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Reduce dal succes-so-scandalo della sua
Porno queen
,versio-ne erotica della regi-na Elisabetta,appar-sa con grande cla-more su tutti i gior-nali europei,dopo lasua esposizione allaFiera di Madrid,Pao-lo Schmidlin continuaa stupirci ed inquie- tarci con le sue sor-prendenti creazionidi bronzo e terra-cotta.L’ultima uscitadal suo laboratorio è
Roipnol Pippi
,vale a dire una versione adul- ta e psicotica della nota bambina giramon-do Pippi Calzelunghe.Le trecce rosse in-corniciano ancora il suo volto,che però nonha più nulla della gioia e della spensieratez-za della bimba svedese,al contrario la pelle
gione d’origine che spesso non ce l’ha,è natoa Schio,in Veneto.«
Quanti anni ha? ne dimostra 19!
» mi risponde38.«
Come si sente non appena ha terminatoun’opera? 
» La soddisfazione dura circa 10 o 15minuti,poi è già nell’opera successiva.La visio-ne artistica non smette,m’informa.Abbiamo coperto gran parte del nostro per-corso,siamo arrivati al ristorante e sta par-cheggiando sul marciapiede,nel tipico stile mi-lanese,penso.La nostra conversa-zione continua per tutto il pranzo epoi ancora al rientro verso il mio al-bergo.Pensai che avevo allacciato unrapporto con un artista vivente,disolito tratto con artisti morti,comemi rammenta sempre la mia famigliae questo mi ha dato l’opportunità diavere una chiave verbale a confermadi alcuni pensieri ai quali aveva ri-sposto attraverso la sua pittura.Guardando la pittura di Tamer i pen-sieri vanno a Wyeth,ai pittori olan-desi e ai seguaci di van Eyck.Infatti,sono stati i suoi lavori eseguiti a tem-pera che mi hanno attratto così for- temente.È importante sapere i limiti tecnici della tempera,per farci capi-re le sfide che deve affrontare quan-do dipinge.Come ogni pittore cheusa la tempera egli è costretto a mi-schiare il pigmento in acqua distilla- ta e tuorlo d’uovo.La sua applica-zione è molto impegnativa.Potrestediventare matti se foste costretti a tali minuscoli e infiniti colpi di pen-nello.La spessa viscosità della pittu-ra,prevede innumerevoli applicazio-ni e generalmente l’effetto finale ri-sulta come una miriade di segni,siadisegnati sia dipinti,con un pennellomolto fine e dalla punta appuntita.
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     2     0     D     A     N     G     E     L     O     0     6
Fondatore Giacomo Lodetti / Direttore Giorgio Lodetti / Direttore Artistico Roberto Plevano / Progetto Grafico Franco ColnaghiAnno VI,N.21 • Aprile-Giugno 2007• Galleria Vittorio Emanuele II,12 - 20121 Milano • e-mail:giorgio.lodetti
 @
libreriabocca.com
MARZIO TAMER
Inspiegabile
Ho ordinato la prima opera di Marzio Tamer,via posta,nel maggio del 2000 quando rice-vetti il catalogo della sua mostra presso laMatthisensen Fine Arts,di Londra.Allora con- tattai la galleria e solo pochi lavori,nella fasciadi prezzo a me accessibile,erano ancora di-sponibili,e per la verità,penso che non sia maistato tanto desideroso di possedere un’operané tantomeno in maniera così urgente ed ir-razionale.In ogni caso selezionai
Ombra Cre-scente
,una tempera su carta,di piccole di-mensioni.Ora è montata in una cornice in me- tallo in stile Whistler,in casa nostra e posso os-servarla quotidianamente.Alla maggior partedelle persone che la guardano l’opera sembraconfusamente astratta,mentre ai miei occhiappare come un incredibile sforzo esecutivononostante Tamer abbia deliberatamente scel- to di illustrare una ordinaria composizione del-la natura.La sua sfida,riuscita,è stata quella dimettere in risalto l’ombra (di qualcosa che staal di fuori della composizione del dipinto) checopra gran parte dell’area in basso,fino ad ar-rivare all’angolo inferiore delle pietre del mu-retto,attraversando tutto il primo piano,man- tenendo credibile la veridicità della strada chesi sviluppa fino all’angolo superiore sinistro.Egliha colto la luminosità,l’atmosfera,i fili d’erba,il tutto in una piccola veduta orizzontale man- tenendo equilibrio nella composizione.Nelle passeggiate in campagna sono usuali lecomposizioni scelte da Tamer,ma non le