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CAPITALISMO COGNITIVO, CRISI E LOTTA DI CLASSEIL PARADIGMA POSTOPERAISTA
La crisi globale dell’economia capitalistica esplosa nel 2008 ha riaperto undibattito – quello sul concetto di lavoro produttivo – che sembrava chiuso datrent’anni: da quando, cioè, il processo di terziarizzazione del lavoro associatoalla transizione dal fordismo al postfordimo ha sancito l’inutilità (nonché lasostanziale impossibilità) di tenere in piedi la contrapposizione “merceologica”fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Parlando di contrapposizionemerceologica ci si riferisce qui, da un alto, alla distinzione fra produzionemateriale e immateriale, dall’altro, a quella fra sfera produttiva di merci eservizi e sfere della distribuzione commerciale e della circolazione dei capitali.Lo stesso Marx - pur ribadendo a più riprese il concetto secondo cui - dal puntodi vista capitalistico - appare produttiva qualsiasi attività generi plusvalore, aprescindere dal settore in cui viene espletata - è parso talvolta legittimare, insintonia con il pensiero degli economisti “classici”, una contrapposizione fraeconomia reale (D-M-D’) ed economia finanziaria (D-D’, cioè produzione didenaro a mezzo di denaro) , con un implicito riconoscimento della superiorità“morale” della prima nei confronti della seconda. Come argomentavo in unlavoro del 1980
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, questa gerarchia morale rinvia ad un’altra contrapposizioneconcettuale che svolge un ruolo centrale nell’impianto teorico marxiano: quellafra valore d’uso, assunto a fondamento “antropologico” della produzione intesacome “ricambio organico fra uomo e natura”, e valore di scambio, agente della“perversione” mercantile che dirotta la finalità della produzione dalsoddisfacimento di bisogni all’accumulazione di denaro. Nel saggio appenacitato, suggerivo che, in una fase caratterizzata da processi diintellettualizzazione/terziarizzazione del lavoro, dalla migrazione degliinvestimenti verso settori tecnologicamente avanzati (con particolareriferimento alle nuove tecnologie della comunicazione) e dalla colonizzazionedella sfera riproduttiva da parte del mercato capitalistico, non ha sensocontrapporre la “bontà” della sfera produttiva materiale (più prossima al valored’uso) alla “cattiveria” di un capitalismo immateriale esclusivamente protesoalla realizzazione di profitto, in quanto le due dimensioni appaionoirreversibilmente compenetrate l’una nell’altra.La natura eminentemente finanziaria dell’attuale crisi globale, tuttavia,sembra avere riportato indietro la lancetta della storia, riproponendo la dupliceequazione: 1) lavoro produttivo = lavoro materiale = economia reale = etica,2) lavoro improduttivo = lavoro immateriale = economia virtuale/finanziaria =parassitismo (sovraprofitti, rendite monopolistiche, ecc). La novità consiste nelfatto che, nel passaggio d’epoca fra gli anni Settanta e Ottanta del secoloscorso, questa equazione “morale” era appannaggio esclusivo della sinistratradizionale, che assisteva impotente e sgomenta ai processi di ristrutturazionecapitalistica che stavano facendo letteralmente a pezzi la composizione diclasse caratteristica della fase fordista, mentre la trionfante ideologianeoliberista celebrava i fasti dei processi di globalizzazione e difinanziarizzazione dell’economia, preludio a un nuovo ciclo di espansione deiprofitti capitalistici a danno dei redditi delle classi subalterne. Viceversa oggi ineoliberisti “pentiti” versano lacrime di coccodrillo, allineandosi – sul piano
1 Cfr. C. Formenti,
La fine del valore d’uso. Riproduzione, informazione, controllo
, Feltrinelli, Milano 1980.
 
della diagnosi se non su quello della cura – ai socialdemocratici nel denunciarele colpe di un capitalismo “selvaggio” che per decenni si è fatto gioco delle“buone regole” del mercato (ma non doveva essere deregolamentato?).Assistiamo così a una stucchevole pantomima in cui si cerca di distinguere(visto che nessuno ormai, da sinistra come da destra, mette più in discussionel’egemonia del mercato) fra capitalismo produttivo buono (economia reale) ecapitalismo finanziario cattivo (quello dei subprime e della cartolarizzazionederegolamentata dei debiti). Nei paragrafi a seguire tenterò di dimostrare –riprendendo le tesi postoperaiste
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in merito e mettendole a confronto conquelle di alcuni teorici della New Economy - che i meccanismi della crisi incorso non sono il prodotto di “degenerazioni” speculative, bensì delledinamiche strutturali del neocapitalismo cognitivo (o, se si preferisce,informazionale
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) Sosterrò inoltre il punto di vista secondo cui i meccanismidella crisi attuale sono del tutto omologhi a quelli della “bolla speculativa” dellaNew Economy (2000/2001) – per cui l’intero primo decennio del XXI secolo sipresenta come la fase inaugurale di una crisi strutturale “lunga”, destinata aproseguire nei prossimi anni (a prescindere da contingenti ripresecongiunturali). Successivamente – sempre attraverso un confronto con le teoriepostoperaiste, affronterò alcuni problemi relativi alla nuova composizione diclasse, alle nuove forme del conflitto sociale e all’organizzazione politica deimovimenti.Le definizioni dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, associata allarivoluzione digitale, sono molteplici: economia della conoscenza
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, economiainformazionale
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, economia dell’informazione in rete
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, economia della creatività
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,ecc. Dietro a tanta varietà di termini si nasconde, tuttavia, una sostanzialeconvergenza in merito alle caratteristiche di fondo del nuovo modo di produrre,in particolare a due suoi aspetti fondamentali: da un lato, il fatto che laproduzione di conoscenze diviene la fonte principale, se non esclusiva, dellacreazione di valore, dall’altro, il fatto che questa risorsa strategica non è piùconcentrata nelle mani di una ristretta minoranza ma viene ridistribuendosi innuovi strati di classe emergenti (anche questi variamente connotati: knowledgeworkers, classe hacker, classe creativa, ecc.)
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. Nell’elaborazione teoricapostoperaista questi concetti vengono reinterpretati alla luce della visionariaanticipazione del ruolo del
general intellect 
da parte del Marx dei
Grundrisse
.Da un lato, l’incremento geometrico della produttività consentito dalla
2 Farò soprattutto riferimento, in questo contesto, al seguente volume collettaneo: A. Fumagalli, S. Mezzadra (a cura di),
Crisidell’economia globale
, ombre corte, Verona 2009..3 Per il concetto di capitalismo informazionale, vedi M. Castells,
L’età dell’informazione: economia, società, cultura
, 3 voll. Tr. it. UniversitàBocconi Editore, Milano 2002-2003.
 
