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OPO GLI ATTENTATI DELL’11 SETTEMBRE
2001, molti governi che avevano a che fare con gruppi di opposizione islamicahanno colto l’occasione della «guerra al terrorismo»per chiudere i conti con i loroavversari. È il caso soprattutto della Cina. Pechino ha cercato da subito il
 placet 
de-gli Stati Uniti nella sua lotta contro i «secessionisti»uiguri del Xinjiang, peraltro sen-za troppo successo. Il fatto poi che il governo di Pechino sia stato, insieme allaRussia, membro fondatore prima dello «Shanghai Five poi dell’Organizzazionedella cooperazione di Shanghai (Osc), conferma e rafforza i leader cinesi nella de-terminazione ad applicare, da ormai quasi un decennio, le politiche repressivepreviste dalla campagna del «Colpisci duro, massima pressione»(
 yanda
).Teorizzata già nel 1983 e annunciata ufficialmente nell’aprile del 1996 dai duecolonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui, autori del celebre testo di strategia
Guerrasenza limiti
, tale campagna si svolse tra l’ottobre dello stesso anno ed il gennaio1999 per porre fine al clima di rivolta che aveva investito la provincia tra il 1990 (ri-volte di Baren e Aqsu) ed il 1997 (insurrezione di Yining/Gulja). Il fine dichiaratodi questa campagna è stato sin dall’inizio combattere la corruzione e le attività ille-gali. Ma nel caso specifico del Xinjiang ha finito col corrispondere alla lotta al «se-paratismo»(leggi: nazionalismo uiguro) e alle attività religiose non autorizzate dalgoverno.Già mesi prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001 le operazioni militarinella regione vennero intensificate, portando all’arresto arbitrario di centinaia disemplici cittadini e all’esecuzione di 480 persone nel solo mese di aprile del 2001.In questa sua guerra Pechino si serve dei
bingtuan
, i famigerati corpi di produzio-ne e costruzione (
 Xinjiang shengchan jianshe bingtuan
). Inizialmente costituiti dareparti congedati dell’esercito nazionalista e inquadrati con truppe comuniste, an-
CINDIA, LA SFIDA DEL SECOLO
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Fra autonomia, indipendenza e califfato, chi sono e che cosavogliono i leader uiguri del Xinjiang, accusati da Pechinodi terrorismo. La forza della diaspora, il sostegno turcoe le ambiguità americane. Le tecniche coloniali cinesi.
ILSOGNODEL TURKESTAN ORIENTALE
di
Federico
 D
 E 
 R
 ENZI 
 
cora oggi hanno il compito di presidiare le aree incluse a cavallo del Tian Shan, lesteppe della Zungaria e le città lungo la direttrice Ürümqi-Pechino. A queste mi-nacce per la sicurezza nazionale, il governo ha risposto erigendo un «grande murod’acciaio»contro tutti i gruppi di ispirazione islamica, attivi sia nello stesso Xinjiangche negli Stati confinanti, specie dopo il crollo dell’Unione Sovietica.L’aspetto transnazionale dell’irredentismo del Turkestan Orientale è dovutoinfatti tanto alla presenza di comunità uigure, kazake e kirghise oltre confine (Ka-zakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Afghanistan) quanto alla comune appartenenzaculturale e linguistica dei popoli turcofoni dell’intera Asia centrale. In particolare,dopo il crollo dell’Urss molti uiguri ritenevano che fosse giunto il momento dicreare un proprio Stato sovrano, un «Uiguristan», così come esistevano un Kazaki-stan, un Kirghizistan o un Uzbekistan.La strategia del governo di Pechino per gestire i confini etnici e limitare i movi-menti panuigurici nella Regione autonoma del Xinjiang consiste nell’alimentare ilconflitto culturale esistente tra gli uiguri delle città delle oasi ed i kazaki, presenti so-prattutto nel distretto autonomo di Ili-Kazakh, e gli altri nomadi (kirghisi e mongo-li). Dagli anni Ottanta la presenza dei kazaki nel governo locale supera di gran lun-ga quella degli uiguri, facendone, dopo questi ultimi, il più potente gruppo etnicodell’intera Regione autonoma. Di conseguenza gli uiguri hanno generalmente scar-sa fiducia verso i loro rappresentanti, mentre tutte le altre minoranze tendono adavere un grande rispetto politico per i kazaki. In questa definizione rientrano alcunigruppi accusati di voler minare l’integrità dello Stato cinese e la pacifica convivenzafra le diverse nazionalità (in cinese
minzu
, in uiguro
millät 
). Con finalità talvoltamolto diverse, essi mirano a porre fine alla dominazione cinese, sviluppata attraver-so una massiccia immigrazione di genti han provenienti dalla Cina interna.Questo processo è cominciato nel 1759, in seguito alle guerre che portaronoalla scomparsa del regime dei kh
o¯
 ja nel Turkestan Orientale (1678-1759), per ave-re poi uno stallo tra l’emirato indipendente di Ya‘q
û