regi-striamo fino a quando non cerchiamo di re-plicarle attraverso la sua visione del mondo,efacendolo,lentamente ci caliamo iniziando avederle diversamente.Sono pochi gli artisti checome lui sviluppano una composizione ripre-sa da un punto di vista così rasoterra.Dal pen-nello di Tamer questo succede facendolo ap-parire senza sforzo e forse questo accade per-ché lui ha l’abilità di trovare un equilibrio fra laricerca di credibilità delle cose unitamente al-la percezione di come le sentiamo,infonden-do loro una sorta di poesia.In altre parole,Ta-mer è molto di più che un pittore del realismo,e a questo riguardo,palesa l’eredità di Ruskinche ci ha insegnato che il miglior paesaggio di-pinto è quello in cui i problemi costituiti dalprodotto dipinto finale sono i medesimi pro-blemi che la natura stessa ci presenta.Artistiche non devono inventarsi falsi problemi arti-stici da risolvere:perché i reali problemi arti-stici sono quelli che ci stanno di fronte se sap-piamo come osservarli e questo è quello cheTamer fa nei suoi piccoli bozzetti e facendolo,comunicando la sostanza di qualcosa che al- trimenti sarebbe congedato o trascurato.Nel 2004 incontrai Tamer alla galleria Salamon,ci stringemmo la mano e andammo,con la suaauto,per conto nostro,fino al ristorante ai Bi-nari per il pranzo:«
pensai,parla l’italiano tantoin fretta quanto la velocità con cui guida,ma suv-via,abbiamo un sacco di cose da dirci
».Vi rias-sumo brevemente parte della mia intervista:«
Perché ha un approccio alla pittura di tipoWyethiano
?»,mi rispose che aveva visto la mo-stra delle opere degli americani nel 1988 a Mi-lano e venne abbagliato dalla potenza del lo-ro fascino.«
Percorso artistico? Non posso credere che siaun autodidatta!
».«
Carriera? Oh,mi stupii quando mi disse che ini- ziò come illustratore per letteratura per bambini,poi vinse un premio per il dipinto di un ritrattod’animale nel 1988 e da quel momento non pre-se un pennello fino a diversi anni dopo
».Per unnord-americano curioso,(che si sente italianoe mia moglie lo dice a tutti),gli chiesi:«
perchémanca la vocale alla fine del cognome? 
» Nonsuona italiano! mi disse,che è a causa della re-
17
Die Baum,2004
PAOLO SCHMIDLIN
Il sentimentodel contrario
è tirata,le borse sotto gli occhi accentuanolo sguardo spento,di chi,per la paura di in-vecchiare ed abbandonare definitiva-mente i giochi dell’infanzia ha preferi- to farla finita,o almeno provarci,fi-nendo così in una cella di un ospe-dale psichiatrico.L’inesorabile scorre-re del tempo ed il timore di vederesul corpo i segni indelebili del suopassaggio è uno dei temi chia-ve dell’opera dello scultore mi-lanese,da sempre attratto dal-la vecchiaia,rappresentata in tutta la sua veridicità e cru-dezza,quasi in un disperato tentativo di esorcizzare l’an-sia del suo arrivo.Guardan-do le sue sculture,realiz-zate con grande maestriae perizia tecnica,sem-bra di vedere la «
vec-chia signora
» pirandel-liana,«
coi capelli ritinti,tutti unti non si sa di quale orribile manteca, goffamente imbellettata e parata di abiti gio-vanili
»,che agghindata «
così come un pap-pagallo pietosamente s’inganna
» di riuscire,nascondendo «
rughe e canizie,a trattenere asé l’amore del marito molto più giovane dile
i» e guarda con aria sprezzante,co-me nel caso dell’
Invidia
,le donne an-cora giovani e belle,pericolose ri-vali in quella competizione,tipica-mente femminile,che vede ognidonna lottare strenuamente,an-che a costo di apparire ridicola,per non perdere il proprio po-sto sulla scena.Questo è ancora più evi-dente per le attrici del gran-de schermo,non tanto quel-le odierne,che sembranorisolvere qualsiasi proble-ma,con un intervento chi-rurgico che permetta lo-ro di conservare la pro-pria bellezza,quanto al-le dive del passato,del-le quali Schmidlin è ungrande conoscitore.Da Joan Crawford a Bet- te Davis lo scultore sceglie di ritrarre le star del cinema hollywoodiano nelmomento del declino,quan-do la freschezza della gio-ventù ha già abbandonato iloro visi.La Davis viene im-mortalata nei panni dell’exbambina prodigio di
Che fineha fatto Baby Jane? 
