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Introduzione
di Giovanna Parodi da Passanoe Alessandra Brivio
S
ommesso e intenso narratore delle pianure della vallepadana, Gianni Celati è anche autore di un acuto eautoironico diario di viaggio e di smarrimenti nell’
al-trove
africano:
 Avventure in Africa
(1998). Il libro, scrittocol passo svelto del racconto quotidiano, è la cronaca diuna sconclusionata peregrinazione attraverso il Mali, il Se-negal e la Mauritania. Appena sbarcato dall’aereo a Bama-ko, nel Mali, Celati si pone la fatidica domanda di BruceChatwin “che ci faccio qui?” e da subito rinuncia a capirecosa stia succedendo intorno a lui (pp. 9-10). E anche inseguito, durante tutta la sua permanenza, egli continuerà anon riuscire a identificarsi in nessuno dei ruoli assegnati aibianchi nel cosiddetto continente nero, un continente cheresta per lui l’Africa elusiva di Michel Leiris.Celati è consapevole, beninteso, del fatto che la banalitàturistica è un fenomeno da cui nessuno è totalmente esentee dà per scontata pertanto la propria ineluttabile apparte-nenza, in una qualche misura, ai «casi esemplari di turismoafricano» (p. 10) – così come del resto assume la propriatotale disappartenenza alla vita che lo circonda – tuttaviaegli non vuole essere prigioniero di un’“ideologia” comelo sono i turisti (Simonicca 2007, p. 72). “Turista per caso”nell’Africa occidentale, Celati evita di rinchiudersi nella bo-ria del nostro sapere e nell’anestesia della nostra esperienzapersonale. Lo scrittore Celati rifiuta dunque programmati-camente di “appartenere alla tribù” (la nostra parafrasi diun titolo del Moravia africano
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è intenzionale) degli intel-lettuali d’Occidente contagiati dal mal d’Africa che, armatidella loro cultura, viaggiano attraverso quel continente e“capiscono tutto”. Celati non nasconde infatti il suo fasti-dio nei confronti di chi tenta di spiegare l’alterità africanaa forza di concetti generali. Già insofferente verso i giudizicategorici quando percorre da viandante disorientato il de-vastato paesaggio post-industriale delle campagne di casanostra (da tempo come noto egli sostiene, alla Wittgen-stein, l’esigenza di dire solo quello che può essere detto),
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 da straniero in territorio africano Celati osserva l’animatodisordine della vita locale con un atteggiamento fra lo scon-certato e il curioso e non cessa di rimarcare la necessità dicongedarsi dal terreno delle spiegazioni definitive, di sot-trarsi ai nostri luoghi comuni. Abbandonato alla deriva delmondo africano, egli asseconda più che mai quell’“andarealla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce”
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che èdiventato il suo inconfondibile modo di attraversare tantoil paesaggio, quanto la pagina scritta.Non a caso, “sul terreno”, due fantasmi perturbano GianniCelati: il turista e l’antropologo.Va detto che quello delineato nelle note del diario è unantropologo se non proprio caricaturale, di certo neppu-re sfiorato dalla tempesta del decostruzionismo: a tutti icosti infatti l’antropologo di Celati vuole trovare riscontrie sul campo prende tutto «come informazione, dato di fat-to, spiegazione concettuale» (p. 66). Se ciò non bastasse,l’antropologo in questione non sembra neanche aver lettoGoffmann, lontano come è dal considerare il
self 
quale for-mula mutevole e dal realizzare che la vita va anche pensatacome teatro-gioco-recitazione. Gli antropologi, per dirlaancora con le parole dell’autore di
 Avventure in Africa
,«non tengono mai conto di queste recite, né del fatto chetutti recitiamo per far finta di essere noi stessi» (p. 66).Quanto al turista, se il giudizio di Celati nei confronti dellacategoria è apparentemente più indulgente, non per que-sto è meno impietoso. Il turista bianco in Africa viene de-scritto come un «pallido fantasma che ciondola stranito»(pp. 17, 21), uno che quando esce dal suo «campo di con-centrazione», l’albergo, è «destinato a guardare tutto comeda dietro un vetro» (p. 22).Celati finisce per domandarsi se non sarebbe meglio, pergli antropologi, arrendersi all’evidenza e cessare di brac-care i sopravvissuti delle civiltà scomparse ridotti ormai amere comparse esotiche per consacrarsi a un oggetto distudio meno deperibile come appunto sono i turisti, «l’uni-co popolo a cui si può appartenere ormai, in quanto viag-giatori o sbandati perpetui» (p. 163).Ma la di là di questa provocazione, o sotto le descrizioniparzialmente ironiche delle varie tipologie di turisti, ciò cherisulta del tutto evidente nella narrazione di Celati (senzadimenticare le semplificazioni che ogni lettura della com-plessa esperienza turistica impone) è che il solo effettivoterreno dell’incontro tra «bianchi visitatori e popolazionenera» (p. 19) è il campo della contrattazione. A Celati nonsfugge certo come la partita fra i turisti bianchi «ricchi,potenti, moderni, compratori di tutto» (p. 11) e i nativi cheli vedono «come delle vacche da mungere per un senso digiustizia naturale» (p. 21) sia un “gioco ad armi impari”(l’espressione è di Olu Oguibe). I processi di negoziazionefra
hosts
e
 guests
operano indubbiamente in un quadro diconsumo dell’esotismo influenzato dal persistente squi-librio di poteri fra mondo africano e mondo occidentale(ma a Celati non sfugge neppure la strumentalizzazione ditale presupposto di disparità da parte dei locali). Tuttavia,per quanto condizionate da rapporti di forza subiti o ne-goziati, e per quanto prevedibili nel loro continuo oscillaretra conflitto e ricomposizione, le contrattazioni di questo
Yto Barrada,
Vacant lot #3 
, Avenued’Espagne,Tangeri,2007.Courtesythe artist
 
