La fatica della bellezza
di Renato Pontiroli
I boschi che abbracciano la casa si sono spogliati dei colori cangiantid’autunno, restano pennellate di giallo sui pioppi, qualche macchia marrone difoglie secche abbarbicate su castagni e querce e il verde intenso d’edere cheavvolgono alcuni alberi. Le prime gelide folate di maestrale mulinellano ilfogliame caduto lungo i pendii ed è tempo di starsene vicini alla stufa,lavorando, leggendo, cucinando corroborati da un caffè lungo o da una tisana.La stufa però necessita continuamente di essere riempita di legna, quindi escoe imbocco la salita di fianco al fosso che scende dallo Scravaion, durante i tantigiri ho memorizzato alcuni pioppi, faggi e carpini caduti negli anni precedenti.Salgo lentamente con la sega a mano, dopo aver rassicurato il bosco che nontaglierò nessun albero vivo, lo faccio sempre per non sentirmi “osservato” malamente, una ghiandaia si alza improvvisamente da un ramo, facendo unputiferio incredibile: allarme, allarme …più sopra rumori di zoccoli e di ramirotti: cinghiali, stupiti … oggi non è giornata di caccia!!Uno spesso strato di foglie secche ricopre sassi e pozze d’acqua, gli scarponifaticano a fare presa, ogni tanto scivolo anche perché queste camminate sonooccasione di sporadici “stadi modificati di coscienza” naturalmente indotti,allora mi appoggio a un tronco, chiudo gli occhi e immagino di immergereradici giù nel terreno, fino a sentire la roccia, la vena d’acqua, il pulsare dellaTerra, annuso l’aria e resto immobile. Provo a vedere questo luogo con i sensidei suoi abitanti non umani originari. E’ per questo che non uso e non ho maiusato la motosega nel bosco.Tagliare i tronchi secchi, impignarli in verticale contro gli alberi: se pioveassorbiranno poca acqua e basterà un vento leggero ad asciugarli; la misura …quella giusta per portarli in equilibrio sulle spalle fino a casa. Questo è ilsettimo inverno che passiamo a Borgo Cerri, ad occhio e croce mi sono portatoun 500 qli. di legna a spalla, che noi accendiamo stufe dai primi di settembrefino a fine aprile. Un amico dei Bassi mi dice sempre che se facessi il contodelle ore mi accorgerei che conviene comperarla, e quelle ore impiegarle inlavoro produttivo. Certo, comperarla … alberi tagliati, argani, trattori, gasolio,motoseghe. Un tempo in questo borgo vivevano 70 persone, Sigfrido (il vicinopiù vicino) racconta:
“i boschi allora erano puliti e curati, la legna buona si vendeva, quella mediana si usava per scaldarsi (poco) le ramaglie grossefacevano carbone e le vedi a mezza costa le piazzole delle carbonaie, scure di terra … con le ramaglie piccole fascine … le foglie di faggio si portavano con i muli ad Albenga per le stalle al posto della paglia”.
Se il borgo tornasse ad essere abitato bisognerebbe fare tagli selettivi,trasportare i tronchi con un trattore, argani, motoseghe… Si pulirebbero leterrazze per fare orti, foraggio, cereali e poi stalle per gli animali, i pascolisull’anfiteatro… Un tempo facevo di questi sogni e speravo si avverassero.Cammino leggero con i due tronchi sulle spalle, mi fermo e riprendere fiato,guardo le terrazze dove i ginepri e i carpini e i pruni e la rosa selvaticapreparano per il bosco a venire, dove passano le volpi e i tassi e le faine, forseil lupo, poi sotto, in lontananza il nostro orto dove caccia la poiana e lenta
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