con il vol- to rugoso dal trucco pesan- te,e le mani dalle pelle rag-grinzita,che stringono unavecchia bambola,retag-gio dei lontani momen- ti di gloria.Lo sguardoè fiero,altezzoso,nelquale si palesa la di-mensione folle edisperata di chicontinua ad in-seguire un tempo or-mai passato.
BarbaraFrigerio
Bisogna riconoscere il merito di Tamer di sa-per ottenere questi risultati attraverso l’usometicoloso di questo procedimento.ComeWyeth,anche Tamer usa l’acquarello,che con-sidero un’altra tecnica impossibile,per quantoè sfuggevole.Spesso il pigmento seccandosi vi-ra di colore,rispetto a come appare da ba-gnato.Si spande e sbava in tutte le direzioni,
Continua a pagina 18
Invidia,2003Roipnol Pippi,2007Baby Jane,2002
 
Incidere,come scrivere,dipingere,scolpire è unmodo di fare i conti con la vita.Il cui senso cisfugge.Ancor più di quello della morte.E la no-stra precisa sensazione di insignificanza,nel pa-rossismo dell’attimo che si trasforma incessan- temente in irrimediabile
passato
,produce que-sta nostra infrenabile universale propensione al-la tristezza.Le opere di Ivo Mosele,incisore divaglia,pittore,oltre che sceneggiatore e regista,risentono di questa specie di
voluttà del-l’amarezza
.In esse si rapprendonosensazioni dure,esuberanze visio-narie,tumulti interiori che si avvi-cendano con metamorfica vigo-ria sulla lastra,tormentata daun’interminabile successionedi
stati
,sulla quale scopriamoi fantasmagorici relitti di unestenuato delirio.Ne scatu-risce un teatro di personag-gi curiosi e incisivi in situa-zioni e correlazioni inattese,sovente di non facile decrit- tazione,naufraghi sopravvis-suti alle burrasche del furorecreativo,pervasi da una sortadi malinconica poesia di fondo,sommesso pianto di sirene (
Lalettera
,
 Melanconia,ovvero il Pre-sule errante
),con rare fughe nel-la bellezza pura — in cui l’uo-mo intuisce l’eterno — comein
Vanna
,affascinante ritrattodella moglie,maniera nera del1988.Sul frontespizio del ri-marchevole sitowww.ivomosele.it ci accoglie l’impressionanteintensità de
L’innocente
,magistrale maniera ne-ra del 2002,in cui pulsa portentosa una testa dipecora,con una sardonica rosa in bocca al po-sto del limone che i suoi denti gialli stringeran-no tra poco nel rigore squallido della macelle-ria,straziata da uncini e cordami,il cui occhioumanoide ci rimanda tutto il colpevole orroredi cui l’uomo è accanitamente capace,tronfiodell’incoraggiamento biblico a dominare e sog-giogare un mondo creato… apposta per lui!(Genesi 1,26 - 28) L’imponente corpus dell’o-pera incisa di Mosele,quasi trecento lastre,da- ta dal 1971 e compendia tutte le tecniche inci-
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IVO MOSELE
Catarsi in nero
sorie padroneggiate con inusuale perizia e di-sinvolta eleganza,dai morbidi incarnati in cera-molle dell’accattivante ciclo
Gli amori di Susan-na
alle acqueforti e acquetinte degli
Incidenti
,al-le superbe puntesecche,per raggiungere l’ec-cellenza nella magica alchimia della maniera ne-ra che pochi come lui sanno cavare dalla lastrae che Mosele ha scelto per alcuni dei suoi la-vori più trascinanti,dal vigoroso e spettacolare
Caronte
all’intensità struggente di
L’ultimo
,dallacrudele vanitas de
L’aura serena
al sarcasmo di
Torquemada
.Personaggio dumasiano,scapiglia- to Porthos dal pizzetto affilato,sguardo accesoe intuitivo da basilisco,fissato nello strabiliantedoppio autoritratto di
Ipnosi
,Ivo sa passare inun battibaleno dall’ironia tagliente all’impeto delduello più acceso che tutto travolge e fracassa,arciconvinto della propria ragione.Abile nel di-segno e pur inebriato dalla venustà (
 Amore
,
Oda-lisca
),egli non può non essere perseguitato dal-l’ansia della precipitosa labilità del tutto (
 Alfao-mega
) oltre che dalla profonda cognizione deldolore (
Incidente n.3
).Ed egli si scopre non me-no reattivo di fronte a stolidità,violenza,spere-quazioni di un’umanità sempre più degradata(
RAI 3:Chi l’ha visto? 
