ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI
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Ora, a Napoli, Caserta e provincia, i rifiuti non sono più nelle strade o alme- no non invadono le strade principali. Eppure fino a un anno fa leggevo svariate dichiarazioni di politici, amministratori, esperti che dichiaravano: ci vorranno almeno dieci anni per liberarsi da questi rifiuti. Cosa probabilmente vera. Così,amministratori, politici, esperti discutevano sul da farsi: termovalorizzatori sì op- pure no, differenziata sì o forse no e via di questo passo. Le questioni sul tavolo erano tante che, pensavo, nemmeno fra dieci anni le risolveremo.Poi Berlusconi ha tolto i rifiuti di mezzo. E ora, non c’è uno, dico un ammi- nistratore, un esperto, un grillino eccetera che si chiede, ma se ci volevano dieci anni per liberarsi da questi rifiuti – cosa probabilmente vera – dove ora sono fini- ti? Si sono volatilizzati? Sono partiti via treno merci per la Germania, sono inter- rati in qualche discarica? La domanda è importante perché, sempre secondo i teorici della narrazione,rappresenta appunto il secondo atto. Dove sono finiti i rifiuti? Sono scomparsi quindi non dobbiamo più preoccuparci, almeno fino alla prossima crisi? E so- prattutto, ora che la città è libera dobbiamo combattere per la raccolta differen- ziata? Per la costruzione di termovalorizzatori? Oppure saltiamo il passaggio in- termedio, quello analitico, tanto il conflitto per ora è risolto? Siamo un popolo da primo atto che indirizza tutta la propria stupefacente creatività nelle dichiarazioni di intenti e poi, fisiologicamente, avendo consumata molta benzina nel primo atto, rinuncia via via all’analisi che, come si sa, non è affatto creativa, ma è frutto di un costante rigore stilistico, metodologico eccetera.Qui dobbiamo fare qualcosa per migliorare il secondo atto.Ma cosa?
Cosa consigliano i drammaturghi?
Cautela. Cautela e metodo. Calma, per prima cosa abbassiamo il tono delle nostre dichiarazioni, se partiamo da ipotesi più plausibili, più concrete, poi non ci sembrerà così difficile affrontare il secondo atto. Cerchiamo di conquistarci le emozioni, non di estorcerle con un ricatto emotivo. Non promettiamo miracoli.Possiamo farcela. Abbiamo i migliori scienziati, bravi tecnici, persone abituate a ragionare in termini di costi/benefici. Bilanci, non chiacchiere. Vero, no? Sì, ma come? Siamo un popolo di poeti e santi, poi in ultimo di navigatori. È la nostra natura. Voglio dire, preferiamo i toni accesi. Le dichiarazioni solenni.Almeno così sembra a me. Da una quindicina d’anni, da quando abbiamo detto addio alla nuova repubblica (e da quando soffro di meteopatia), ogni even- to sembra annunciato con squilli di tromba: sta arrivando l’apocalisse, stanno arrivando un milione di posti di lavoro, non ci sono più tasse, siamo in ottima forma, siamo in profondissima crisi. Siamo sempre al primo atto, il nostro prota- gonista promette di risolvere ogni cosa al più presto, oppure, nell’altra versione, si è già arreso agli eventi indomabili, non gli resta che aspettare la fine del mondo,la catastrofe globale.
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