanto il conflitto per ora è risolto? Siamo un popolo da primo atto che indirizza tutta la propria stupefacente creatività nelle dichiarazioni di intenti e poi, fisiologicamente, avendo consumata molta benzina nel primo atto, rinuncia via via all’analisi che, come si sa, non è affatto creativa, ma è frutto di un costante rigore stilistico, metodologico eccetera.Qui dobbiamo fare qualcosa per migliorare il secondo atto.Ma cosa? 
Cosa consigliano i drammaturghi?
Cautela. Cautela e metodo. Calma, per prima cosa abbassiamo il tono delle nostre dichiarazioni, se partiamo da ipotesi più plausibili, più concrete, poi non ci sembrerà così difficile affrontare il secondo atto. Cerchiamo di conquistarci le emozioni, non di estorcerle con un ricatto emotivo. Non promettiamo miracoli.Possiamo farcela. Abbiamo i migliori scienziati, bravi tecnici, persone abituate a ragionare in termini di costi/benefici. Bilanci, non chiacchiere. Vero, no? Sì, ma come? Siamo un popolo di poeti e santi, poi in ultimo di navigatori. È la nostra natura. Voglio dire, preferiamo i toni accesi. Le dichiarazioni solenni.Almeno così sembra a me. Da una quindicina d’anni, da quando abbiamo detto addio alla nuova repubblica (e da quando soffro di meteopatia), ogni even- to sembra annunciato con squilli di tromba: sta arrivando l’apocalisse, stanno arrivando un milione di posti di lavoro, non ci sono più tasse, siamo in ottima  forma, siamo in profondissima crisi. Siamo sempre al primo atto, il nostro prota- gonista promette di risolvere ogni cosa al più presto, oppure, nell’altra versione, si è già arreso agli eventi indomabili, non gli resta che aspettare la fine del mondo,la catastrofe globale.

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