),facendosene specchio cri- tico e voce in rivolta affidata alle sue comples-se metafore,senza timori reverenziali,sfidando tabù (
Sceneggiata religiosa
,
La processione
),po- tentati (
Civilitas civilitatis
),soprusi,pur fa-cendo trasparire un manicheismoutopico più consono forse a in-genui entusiasmi adolescenziali(
Compagno Castro
,
Fischia ilvento
) che a quelli di una piùpacata,consapevole matu-rità.Ma,come osserva Lan-dolfi,«
la maledetta vita vivedovunque
».E la vita è mala- ta in sé.E di sé.Ci accomu-na — al di là delle fruste ri-cette politiche — quellaapocalittica disperazioneche fa ritrovare gli uomi-ni.Una specie di splendo-re buio in cui le paure e leansie si saldano in un ab-braccio di salvifica,affine so-lidarietà,trascurando setta-rismi e ideologie,per un mo-mento più inclini al comunesentire.Come in
Coitus in-terruptus
ovvero
il Nulla
,ma-niera nera e puntasecca del’99,grande foglio di pro-rompente espressività evo-cante geniali intuizioni di Bellmer e bruciantiespressioni di Bataille «
Via Lattea,strano squar-cio di sperma astrale e di orina celeste
»,che in-veste in pieno il dilemma cruciale.In una in-controllata inondante esplosione di spermato-zoi tumultuanti,persi in dilaganti fiotti vischiosiche tutto pervadono,sboccia la stupenda “osce-nità”di una vulva dischiusa,tumida di eccitatiumidori,brutalmente privata — ad un solo pas-so dal sublime — del turgore di un pericolosopene febbricitante.Potenziale assassino pro-creatore di moribondi,insidioso perpetuatoredella maledizione divina che ha condannato l’uo-mo alla morte.Per converso,indiretto strumentodella Perfezione del Nulla quando i suoi minac-ciosi succhi vengano provvidenzialmente dispersi — sfidando bibliche ire — sottraendo così alMoloch insaziabile altre vittime umane.L’appa-rente corsa sfrenata del levriero in
R.H.l’avevaquasi capito!
