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Washington ha annunciato il progetto di unnuovo network “stellare”: un “occhio di Dio” adisposizione della potenza militareamericana. Una sorta di internet spazialeche, secondo quanto dichiarato da PeteTeets, vicedirettore dell'Air Force alCongresso americano, sain grado dimonitorare in modo ancor più efficace imovimenti dei nemici, le loro infrastrutture, leloro postazioni, per offrirle in diretta suglischermi hi-tech incorporati nei soldati USAdel futuro.Tale rete informatico-satellitare a scopo militare, a cui è stato già dato il nome di GlobalInformation Grid (GIG), costituisce un obiettivo complesso che non potrà essere raggiuntoprima dei prossimi vent'anni. A sostenere il progetto è stato il ministro della Difesa, DonaldRumsfeld, che ha dichiarato: “
si tratta del progetto che maggiormente innoverà le nostreforze armate. E non sarà un sistema di armamenti, ma un insieme di interconnessioni 
”. Ilprogetto mira a offrire un nuovo potente strumento di comunicazione alle divisioni diMarina, Aviazione ed Esercito che entreranno così in maggior contatto e interconnessione.È intervenuto sulla questione anche Robert Stevens, il boss della Lockheed MartinCorporation, tra i più importanti fornitori della Difesa americana, secondo cui la GIG sarà
una rete altamente protetta in cui si fonderanno le attività militari e quelle di intelligence
”.Qualche dubbio sulla validità del progetto è stato mosso da Vinton Cerf, il padre delTCP/IP, il protocollo di connessione internet, secondo cui “
gli obiettivi ambiziosi vannotemperati dalla conoscenza della fisica e dalla realtà delle cose
”.Per quanto riguarda i costi, stando alle previsioni del Pentagono riportate dal NY Times, sipotrebbe arrivare a circa 200 miliardi di dollari nel giro di un decennio o poco più. SecondoJohn Garing, direttore dell'agenzia per la sicurezza dell'informazione della Difesa,
l'essenza del warfare basato sulla rete starà nella nostra abilità di disporre di una forzacombattente in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. L'information technology è lachiave di tutto
”.Critico invece John Hamre, ex viceministro della Difesa ora alla guida del Centro per gliStudi Strategici di Washington: “
Vogliamo sapere tutto in qualsiasi momento ovunque nel mondo? Bene. Sappiamo cosa sarà questo occhio onnivedente che metteremo nellospazio? Col cavolo
”.(Pubblicato suEcplanet18-11-2004)
Attualmente, ci vogliono circa 40 minuti affinché le informazioni spedite dai rover su Marteraggiungano uno scienziato della NASA. Un tempo relativamente breve, considerando ladistanza che devono percorrere, tra i 100 e i 400 milioni di chilometri.Per Adrian Hooke, è ancora troppo. Hooke, manager delle comunicazioni dati alla NASA,dice che è tecnicamente possibile realizzare un sistema che consenta una comunicazioneinterattiva tra uomini e macchine anche da Terra fino alla Luna. Nel frattempo, i ricercatori
 
lavorano su come mantenere il dialogo immune alle frequenti interferenze che intercorronoquando i messaggi devono attraversare distanze siderali. “
 Al momento non c'è moltainterazione nelle comunicazioni interplanetarie
”, dice Hooke, “
 per questo stiamo provandoad estendere le comunicazioni sul modello di internet in ambienti soggetti a interferenzemolto più massicce
”.Il progetto, chiamato “internet interplanetario”, a cui sta lavorando anche il padre del WEB,Vint Cerf, co-creatore del protocollo TCP/IP alla base di Internet, intende sviluppare unostandard per comunicare in ambienti disconnessi, come lo spazio, in cui unaconversazione ininterrotta tra emittente e ricevente è impossibile. L'approccio vienechiamato “elay-tolerant networking” e punta a tecnologie di comunicazione progettate per un uso in luoghi remoti come le profondità dell'oceano o lo spazio profondo.Lo scorso dicembre, un gruppo di ricercatori, tra cui Cerf, ha proposto al gruppo di ricercache sta studiando la tecnologia una architettura basata su un protocollo “sigillato”, usatoper mantenere grosse quantità di dati in una singola unità. Rispetto all'architettura a“pacchetti”, in cui l'informazione è compressa in pochi bit, spedita a destinazione e poi ri-assemblata - usata correntemente per trasmettere dati attraverso internet - il protocollosigillato consente di salvaguardare le parti di conversazione disturbate.Anche se la tecnologia è ancora in fase di messa a punto, alcune recenti trasmissionispaziali, tra cui quelle con la sonda Spirit su Marte, hanno offerto una sorta di prototipo diciò che sarà l'internet interplanetario. Spirit ha inviato una trasmissione alla sondaorbitante Mars Express, dell'Agenzia Spaziale Europea, che ha poi trasmesso i dati allaTerra.Una precedente sperimentazione ha riguardato lo standard chiamato Coherent FileDistribution Protocol (CFDP), usato per la missione Deep Impact, e per la sondaMessenger su Mercurio. CFDP consente ad uno strumento di registrare una osservazionein un file e trasmetterlo alla Terra senza dover considerare se la trasmissione fisica èpossibile in un dato momento, stando a quanto dichiara il Consultative Committe for SpaceData Systems, un corpo internazionale che sviluppa standards di comunicazione spaziale.(Pubblicato suEcplanet15-04-2006)
Inaccessibile dall'esterno e super-veloce, Internet2 era nata come il “network dei cervelli”,capace di mettere in collegamento, a velocità cento volte superiori alla normale bandalarga, premi nobel della fisica e ricercatori di matematica, scienziati e ingegneri dell' hi-tech. Finché non sono entrati in gioco gli studenti di Harvard, Princeton, MIT, New YorkUniversity, Berkeley e altre università blasonate, che hanno cominciato a servirsi della reteper “scambiarsi” materiali audio-video violando le leggi sul copyright. Quando se ne sonoaccorte le case discografiche, hanno scatenato una nuova offensiva contro i pirati digitali.