b Beg in Kasgharia (1864-1877)ed il 1884, quando la regione venne ribattezzata Xinjiang Nuovo Territorio»). Tut-tavia, solo con l’annessione della regione alla Repubblica Popolare si è determina-to un flusso migratorio costante. Dopo l’annessione della Repubblica Islamica delTurkestan Orientale (1944-49) da parte della Repubblica Popolare Cinese (1°otto-bre 1949), la variazione demografica nel Xinjiang è in costante mutamento in favo-re degli han. Nel periodo 1949-85 gli immigrati han inviati in Xinjiang erano per lopiù soldati dei
bingtuan
.Dal 1985 ad oggi, gli han sono diventati la seconda etnia del Xinjiang, sop-piantando i kazaki. Negli anni gli insediamenti dei
bingtuan
, destinati a costruireimpianti per l’irrigazione del terreno, hanno costituito la testa di ponte per la nuo-va immigrazione. Oggi, dopo decenni di vita isolata, gli han immigrati in Xinjianghanno sviluppato una propria identità, distinta da quella degli altri han, visti comeminaccia al lavoro svolto in più di cinquant’anni. Il nuovo flusso migratorio (1985-2001) ha visto passare gli han dal 6,1% del 1953 al 37,6% del 1990, contro un calogenerale delle minoranze. Ad esempio gli uiguri, considerati la minoranza più rap-
IL SOGNO DEL TURKESTAN ORIENTALE 
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presentativa, sono passati nello stesso lasso di tempo dal 74,7% al 47,5% della po-polazione totale di quasi 16 milioni. Ad Ürümqi, la capitale provinciale, nel solobiennio 1998-2001 gli han sono passati dal 75% al 95% della popolazione. Questasituazione fa sì che uiguri, kazaki e altre popolazioni si sentano come «stranieri nel-la propria terra».L’immissione di forza lavoro dalle regioni interne della Cina è dunque il prin-cipale strumento usato da Pechino per l’assimilazione delle minoranze o, nei ter-mini della propaganda governativa, per creare una «madrepatrisenza distinzionietniche e sociali. Ma nonostante gli sforzi di Pechino per acculturare le minoranzeislamiche della regione, gli stessi uiguri che vivono e lavorano nelle grandi città,nonostante parlino cinese e desiderino essere equiparati ai loro colleghi cinesi, ri-tengono inconcepibile il matrimonio con una donna han.In questo processo di assimilazione Pechino ha un prezioso alleato; gli hui odungani (han musulmani), popolazione di origine mista turco-persiana e cinesedel Gansu, che da secoli funge da tramite culturale tra il governo centrale e le po-polazioni turco-islamiche. Questa doppia identità rende gli hui invisi sia agli hanche alle popolazioni turche del Xinjiang. Gli uiguri in particolare non hanno di-menticato l’invasione della prima repubblica turco-islamica del Turkestan Orienta-le (1933-36) da parte delle truppe hui del signore della guerra del Gansu, MaZhongying.Oggi gli hui, nonostante siano i principali sostenitori di un «islam di Stato», so-no vittime insieme alle altre minoranze islamiche della campagna per «l’aperturadell’Occidente»(
 xibu da kaifa
), come dimostrano le recenti sommosse nella cittàdi Xi’an, nella Mongolia interna e nel Guangdong. La discriminazione economica esociale prodotta dall’immigrazione han colpisce gli interessi della popolazione lo-cale. Le poste in gioco e le partite aperte nel Xinjiang vanno dallo sfruttamento in-controllato delle immense risorse naturali (gas, petrolio e acqua) del Bacino delTarim, al degrado ambientale provocato dagli esperimenti nucleari nella regione diLop Nor, all’assimilazione culturale condotta non solo attraverso la già citata immi-grazione e la segregazione culturale, ma anche per mezzo della rilettura sinocentri-ca della storia e della riproposizione in chiave folcloristica della vita degli abitantioriginari della regione, che gli abitanti del Turkestan Orientale, soprattutto gli ui-guri, chiamano da millenni «la nostra terra, il nostro territorio».Certo, gli uiguri di oggi non sono affatto gli stessi che fondarono il grande im-pero uiguro tra l’VIII e il IX secolo. I vari regni turco-mongoli che si alternarononella regione tra il XIV e il XVII secolo videro negli uiguri dei fratelli da convertireall’islam (erano stati infatti tra i più prolifici produttori di testi manichei, nestorianie buddhisti fino al XIV secolo, e ancora alla metà del XV erano in larga partebuddhisti). Con la conversione allislam, il termine «uiguro»scomparve, per esseresostituito tra il XVI e il XVIII secolo da definizioni quali
sart 
(in persiano
sârt 
vuoldire «mercante», «carovaniere») o
taranchi
(termine turco chagataico indicante icontadini delle oasi del Bacino del Tarim, trasferiti nella Valle dell’Ili sotto il regnodell’imperatore Qianlong). Il termine venne riutilizzato solo a partire dal 1933,
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