attanagliato da paradossali robusti tiranti metallici descrive l’utopia del libero mo-vimento,ovvero del libero arbitrio che il Roger Heston di E.Lee Masters aveva saggiato conun’imprevista incornata di vacca.Mentre nellostrazio rabbioso degli animali di
Da un groviglioorripilante:la cagna
e di
Vogliamoci bene
! leggia-mo ribellione alle sevizie della vivisezione e allecavie sperimentali — di cui l’uomo è la più im-portante e diretta,pur se ipocritamente negato — oltre che un senso di ferimento,un grido esa-sperato di non sopportazione per sensibilità ol- traggiosamente violate.Di grande suggestioneanche la serie dei
tronchi
,ove lacerti di simboli,frammenti di memorie si abbarbicano su inac-cessibili monoliti.Di volta in volta corrose
brico-le
lagunari,solitarie certezze in abbandono di ac-que,dimora a cui fare ritorno,isola sperduta,tor-re eburnea,babele sospesa,nido svettante,grat- tacielo-bersaglio,torrione dannato,pietrificataarca di Noè,futile sommità di rapinati successi,rifugio di notturno silenzio.In cima al tronco ma-landato di
Non sempre il ricordo è un souvenir 
pun- tasecca su plexiglas,incombe un rinocerontepronto alla carica trafitto da un abnorme spilloda balia,mentre da dietro una finestra qualcunoespia la disperazione di un ritorno impossibile.Un ossessivo lavorìo segnico del fusto legnosoeffonde infiniti dettagli in un’estesa morbida gam-ma di neri e di grigi,perdendosi in ghirigori ve-nosi,rugosità,nodi,abrasioni,ventri michelan-gioleschi,ricordi di foglie,fenditure nereggianti,scaturigini di mistero,affioramenti di vulve,ster-minati labirinti per i nostri occhi indagatori e ra-piti.E poi la testa mulinante di un toro.La bestiache gronda furore muco sangue sudore stordi- ta da trafitture uncinate nel volteggiare rossoubriacante,esausta alfine esitante di fronte allalama nascosta che sta per entrarle nel cuore:
Eltoro
(2004),potente bulino di Mosele,ci coin-volge nella solennità cruenta del sacrificio di undio animale invincibile che con perfidia vile l’uo-mo estenua e abbatte per il piacere barbaro diprofanarne la perfezione e la forza,in un col-lettivo laidume di eccitata folla acclamante.
 Mé-moires d’aveugles
sostiene J.Derrida,ché «il di-segnatore quando lavora è fondamentalmen- te un cieco».Come Mosele che con impecca-bile tecnica e raffinatezza descrittiva ricrea nel-l’incerta visionarietà del sogno e della memo-ria dolenti stratificazioni di stati intimi,appari-zioni di allucinata bellezza,singolari simbologie,stranianti invenzioni nella speranza di esorciz-zare l’insensatezza del vivere.Per sé.E per noi,ombre di luna,vittime e carnefici insieme delnostro vago avvenire.
Giovanni Serafini
non si può mischiare in maniera appropriata,deposita gore sulla carta e se l’applicate su unfoglio bagnato finite con l’aver uno strano ef-fetto ottico anziché il soggetto che vi eravateprefissi di ottenere.Inoltre,come reagisce lacarta alla sua stesura? In quale modo la sua su-perficie assorbe il pigmento?Molti di noi hanno provato almeno una voltaa dipingere all’acquarello e sanno quale incu-bo sia cercare di controllare l’applicazione sul-la superficie del foglio.Menziono questo per sottolineare il virtuosismo e il controllo che Ta-mer dimostra e ci stupisce con ciò che ottie-ne con i suoi acquarelli.A causa del suo consumato controllo del mez-zo egli riesce a darci continuamente nuoveopere.Le sue immagini sembrano essere pro-dotti con sforzi minimi,ma di fatto sono il ri-sultato di una concentrazione che a noi co-muni mortali non è dato avere.Qualche vol- ta mi immagino Tamer come quegli artigianimedioevali che appesantiti dai loro strumentidi lavoro,pennelli,palette,pigmenti,vaga in so-litudine attraverso la valle del Po a negli spazidella Capraia a dipingere,concentrandosi e cat- turando l’essenza di ciò che egli intende tra-durre in opera d’arte.Gli abili segni,linee,ta-gli,o come volete chiamarli,di Tamer sono lafunzione di una quiescenza.Ha dato origineDe Chirico e la scuola metafisica a una profon-da influenza,sebbene anche rudimentale,co-sì Tamer non include effetti bizzarri e incon-gruenti per instillare un impeto di inquietudi-ne sull’osservatore?Che cos’è,infatti ciò che delle opere di Tamer attira il nostro sguardo? Cosa ci stupisce? Per la maggior parte potrebbero essere le sue in-spiegabili composizioni — come l’ombra delmuro a cui accennavo sopra — e soprattuttocome lui organizza la scena,come
incornicia
ilpunto di vista e come ritaglia lanatura.In qualità di osservatoriprendiamo parte alle sue vedu- te,ma non possiamo capire co-me ci sia arrivato,perché nonpensiamo come lui.L’abilità di Ta-mer è quella di saper cogliere efermare misteriosi frammenti evisioni che la natura offre al no-stro sguardo.In conclusione,Ta-mer è l’artista dell’artista,uno cheè così incredibilmente in simbio-si con il virtuosismo tecnico,manon a tutti i costi.A dispetto delmio pensiero,non credo si sia vi-sta tutta la sua capacità .Sarà in- teressante scoprire cosa ci pro-porrà nei suoi futuri lavori.