AeM 65-66 aprile 09
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genere portano ad esiti non necessariamente scontati efanno emergere le numerose “trasversalità” che nei circuitidel turismo locali investono le operazioni di costruzionee di manifestazione delle identità. Nonostante infatti unaripetitività nei rispettivi modi di manipolazione dei codicidell’
altro
e nonostante la tendenza da parte di entrambi glischieramenti a definire i propri interlocutori attribuendoloro d’ufficio fisionomia e motivazioni, ogni negoziazioneè reinterpretazione e come tale ricalca solo in parte un co-pione prestabilito. Nel gioco delle parti fra persone venuteper vivere l’esotico e altre organizzate per venderlo l’eco-nomia si confronta con l’immaginario. Il fatto che nellecontrattazioni gli attori locali mettano in scena la loro cul-tura secondo le nostre aspettative, ma anche secondo i lorodesideri e le loro risorse cognitive, cambiando a secondadelle opportunità e dei contesti, e in più casi adottandoatteggiamenti alquanto plastici nei confronti delle pretese“tradizioni”, non va interpretato come accettazione passivao opportunistico adattamento (Lane 1988, p. 66), ma piut-tosto come conferma della osservazione che ogni contrat-tazione “turistica”, oltre ad essere carica di interessi benreali, è scambio di segni sociali. Aspetto, quest’ultimo, cheappare con chiarezza nelle incessanti trattative – registratecon inalterabile
sense of humour 
in
 Avventure in Africa
 
fra l’autore o il suo compagno di viaggio e i “venditori indi-geni” (p. 19). Trattative dove la negoziazione di immagine,identità e potere fra nativi e turisti, ma anche all’internodelle stesse comunità ospitanti, non è quasi mai assente.Strettamente intrecciata al filo conduttore del presentedossier, che si tiene alle due direttrici incrociate del pa-trimonio e del turismo, la dimensione della negoziazionesi mostra cruciale se situata nella più ampia prospettivache lega il fare e rifare di culture e di luoghi ai processidi costruzione locale di identità, tradizioni e autenticità.Processi che hanno contribuito all’istituzionalizzazionepatrimoniale e turistica delle società africane quali culture“etniche”, “incontaminate” e “originarie”. Negli odiernicontesti africani del turismo la pratica delle negoziazionirimanda pertanto a “relazioni di contatto” che, come ri-corda James Clifford, «non sono mai trasparenti o prive diappropriazione» (2004, p. 38).Seguendo questa linea di pensiero, gli autori da noi invi-tati a collaborare a questa pubblicazione non hanno certotrascurato nei loro scritti il ruolo della negoziazione deisignificati e delle identità (con tutte le implicazioni cheessa può avere: economiche, politiche, etiche ed estetiche)all’interno delle dinamiche di appropriazione e di riappro-priazione culturali.Presi nell’insieme i contributi, dalle angolature diverse matutte pertinenti, ci pare siano ampiamente riusciti a rag-giungere il duplice obiettivo che avevamo individuato.Il primo – basandosi su esperienze dirette, sul campo – era
Yto Barrada,
Hotel Ahlen 
,Tangeri,2006.Courtesythe artist
of 00

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