 
La RIIA (Recording Industry Association of America), cui fanno capo le quattro big dellamusica (Universal music, Sony&Bmg, Warner, Emi), ha fatto causa a 405 studenti didiciotto college, colpevoli di “furto senza scasso” nelle bande superveloci di Internet2mediante il software “i2hub”, con tempi di download veramente minimi: circa 20 secondiper un brano musicale e appena 5 minuti per un film. Al momento dell'avvio dell'iniziativagiudiziaria, i 405 studenti accusati di pirateria avevano una “banca” di 3900 canzoni checondividevano con chiunque si collegasse alla rete.Da un punto di vista strettamente tecnologico, il network I2hub si basa su una porzione delsoftware open source “Direct Connect”, il cui meccanismo di funzionamento è simile aquello del primo Napster: le richieste di materiale lanciate dai pc degli utenti-studentigiungono a un server centrale che provvede a smistarle trovando la via più rapida edefficiente per soddisfarle, limitando il traffico al solo iper-network. L'offensiva contro i piratidi Internet2 si inserisce nel contesto più vasto della lotta al “file-sharing”, il libero scambiodi files in rete, che ha prodotto grosse perdite al settore dell'industria musicale (si ècalcolatoun passivo di 2,4 milioni di dollari l'anno, ndr).L'iniziativa legale è coordinata dall' IFPI (International Federation of PhonographicIndustry), colosso londinese che rappresenta oltre 1400 case discografiche del pianeta.Per la prima volta, la caccia al colpevole interessa anche Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda,Islanda e soprattutto il Giappone, il secondo mercato discografico al mondo, dove levendite si sono ridotte di un terzo negli ultimi cinque anni. Ma anche Austria, Danimarca,Francia, Germania, Regno Unito e Italia, dove la caccia si è aperta l'anno scorso. Nelnostro paese il 21% percento dei giovani tra i 18-24 anni scambia musica online, e nelperiodo 2000-04 le vendite sono diminuite del 24%.Secondo il capo dell' IFPI, John Kennedy, compiaciutosi dei risultati della campagna, “
il traffico sui network peer-to-peer sta rallentando, mentre decollano le corsie legali per l'intrattentimento musicale online
(iTunes, il nuovo Napster con abbonamento, ndr)”.Kennedy ha citato il caso della Germania. il mercato della musica ha risentitomaggiormente del fenomeno della condivisione di file digitali, ma nel 2004 il numero dellecanzoni "scaricate" illegalmente è diminuito del 35%.Fino all'anno 2000, si è temuto di dover reingegnerizzare ex-novo l'intera Internet (per questo si parla di Internet2) perché il numero degli host indirizzabili attraverso il protocolloIP era vicino ad essere esaurito (“IP shortage”) dal numero di host realmente collegati(oltre alla necessaria ridondanza e alle perdite per motivi sociali). Il problema è statoparzialmente evitato con l'utilizzo della tecnica del NAT mediante la quale una reteaziendale non ha bisogno di un range ampio di indirizzi IP fissi, ma ne può utilizzare unopiù ridotto, con anche un risparmio in termini economici. Oggi si è fiduciosi nella possibilitàdi migrare in modo non traumatico alla versione IP 6.0 (IPv6) che renderà disponibilialcune centinaia di miliardi di numeri IP indirizzabili (attualmente in Cina è già operativa larete internet più vasta, e più censurata, al mondo, basata proprio sull'IPv6, ndr).La natura globale di Internet consentirà di mettere in rete, tra breve, non solo calcolatori insenso stretto, ma una enorme varietà di processori, anche incorporati in maniera invisibile(“embedded”) in elettrodomestici e in apparecchi dei più svariati generi: dal frigorifero, altelevisore, all'impianto di allarme, al forno, alla macchina fotografica, tutti in grado dicomunicare l'un l'altro.
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