Timothy J.Standrin
Denver,17
 th
 July,2005
MARZIO TAMER 
Rospo,2004
VITTORIO ZUCCHELLI
L’innocente,2002L’ultimo,2002
Pescatore nel macrocosmo dell’arte,Zucchel-li s’immerge coi suoi pensieri nei circuiti più di-sparati della creatività già consolidata e ormai‘gotha’intoccabile della perfezione.La trasmi-grazione visiva nel microcosmo delle sue rea-lizzazioni assume,il più delle volte,connotatibizzarri estrapolati come concetti indipendentidal loro insieme originario e per questo,or-mai,vivono una vita nuova in ar-monia con lo spazio tridimensio-nale,che li ospita.Protagonista de-gli espedienti figurativi di Zucchel-li è l’uovo,matrice assai densa diconnessioni morfologiche che tan-gono l’essenza primordiale della vi- ta,dalla gestazione uterina,al co-smo dei sentimenti,al vaso alche-mico contenitore sapienziale.Lospettatore potrà captare le emo-zioni che più lo riguardano da vi-cino,ma di certo nei suoi intentinon sussistono simili profonditàideologiche,almeno apparente-mente.L’artista si è divertito a trar-re dalla ‘perfezione’antica un ele-mento,l’uovo,facendolo muovere in uno spa-zio ri-costruito.Zucchelli è artista burlone cheprivilegia l’
ego
dell’
io bambino
col quale riescead essere un gran comunicatore che attentaalla quiete mentale di chi osserva.Si attendela crescita...se mai avverrà!
 Antonio D’Amico
Uovo Gulliver,2006
18
e colombe viola escono come ricordidai vecchi muri raggrinziti e scuri
 Julio Herrera y Reissig
Non sempre il ricordo è un souvenir,2003
 
di una colossale
dé-bacle
di un’epoca o diun suo desiderato,imminente riscatto — che sono mossida una fortissima vo-lontà,forse rivoluzio-naria,forse nostalgi-ca,che ha l’apparen-za di escludere ogniintrappolante ragio-nevolezza e non ac-cettare di approdaread un che di predefi-nito e che,nel pro-prio sconfinamentonello spazio,sembracerchi,in un’interro-gazione,in un’ipotesi,una qual possibile ne-cessaria rottura,im-prescindibile via di af-francamento e ri-scossa,liberazione.Passaggi carichi di im-prevedibili domande,e pur di qualche rim-pianto o ansia di obiettivi da conseguire;me- te racchiuse e custodite nella consapevolezzadi chi intende la bellezza di questa insistenteforzatura,di questo dirompere del segno nel-lo spazio,di questo farsi colore,forma rotta efrantumata nel dolore,nel desiderio,nel dina-mico animarsi,nel cadere nel baratro del tem-po e dello spazio,delle sconfitte e delle spe-ranze della vita.Intensità cromiche,divagazioni segniche che,nella loro ostinata,impossibile continuità retti-linea,nel loro diacronico precipitare,spalanca-no visioni,squarci direzionali di imprevedibiliprofondità,accadimenti temporali in più di-mensioni,di cui non ci è dato distinguere sesiano frammento o totalità;percepiamo soloquanto siano intimamente prossime,e noi aloro,a irreali momenti vissuti o a fantastichevisioni avverabili.È questo uno spazio dell’opera che,nella suacomplessità,allude alle illimitate dimensioni spa-ziali e temporali,della realtà,così come la suasfaccettatura,evitando descrizioni,non indagama si riferisce,sottintende e comprende le in-finite e indeterminate manifestazioni dell’esi-stenza e del sé.È,in fin dei conti,il compito ultimo della pittu-ra,dell’arte quella grande — quella che non tradisce quando,fuori da una patinata rivista, ti entra in casa:ogni mattina guardo una cartadi Sandro Martini,piccola e immensa,così an-ch’io,sperduto in un mare di segni a cui nonso dare più un senso,mi preparo al mio liricomassacro quotidiano che là fuori,ma,da tem-
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BARBARA GIORGIS
Donna e dea
ENRICO LAZZINI
