Incidere,come scrivere,dipingere,scolpire è unmodo di fare i conti con la vita.Il cui senso cisfugge.Ancor più di quello della morte.E la no-stra precisa sensazione di insignificanza,nel pa-rossismo dell’attimo che si trasforma incessan- temente in irrimediabile
passato
,produce que-sta nostra infrenabile universale propensione al-la tristezza.Le opere di Ivo Mosele,incisore divaglia,pittore,oltre che sceneggiatore e regista,risentono di questa specie di
voluttà del-l’amarezza
.In esse si rapprendonosensazioni dure,esuberanze visio-narie,tumulti interiori che si avvi-cendano con metamorfica vigo-ria sulla lastra,tormentata daun’interminabile successionedi
stati
,sulla quale scopriamoi fantasmagorici relitti di unestenuato delirio.Ne scatu-risce un teatro di personag-gi curiosi e incisivi in situa-zioni e correlazioni inattese,sovente di non facile decrit- tazione,naufraghi sopravvis-suti alle burrasche del furorecreativo,pervasi da una sortadi malinconica poesia di fondo,sommesso pianto di sirene (
Lalettera
,
Melanconia,ovvero il Pre-sule errante
),con rare fughe nel-la bellezza pura — in cui l’uo-mo intuisce l’eterno — comein
Vanna
,affascinante ritrattodella moglie,maniera nera del1988.Sul frontespizio del ri-marchevole sitowww.ivomosele.it ci accoglie l’impressionanteintensità de
L’innocente
,magistrale maniera ne-ra del 2002,in cui pulsa portentosa una testa dipecora,con una sardonica rosa in bocca al po-sto del limone che i suoi denti gialli stringeran-no tra poco nel rigore squallido della macelle-ria,straziata da uncini e cordami,il cui occhioumanoide ci rimanda tutto il colpevole orroredi cui l’uomo è accanitamente capace,tronfiodell’incoraggiamento biblico a dominare e sog-giogare un mondo creato… apposta per lui!(Genesi 1,26 - 28) L’imponente corpus dell’o-pera incisa di Mosele,quasi trecento lastre,da- ta dal 1971 e compendia tutte le tecniche inci-
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IVO MOSELE
Catarsi in nero
sorie padroneggiate con inusuale perizia e di-sinvolta eleganza,dai morbidi incarnati in cera-molle dell’accattivante ciclo
Gli amori di Susan-na
alle acqueforti e acquetinte degli
Incidenti
,al-le superbe puntesecche,per raggiungere l’ec-cellenza nella magica alchimia della maniera ne-ra che pochi come lui sanno cavare dalla lastrae che Mosele ha scelto per alcuni dei suoi la-vori più trascinanti,dal vigoroso e spettacolare
Caronte
all’intensità struggente di
L’ultimo
,dallacrudele vanitas de
L’aura serena
al sarcasmo di
Torquemada
.Personaggio dumasiano,scapiglia- to Porthos dal pizzetto affilato,sguardo accesoe intuitivo da basilisco,fissato nello strabiliantedoppio autoritratto di
Ipnosi
,Ivo sa passare inun battibaleno dall’ironia tagliente all’impeto delduello più acceso che tutto travolge e fracassa,arciconvinto della propria ragione.Abile nel di-segno e pur inebriato dalla venustà (
Amore
,
Oda-lisca
),egli non può non essere perseguitato dal-l’ansia della precipitosa labilità del tutto (
Alfao-mega
) oltre che dalla profonda cognizione deldolore (
Incidente n.3
).Ed egli si scopre non me-no reattivo di fronte a stolidità,violenza,spere-quazioni di un’umanità sempre più degradata(
RAI 3:Chi l’ha visto?
