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L'Altruismo e il Comportamento Umano

L'Altruismo e il Comportamento Umano

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©2009 Neuroscienze.netJournal of Neuroscience, Psychology and Cognitive Science
On-line date: 2009-02-18
L'altruismo e il comportamento umano
di Renzo Remotti 
Keywords:
Darwin, Hamilton, Homo, Trivers, Dendriti, Evoluzionismo
Permalink:
Premessa generale.
 Nel presente scritto si proporrà una sintesi delle principali teorie etologiche in chiave evoluzionistain tema di altruismo e si tenterà di verificare quanto esse siano applicabili alla ricerca intorno leorigini del comportamento altruistico nell'
Homo sapiens 
. Di altruismo umano si sono occupatemolte svariate discipline scientifiche, denominate complessivamente
scienze del comportamento 
.Le principali, oltre all'etologia, sono la fisiologia del sistema nervoso, la psicologia, lapsicoendocrinologia, la psicoanalisi, la so-ciologia, l'antropologia. Tutte hanno contribuito achiarire meglio la natura del comporta-mento umano e tutte secondo la loro prospettiva hannoanalizzato l'altruismo, ma in un recente articolo McAndrew molto opportunamente ha individuato ilsegno distintivo tra l'approccio della psicologia sociale diretto ad indagare intorno alle causeimmediate dell'altruismo e quello proprio dell'etologia umana che, al contrario, tenta di trovare leori-gini psico-biologiche dell'altruismo. In una prospettiva evolutiva, pertanto, l'altruismo è unarelazione, in cui un soggetto, detto
donatore
, nel porre in essere un certo comportamento,subisce una perdita del proprio successo riproduttivo, mentre l'altro, il
ricevente
,avvantaggiandosi dell'azione del donatore, si trova in una situazione tale da avere una maggioreprobabilità di procreare. L'altruismo, tuttavia, rappresenta da sempre un rompicapo per glievoluzioni-sti in generale, ma lo è ancor di più quando le varie teorie proposte per spiegare ilcompor-tamento di varie specie animali in termini di miglioramento della fitness procreativavengo-no applicate per spiegare l'altruismo nell'
Homo sapiens 
. E' ormai pacificamente accettatodalla comunità scientifica che anche il comportamento umano sia il prodotto dell'evoluzione, ma èaltrettanto chiara la peculiare complessità dell'essere umano, dovuta principalmente dal fatto che,a differenza di quanto accade nel-le comunità animali, la trasmissione di informazione di
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generazione in generazione avvie-ne soprattutto per via extragenetica, cioè attraverso la cultura,fenomeno che, sulla base di recenti studi, rimane comunque nell'ambito della teoria evolutiva.Secondo i biologi Sza-thmary e Maynard Smith la nascita della cultura rappresenta unatransizione evolutiva fondamentale esattamente come lo fu il passaggio dalla riproduzioneasessuata a quella sessuale. Gli studi di paleoantropologia confermano questa conclusione. Ilprocesso di ominazio-ne si è sviluppato nell'arco di circa 45 milioni di anni. 2 - 3 milioni di anni fa l'
Austrolopithecus africanus 
sviluppa la cultura materiale. 1,5 - 1,8 milioni di anni fa l'homo habilisinizia a costruire rudimentali strumenti in pietra. L'
homo erectus erga-ster 
(1,6 milioni di anni fa) el'
homo erectus pekinensis 
(600.000 anni fa) usano quotidianamente il fuoco e una prima forma dispiritualità. Con la comparsa dell'
homo presapiens 
120 - 125.000 anni fa e poi dell'
homo sapiens sapiens 
(25.000 - 26.000 anni fa) compare la cultura in senso stretto. Per quanto concernespecificamente l'altruismo è certo che i Neanderthiani, una popo-lazione appartenente allafamiglia dell'
homo sapiens 
, anche se teorie recenti hanno dimostrato che si trattò di una specieumana diversa, mantenendo una morfologia inaltera-ta per 50 milioni di anni in Asia e per 35milioni di anni in Europa, furono i primi esseri a prendersi cura degli individui invalidi all'interno delloro gruppo, a mostrare cioè una forma avanzata di altruismo, ed anche i primi a seppellireintenzionalmente i defunti, pur tuttavia senza manifestare aspetti religiosi.
Da Darwin a Wilson.
 L'evoluzionismo per spiegare l'altruismo ha fin dalle origini sfiorato l'idea, ormai abban-donatadall'etologia moderna, della selezione per gruppi. Lo stesso Darwin pare aderire aquest'impostazione, secondo cui la selezione naturale non potrebbe essere ricondottauni-camente all'individuo o al
fitness 
individuale. Egli scrive: "Indubbiamente molti istinti, assaidifficilmente spiegabili, potrebbero essere addotti in opposi-zione alla teoria della selezionenaturale; si tratta di casi in cui non riusciamo a vedere da dove gli istinti possano aver trattoorigine, di casi di cui non si conoscono le gradazioni intermedie [...] Mi riferisco ai neutri ofemmine sterili delle comunità degli insetti: infatti questi neutri spesse volte so-no molto diversiquanto a istinti e struttura, sia dai maschi e sia dalle femmine feconde, e tuttavia, essendo sterili,non possono propagare il loro tipo. [...] Infatti è dimostrabile che alcuni insetti e altri animaliarticolativi diventano occasionalmente sterili in condizioni naturali; e se questi fossero so-ciali efosse vantaggioso per la comunità avere ogni anno un certo numero di individui atti al lavo-ro, maincapaci di procreare, non vedo perché debba essere tanto difficile per la selezione naturaleriuscire nell'intento." Parrebbe, dunque, che proprio il fondatore dell'evoluzionismo avrebbeintrodotto con-cetti quali
vantaggioso per il gruppo 
o, secondo l'espressione più recente,
bene del gruppo e bene della specie 
. Seguendo, dunque, questo ragionamento si può con-cludere che visono alcuni comportamenti animali che si sviluppano non tanto per aumen-tare il fitnessprocreativo di un singolo membro della comunità, ma piuttosto per un van-taggio, pur sempreriproduttivo, dell'intera comunità. Darwin stesso, però, abbandona que-sto concetto: "Questadifficoltà, sebbene appaia insuperabile, si riduce o, come credo, scompare, quando si ricordi chela selezione può applicarsi alla famiglia, così come all'individuo e può così raggiungere lo scopodesiderato." Il concetto di bene del gruppo venne ripresa da Lorenz nei suoi celebri studisull'aggressività ritualizzata. Secondo l'etologo viennese in queste manifestazioni molto particolarie tipiche di specie, filogeneticamente anche molto distanti, si sono sviluppati dei meccanismiregolatori tali da ridurre al minimo i danni tra i duellanti. Questa circostanza è spiegabile grazie albene della specie. Infatti un comportamento eccessivamente ag-gressivo, porterebbe in breveall'estinzione della specie e quindi rappresenterebbe uno svantaggio evolutivo. Nel 1962 il biologoWynne-Edwards pubblicò uno studio, secondo cui, in determinate circostanze, in molte comunitàdi animali alcuni membri riducono la propria capacità ripro-duttiva, come nel caso degli insettisterili, per offrire un vantaggio al gruppo. L'esempio tipico è il caso di uccelli e molti mammiferi.
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