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Il nucleare, l’emotività e l’ideologia.
Di Sergio ZabotPubblicato suwww.aspoitalia.it- 7 Giugno 2009E’ innegabile che l’uscita dell’Italia dal nucleare sia stata determinatadall’emotiviindotta della catastrofe di Cernobyl. I quesiti referendarichiave, peraltro, erano diretti ad abolire le norme sulla localizzazione dellecentrali nucleari e i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari,cosa che rendeva impossibile trovare un Comune disposto a ospitare sulsuo territorio un impianto nucleare o anche un deposito di scorieradioattive.E’ il caso di ricordare anche, come a quell’epoca la DC e il PCI fosserodecisamente contrari ai quesiti proposti dal Partito Radicale, dal PartitoLiberale e dal Partito Socialista. La prima strategia adottata contro ireferendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lostallo che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu CiriacoDe Mita, che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza diquei mesi tra i partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella.Dopo le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc ePci, inizialmente ostili ai quesiti, si schieravano a favore del «sì». Questorepentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalleimplicazioni politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta delloschieramento del «no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizionead uno schieramento laico-progressista formato da Radicali e Socialisti.La rilettura di quel periodo dimostra che il referendum del 1987, oltre adessere stato frutto dell’emotività fu anche figlio dell’ideologia. E’ correttoquindi affermare che quella scelta fu emotiva e ideologica.Quello che è meno evidente è come anche l’attuale rientro dell’Italia nelnucleare sia dovuto a un’altrettanta ondata emotiva ancorché ideologica,sapientemente pilotata da un Governo che altera i fatti e stimola le paurepiù ancestrali dei cittadini.Di fatto, rispetto il 1987, la situazione si è ribaltata: gli emotivi di allora,ancorché mossi da una forte preoccupazione per le possibili conseguenzesanitarie e ambientali del fallout radioattivo, contestano il ritorno alnucleare su basi razionali e i sostenitori del nucleare implorano ora taleritorno su basi emotive e ideologiche, quali la paura della fine del petrolio,l’inaffidabilidei paesi produttori di gas naturale, la fatalidi unosviluppo che ci porterà ad un consumo sempre maggiore di energia,l’inevitabilità che per salvaguardare il nostro pianeta e ridurre le emissionidi gas serra, si debba scegliere il male minore.
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Questa nuova ideologia nasconde invece gli interessi di grandi gruppiindustriali e la loro consapevolezza che la concentrazione economica efinanziaria di una filiera complessa come quella nucleare, può rafforzare eperennizzare il potere politico e concentrarlo nelle mani di pochi eletti.Per sostenere la necessità di realizzare in Italia una nuova filiera nucleare,molte sono le menzogne che vengono regolarmente diffuse epropagandate, al punto che anche molti esponenti del mondoambientalista finiscono per crederci:Ecco le bugie e le paure che vengono più frequentemente diffuse:
Le BugieL’energia elettrica in Italia è più cara percin nostro mix diproduzione è troppo sbilanciato verso il gas naturale e nonabbiamo centrali atomiche
.Ciò è assolutamente falso. L’alto costo dell’energia elettrica italiana èdovuta a quattro principali fattori:1.il sistema di formazione del prezzo dell’elettricità nella borsa elettrica,detto anche “sistema del prezzo marginale”. Con questo sistemal’energia elettrica offerta dai produttori non viene remunerata in baseal prezzo richiesto da ogni produttore, ma in base al prezzo più altoofferto dai vari produttori nel loro complesso, con il risultato diconsentire loro grossi extra-profitti e un prezzo finale per iconsumatori più alto anche del 10%.