Quasi non ci eravamo accorti della presenzadel Pittore apparso dietro di noi nel vano del-la porta.Ci siamo trovati di fronte ad un uo-mo ancor giovane,dalla figura slanciata,con unbel paio di baffi,non di quelli ben curati o difoggia strana come usa oggi,ma come quelli diuna volta portati in provincia dagli uomini ma- turi.Una persona dal fare educatamente ri-servato,dolce,quasi con un po’di timidezzaben conforme al suo aspetto fisico.Ci ha ri-chiamato alla mente alcuni personaggi fine ’800che abbiamo incontrato nei romanzi di VascoPratolini,tipo il
 Metello
.Schivi,non molto lo-quaci,ma attenti a quanto dicono gli altri e,guarda caso,toscani come il nostro Lazzini.È chiaro che ci fu subito simpatico e quindi,con tranquillità,siamo entrati nello studio cheospita i suoi più recenti lavori.Si sapeva che era un figurativo,che aveva,conprofitto frequentato l’Academia di Belle Artidi Carrara,pertanto,tutto ci si poteva atten-dere,ma non lo spettacolo di quelle ragazzesemivestite belle e trionfanti,splendenti nellaloro nudità esposte con sicurezza,senza am-miccamenti,ben sicure di quanto volevano co-municare.Orbene di nudità,tra stampa e te-levisione ne siamo stati forniti a profusione,male
femine
del Lazzini crediamo,siano destinatea lasciare il segno! È una pittura densa,dai trat- ti decisi e incisivi che le sottostanti venaturedel legno sottolineano maggiormente.Una pit- tura che nel suo contesto sprigiona una sen-sualità,sì,agressiva,ma mai sfacciata,che emozioni autentiche e immediate.I fondali ros-so scuro accentuano nelle figure i bianchi cre-spati degli indumenti intimi e i bellissimi con-Sono opere,quelle di Barbara Giorgis,che sisottraggono alla consueta e a volte modularedefinizione di stile.Reinterpretano liberamen- te il simbolismo,avvolgendo corpi e volti fem-minili di una luce sovrannaturale e rivelatrice.I colori si infiammano o si stemperano in unlucore fiabesco.Accurato e devoto il tratto chesegna e disegna l’anatomia degli zigomi,dellemani,delle bocche.Ogni soggetto è una ricercae un omaggio alla bellezza,soprattutto alla gra-zia.Ci vuole coraggio per l’artista contempo-raneo,nel proporsi e nell’esprimersi attraver-so queste due accezioni estetiche,la bellezzae la grazia,tacciate spesso dal terrorismo cri- tico di mediocrità.Invece ci ammaliano nel lo-ro arcaismo aurorale quelle donne velate eadorne di fiori e stoffe preziose,prima tra tut- te,quella delle chiome.Scivolano sulle spalledrappi di capelli rossi che rifuggono da ogninaturale tonalità.Iridi di ametista (
Donna con ifiori
) e di un blu cobalto magicamente assor- to,insieme con una traslucenza eterea delleepidermidi e delle carni fanno balzare la no-stra percezione al di là di ogni possibile credi-bilità ottica (
 Mistica
).Forse l’arte torna qui aessere puro e affabulante luogo del non det- to,pura imago.Magnetici gli sguardi sognanti e trasognati di dame,ninfe e dee pudiche che sivoltano come ad un cenno dello spettatore,nascondendo il mento nel sipario della spalla.Sono svelati dal velo delle ombre che qui sicolorano.Non c’è in queste opere un opaciz-zare la luce di nero e di grigio,secondo il clas-sico canone chiaroscurale.Le ombre sonoproiezioni luminose,riverberi di cromie esal- tate e smascherate.Appaiono da un contor-no di neri che non le soffocano,non le con- trastano,le avvolgono e le proteggono.Nes-suna luce sarebbe percepibile senza la neces-saria presenza del buio.Al buio sogniamo,li-beriamo la parte più intima di noi.Al buio pul-sa la vita del cuore e nel buio del ventre dellamadre cresce la vita.La preziosità dei pigmen- ti d’oro,quella luce bionda e albina sui capellie nelle vesti,ammanta visi che no,non hannoieri né oggi,ma sono archetipici della femmi-nilità,sono eterni.C’è un volto fanciullo chenon ci guarda di sguincio,da lontano;è fronta-le,le sue pupille,l’iride,ci puntano il dito con- tro.Quante infanzie abbiamo negato orban-dole del nostro sguardo attento?«