),facendosene specchio cri- tico e voce in rivolta affidata alle sue comples-se metafore,senza timori reverenziali,sfidando tabù (
Sceneggiata religiosa
,
La processione
),po- tentati (
Civilitas civilitatis
),soprusi,pur fa-cendo trasparire un manicheismoutopico più consono forse a in-genui entusiasmi adolescenziali(
Compagno Castro
,
Fischia ilvento
) che a quelli di una piùpacata,consapevole matu-rità.Ma,come osserva Lan-dolfi,«
la maledetta vita vivedovunque
».E la vita è mala- ta in sé.E di sé.Ci accomu-na — al di là delle fruste ri-cette politiche — quellaapocalittica disperazioneche fa ritrovare gli uomi-ni.Una specie di splendo-re buio in cui le paure e leansie si saldano in un ab-braccio di salvifica,affine so-lidarietà,trascurando setta-rismi e ideologie,per un mo-mento più inclini al comunesentire.Come in
Coitus in-terruptus
ovvero
il Nulla
,ma-niera nera e puntasecca del’99,grande foglio di pro-rompente espressività evo-cante geniali intuizioni di Bellmer e bruciantiespressioni di Bataille «
Via Lattea,strano squar-cio di sperma astrale e di orina celeste
»,che in-veste in pieno il dilemma cruciale.In una in-controllata inondante esplosione di spermato-zoi tumultuanti,persi in dilaganti fiotti vischiosiche tutto pervadono,sboccia la stupenda “osce-nità”di una vulva dischiusa,tumida di eccitatiumidori,brutalmente privata — ad un solo pas-so dal sublime — del turgore di un pericolosopene febbricitante.Potenziale assassino pro-creatore di moribondi,insidioso perpetuatoredella maledizione divina che ha condannato l’uo-mo alla morte.Per converso,indiretto strumentodella Perfezione del Nulla quando i suoi minac-ciosi succhi vengano provvidenzialmente dispersi — sfidando bibliche ire — sottraendo così alMoloch insaziabile altre vittime umane.L’appa-rente corsa sfrenata del levriero in
R.H.l’avevaquasi capito!
attanagliato da paradossali robusti tiranti metallici descrive l’utopia del libero mo-vimento,ovvero del libero arbitrio che il Roger Heston di E.Lee Masters aveva saggiato conun’imprevista incornata di vacca.Mentre nellostrazio rabbioso degli animali di
Da un groviglioorripilante:la cagna
e di
Vogliamoci bene
! leggia-mo ribellione alle sevizie della vivisezione e allecavie sperimentali — di cui l’uomo è la più im-portante e diretta,pur se ipocritamente negato — oltre che un senso di ferimento,un grido esa-sperato di non sopportazione per sensibilità ol- traggiosamente violate.Di grande suggestioneanche la serie dei
tronchi
,ove lacerti di simboli,frammenti di memorie si abbarbicano su inac-cessibili monoliti.Di volta in volta corrose
brico-le
lagunari,solitarie certezze in abbandono di ac-que,dimora a cui fare ritorno,isola sperduta,tor-re eburnea,babele sospesa,nido svettante,grat- tacielo-bersaglio,torrione dannato,pietrificataarca di Noè,futile sommità di rapinati successi,rifugio di notturno silenzio.In cima al tronco ma-landato di
Non sempre il ricordo è un souvenir
pun- tasecca su plexiglas,incombe un rinocerontepronto alla carica trafitto da un abnorme spilloda balia,mentre da dietro una finestra qualcunoespia la disperazione di un ritorno impossibile.Un ossessivo lavorìo segnico del fusto legnosoeffonde infiniti dettagli in un’estesa morbida gam-ma di neri e di grigi,perdendosi in ghirigori ve-nosi,rugosità,nodi,abrasioni,ventri michelan-gioleschi,ricordi di foglie,fenditure nereggianti,scaturigini di mistero,affioramenti di vulve,ster-minati labirinti per i nostri occhi indagatori e ra-piti.E poi la testa mulinante di un toro.La bestiache gronda furore muco sangue sudore stordi- ta da trafitture uncinate nel volteggiare rossoubriacante,esausta alfine esitante di fronte allalama nascosta che sta per entrarle nel cuore:
Eltoro
(2004),potente bulino di Mosele,ci coin-volge nella solennità cruenta del sacrificio di undio animale invincibile che con perfidia vile l’uo-mo estenua e abbatte per il piacere barbaro diprofanarne la perfezione e la forza,in un col-lettivo laidume di eccitata folla acclamante.
Mé-moires d’aveugles
sostiene J.Derrida,ché «il di-segnatore quando lavora è fondamentalmen- te un cieco».Come Mosele che con impecca-bile tecnica e raffinatezza descrittiva ricrea nel-l’incerta visionarietà del sogno e della memo-ria dolenti stratificazioni di stati intimi,appari-zioni di allucinata bellezza,singolari simbologie,stranianti invenzioni nella speranza di esorciz-zare l’insensatezza del vivere.Per sé.E per noi,ombre di luna,vittime e carnefici insieme delnostro vago avvenire.