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I cosiddetti “oneri generali di sistema”, che pesano per un altro 10%sulle bollette elettriche e che servono a pagare lo smantellamento delle4 vecchie centrali nucleari italiane (212 milioni di Euro nel 2008), aripagare le imprese elettriche e l’Enel in particolare per gli investimentifatti prima della liberalizzazione (680 milioni di Euro nel 2007, 200milioni di Euro nel 2008 fino alla sua sospensione nell’ottobre del 2008)e soprattutto per incentivare le fonti assimilate alle rinnovabili, ossia laproduzione di elettricità con gli scarti delle raffinerie di petrolio, con irifiuti, con la cogenerazione a gas naturale. In particolare, queste fontinon rinnovabili, nel 2008 hanno rappresentato l’83,3% dei ritiriobbligati CIP-6 e il costo per i consumatori è stato di 1.720 milioni diEuro.
3.
L’inadeguatezza della rete elettrica nazionale sia in Alta, che Media eBassa tensione. La rete di trasporto e di distribuzione è stataprogettata negli anni ‘60 del secolo scorso, gli anni del monopolio, epensata principalmente come monodirezionale (poche grandi centraliconvenzionali che producono energia da trasportare prima di tutto aigrossi consumatori industriali) e quindi passiva. Le odierne esigenze
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sono invece di sviluppare reti di trasmissione sia passive che attive,cioè in grado di accogliere e smistare efficientemente anche i flussi inimmissione provenienti dai tanti piccoli e medi impianti (la cosiddettagenerazione distribuita). Inoltre nel Sud dell’Italia la rete ditrasmissione è particolarmente insufficiente e congestionata. Il risultatoè che, per esempio, mentre nel Centro-Nord l’energia elettrica èscambiata in Borsa tra un minimo notturno di 25 €/MWh e 70 €/MWhnelle ore di punta, in Sicilia il prezzo oscilla tra 25 €/MWh e 120 €/MWh,per non parlare della Sardegna dove arriva a 180 €/MWh in ore dipunta (
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). Possiamo sostenere quindi che un'altra buona fetta dellatariffa elettrica è imputabile alla inadeguatezza della rete elettricaitaliana.
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Infine quasi il 20% della bolletta elettrica se ne va in tasse e IVA.Secondo una indagine svolta da Confartigianato la tassazionedell’energia in Italia risulta superiore del 30 per cento rispetto allamedia europea, del 19,3 rispetto alla Germania, del 36,2 rispetto allaFrancia e addirittura del 63,9 per cento rispetto alla Spagna.Certamente la tassazione più consistente riguarda i prodotti petroliferi,ma anche sull’energia elettrica lo Stato non scherza. Due le imposteindirette che gravano sulle imprese per l’energia elettrica inproporzione ai consumi: una erariale di consumo e una addizionaleprovinciale. L’impatto di questo sistema di imposizione sull’industria èpesante: escludendo l’iva, un’impresa che consuma 160 megawattoraall’anno, paga il 25,4 per cento di imposte sui suoi consumi elettrici,contro una media del 9,5 per cento in Europa. La Confartigianato fanotare che in nessun’altra parte del continente si paga così tanto e chein 12 paesi l’accisa è addirittura zero. Ma non è finita. Dal 2001 l’Italiafa pagare meno tasse ai grandi consumatori di elettricità. In sostanza,chi consuma più di un certo livello di kilowattora al mese non paga nél’imposta erariale né l’addizionale provinciale.Mettendo assieme questi elementi scopriamo che la modalità con cui siproduce la corrente elettrica non c’entra proprio nulla e che l’alto costodell’elettricità in Italia è dovuto esclusivamente ai privilegi di cui ancoragodono i vecchi monopolisti, i produttori di elettricità e i petrolieri,all’inefficienza del sistema elettrico italiano e alla voracità dello Stato.
In Francia l’energia elettrica costa meno perché ha il nucleare
.E’ il cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, purtroppo incapaci dicomprendere la storia e l’intimo rapporto che ha legato da sempre ilnucleare civile con il nucleare militare. Di fatto le condizioni che hannoportato la Francia a diventare una potenza nucleare sono frutto delgenerale De Gaulle e della sua costante azione politica di creare, in pienaguerra fredda, un polo nucleare europeo a guida francese.
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Vedi gli esiti del mercato del giorno prima del 18 maggio 2009 rilevati dal Gestore del Sistema Elettricohttp://www.mercatoelettrico.org/It/Default.aspx 
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