Sapete perché ci avete chiamato
‘bambini’?»Chiede allo spettatore quel volto corrusco,conle labbra in ombra,rosso rabbia scarlatto in- torno:«
Perché deriva da
‘bambo’» . torni scuro dorati dellefigure.Sono creaturebianche o di colore?Non si sa! Comunquepoco importa,sono tal-mente belle quando ap-paiono uno accanto al-l’altra come delle dee inmarcia,con un ‘atteggia-mento del tipo:«
non ticurar di loro ma guarda epassa
».Sono in fondodonne della nostra epo-ca ben consapevoli del-le priorità faticosamentee dolorosamente rag-giunte che,tuttavia,pre-sentano in momenti par- ticolari della loro vita stu-pende fragilità e Lazziniemblematicamente lerappresenta in una bel-lissima tavola con una ra-gazza distesa in atteggia-mento quasi sofferente,le membra tese sotto uncorpetto bianco latteo,sollevato da un respiroaffannoso.È evidenteche stiamo spaziando nell’ambito della tradi-zione.La figura distesa evoca la matrice otto-centesca,imperfetta simbiosi con il personag-gio d’estrazione moderna.
Walter De Bernardi 
Una nuova esposizione di Sandro Martinipresso la galleria Folini Arte Contemporaneadi Chiasso in Ticino,è la conferma di un rap-porto con la cultura ed il collezionismo sviz-zero che,dalla precedente mostra di tre an-ni fa,si è via via fatto sempre più esteso eprofondo.Visitare con Sandro il suo studio — officina,bottega rinascimentale,caverna,studio jazz,sala sinfonica — nell’ascoltarlo neisuoi stringati,essenziali commenti alle nuoveopere,intendiamo come ritenga insignifican- te,solo un inutile di più,aggiungere altro alloshock visivo,all’esperienza emozionale e in- tellettuale,a cui si è sottoposti nell’essere im-mersi in questa sua recente serie di opere, tele,affreschi,vetri,cages e che ora sono pre-sentati in questa mostra.L’opera di Martini,nel frattempo,si è sempre più confermata eaddentrata — ma questa è una sua promes-sa che subito percepiamo come irrinunciabi-le al cospetto della sua autenticità — in un’in-dagine formale dove certezze e luoghi co-muni vengono spezzati,esplosi e distrutti,do-ve la più chiara coscienza critica,ma ancheun’intuiva precognizione,quasi oscura consa-pevolezza,si dispiega in una sorta di contra-stata carneficina — appassionata e splendi-da! — di aspirazioni neglette e ancor possi-bili idealità.La superficie dell’opera è animata da un’inva-sione di schegge,graffiti — anche brandelli fi-sici,di stoffe,ma pur sempre verosimili lacerti
55,2006
19
51,2006
Femina
È una bambina a dirlo.Ogni donna per Bar-bara è una madonna,perché la Madonna erauna donna,l’involucro del sacro.
Cristina Muccioli 
Donna di fiori,2006La dama bianca,2006
SANDRO MARTINI
Un lirico massacro
po ormai anche
dentro
,mi attende — di nar-rare per immagini significanti,qui ed ora,quel-le che dell’uomo sono le ansie,le illusioni,e lesperanze che,in un dipinto rosso,giallo e blu,possiamo trovare scagliate contro l’incerto av-venire.Sandro Martini è artista che ha saputodominare lo spazio,in aeree istallazioni in sitimonumentali,così come nei suoi celati appuntiin block notes,per le vie d’Europa come negliStates,a San Francisco come a New York;do-minare anche le emozioni non è certo incari-co che sentiamo di richiedere alle sue opere,in quanto l’impegno a provocarne è quanto dimeglio sia stato mai assolto:e,in quest’assolu-zione,speriamo,coviamo l’intima certezza,chesiano compresi anche i nostri errori,quanto lenostre speranze migliori.
Domenico D’Oora
Luino,novembre 2006
Trascrizione Agoulo,1995
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