Giovanni Serafini
non si può mischiare in maniera appropriata,deposita gore sulla carta e se l’applicate su unfoglio bagnato finite con l’aver uno strano ef-fetto ottico anziché il soggetto che vi eravateprefissi di ottenere.Inoltre,come reagisce lacarta alla sua stesura? In quale modo la sua su-perficie assorbe il pigmento?Molti di noi hanno provato almeno una voltaa dipingere all’acquarello e sanno quale incu-bo sia cercare di controllare l’applicazione sul-la superficie del foglio.Menziono questo per sottolineare il virtuosismo e il controllo che Ta-mer dimostra e ci stupisce con ciò che ottie-ne con i suoi acquarelli.A causa del suo consumato controllo del mez-zo egli riesce a darci continuamente nuoveopere.Le sue immagini sembrano essere pro-dotti con sforzi minimi,ma di fatto sono il ri-sultato di una concentrazione che a noi co-muni mortali non è dato avere.Qualche vol- ta mi immagino Tamer come quegli artigianimedioevali che appesantiti dai loro strumentidi lavoro,pennelli,palette,pigmenti,vaga in so-litudine attraverso la valle del Po a negli spazidella Capraia a dipingere,concentrandosi e cat- turando l’essenza di ciò che egli intende tra-durre in opera d’arte.Gli abili segni,linee,ta-gli,o come volete chiamarli,di Tamer sono lafunzione di una quiescenza.Ha dato origineDe Chirico e la scuola metafisica a una profon-da influenza,sebbene anche rudimentale,co-sì Tamer non include effetti bizzarri e incon-gruenti per instillare un impeto di inquietudi-ne sull’osservatore?Che cos’è,infatti ciò che delle opere di Tamer attira il nostro sguardo? Cosa ci stupisce? Per la maggior parte potrebbero essere le sue in-spiegabili composizioni — come l’ombra delmuro a cui accennavo sopra — e soprattuttocome lui organizza la scena,come
incornicia
ilpunto di vista e come ritaglia lanatura.In qualità di osservatoriprendiamo parte alle sue vedu- te,ma non possiamo capire co-me ci sia arrivato,perché nonpensiamo come lui.L’abilità di Ta-mer è quella di saper cogliere efermare misteriosi frammenti evisioni che la natura offre al no-stro sguardo.In conclusione,Ta-mer è l’artista dell’artista,uno cheè così incredibilmente in simbio-si con il virtuosismo tecnico,manon a tutti i costi.A dispetto delmio pensiero,non credo si sia vi-sta tutta la sua capacità .Sarà in- teressante scoprire cosa ci pro-porrà nei suoi futuri lavori.
Timothy J.Standring
Denver,17
th
July,2005
MARZIO TAMER
Rospo,2004
VITTORIO ZUCCHELLI
L’innocente,2002L’ultimo,2002
Pescatore nel macrocosmo dell’arte,Zucchel-li s’immerge coi suoi pensieri nei circuiti più di-sparati della creatività già consolidata e ormai‘gotha’intoccabile della perfezione.La trasmi-grazione visiva nel microcosmo delle sue rea-lizzazioni assume,il più delle volte,connotatibizzarri estrapolati come concetti indipendentidal loro insieme originario e per questo,or-mai,vivono una vita nuova in ar-monia con lo spazio tridimensio-nale,che li ospita.Protagonista de-gli espedienti figurativi di Zucchel-li è l’uovo,matrice assai densa diconnessioni morfologiche che tan-gono l’essenza primordiale della vi- ta,dalla gestazione uterina,al co-smo dei sentimenti,al vaso alche-mico contenitore sapienziale.Lospettatore potrà captare le emo-zioni che più lo riguardano da vi-cino,ma di certo nei suoi intentinon sussistono simili profonditàideologiche,almeno apparente-mente.L’artista si è divertito a trar-re dalla ‘perfezione’antica un ele-mento,l’uovo,facendolo muovere in uno spa-zio ri-costruito.Zucchelli è artista burlone cheprivilegia l’
ego
dell’
io bambino
col quale riescead essere un gran comunicatore che attentaalla quiete mentale di chi osserva.Si attendela crescita...se mai avverrà!
Antonio D’Amico
Uovo Gulliver,2006
18
e colombe viola escono come ricordidai vecchi muri raggrinziti e scuri
Julio Herrera y Reissig
Non sempre il ricordo è un souvenir,2003
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