4 Cfr, P. Drucker,
La società postcapitalistica
, Tr. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993.
 
5 Vedi nota 3
 
6 Cfr. Y. Benkler,
La ricchezza della Rete
, Tr. it. Università Bocconi Editore, Milano 2007.
 
7 Cfr. R. Florida,
L’ascesa della nuova classe creativa
, Tr. it. Mondadori, Milano 2003.8 Per un’analisi della discussione teorica sulla composizione di classe nel capitalismo cognitivo, cfr. C. Formenti,
Cybersoviet. utopie postdemocratiche e nuovi media
, Raffaello Cortina, Milano 2008.
 
cooperazione sociale, che si sviluppa spontaneamente all’interno delle reti direlazioni mediate dal computer, viene letto come conferma della diagnosimarxiana del venir meno – superato un determinato livello di sviluppo delleforze produttive del lavoro sociale – della possibilità di assumere la quantitàimmediata di lavoro come misura del valore – il quale appare ormai piuttosto ilprodotto del sapere sociale incorporato nel sistema del macchinismoindustriale. Dall’altro lato, l’attenzione si sposta dal lavoro morto (il sistemadelle macchine) al lavoro vivo (i sistemi organizzativi immateriali che sfruttanole reti di macchine digitali), il quale diventa il vero depositario del
generalintellect 
. Il significato profondo della transizione dal fordismo al postfordismo èiscritto in una battuta che mi è capitato di cogliere al volo in un dibattito fra“smanettoni” su Facebook
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: “siamo noi che insegniamo alla macchina; lamacchina siamo noi” –battuta che sintetizza alla perfezione la capacità delletecnologie digitali di intercettare “in tempo reale” la creatività linguistica, ilcapitale sociale, le emozioni, i sentimenti e i desideri messi in campo dallemoltitudini di prosumer interconnessi attraverso le reti di computer. Ciòsignifica, argomentano i teorici postoperaisti
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, che l’appropriazione gratuitadel surplus generato dalla cooperazione sociale del lavoro – operazione che,come ci ha insegnato Marx, è da sempre associata al modo di produzionecapitalistico – deve oggi assumere una forma peculiare, determinata dallecaratteristiche storiche del capitalismo cognitivo.Allo scopo di meglio approfondire le implicazioni economiche (analisidella crisi) e politiche (nuovi conflitti e relativi problemi organizzativi) di talevisione, tuttavia, conviene metterla preliminarmente a confronto con le tesi dialcuni “apologeti” della rivoluzione digitale. Mi riferisco, in particolare, a cinquedi queste tesi, che intendo qui di seguito sinteticamente richiamare: 1) larivoluzione digitale sancisce la fine del monopolio capitalistico sui mezzi diproduzione; 2) il lavoro gratuito incentivato dal proliferare di motivazioni noneconomiche alla cooperazione produttiva sociale svolge un ruolo determinantenel nuovo modo di produrre; 3) le cosiddette tecnologie del Web 2.0favoriscono lo sviluppo di modalità di cooperazione produttiva “orizzontali”,alternative alla tradizionale organizzazione gerarchica dell’impresacapitalistica; 4) l’accesso ai commons immateriali dovrebbe essere preservatodalle eccessive pretese dei detentori dei diritti di proprietà intellettuale; 5) ilpunto di approdo della New Economy potrebbe essere una nuova forma dicapitalismo senza proprietà o, addirittura, una terza via fra capitalismo esocialismo, una sorta di “socialismo digitale” depurato dalle aporie delsocialismo tradizionale.Le prime due tesi sono al centro dell’opera fondamentale
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delneoliberale (o anarco-capitalista, come lui stesso ama a volte definirsi) YochaiBenkler. Per Benkler, la causa prima dell’attuale rivoluzione nel modo diprodurre, è il fatto che i costi irrisori (paragonati a quelli vigenti nel modo diproduzione fordista) degli attuali mezzi di produzione (in quanto riducibili alpossesso di un computer e all’accesso a Internet) hanno permesso a un
9 Quasi certamente si tratta di una citazione ma non sono riuscito a rintracciarne la fonte.1Cfr. C. Vercellone “Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto”, in
Crisi dell’economia globale…cit.
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Cfr. Y. Benkler,
op. cit 
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