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Freud e il principio di realtà

Freud e il principio di realtà

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09/17/2010

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Francesco Lamendola
Il «principio di realtà» non è che il nichilismofreudiano spacciato per verità obiettiva
Chi ci abbia seguiti nel precedente articolo: «Una pagina al giorno: La morte, e poi?, diBonaventura Tecchi» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice), avrà senza dubbioriconosciuto, nel marito della povera Jeanne, il fisico Roberto Fauni, quella tipica figura diintellettuale materialista che non è soltanto chiuso e corazzato nelle proprie certezze laiciste eimmanentiste, ma anche bramoso di spegnere nel prossimo ogni anelito alla trascendenza, ognisperanza in una dimensione ulteriore della realtà.Abbiamo detto che egli è una figura tipica; aggiungiamo: «della modernità», perché è solo con lamodernità - e, in particolare, a partire dal libertinismo del XVI e XVII secolo, e poi conl'Illuminismo e il Positivismo - che la smania di dissacrare il mondo, di fare piazza pulita di ogniidea trascendente, di distruggere negli uomini fin la speranza o l'anelito verso una vita «altra»,insomma quel furore iconoclasta che non si limita a negare per sé, ma che vuole anche annientarenegli altri il richiamo della trascendenza, è un fenomeno caratteristico e inconfondibile del mondomoderno.Potremmo aggiungere che esso è il vero surrogato della religione, che ritiene di aver distrutta unavolta per sempre. Come dice Freud nel suo libro «L'avvenire di una illusione», la religione non hafuturo, perché gli uomini si sono ormai persuasi, essendo divenuti «adulti», che la vita non è quelloche essi vorrebbero (principio di piacere), ma quello che è (principio di realtà), ossia una necessità;e, così come non possono più essere blanditi o intimoriti, allo stesso modo non hanno più motivo dirifugiarsi nella illusione (della sopravvivenza) e della consolazione (che la loro morte abbia unsignificato trascendente).È proprio nello zelo missionario con il quale il filone principale della psicanalisi si accanisce e siillividisce nell'opera di demolizione dei vecchi dei, che si possono riconoscere i segniinequivocabili di una nuova religiosità, dove la scienza ha preso il posto della religione; o, per dir meglio, non la scienza in quanto tale, ma la sua versione ottocentesca e positivista: quantitativa,materialista, riduzionista, meccanicista.Ora, se tutto questo fosse presentato semplicemente come un nuovo orientamento filosofico, uno frai tanti, potremmo anche perdonargli il suo «peccatum originalis»: essere nato dalle teorie di unmedico ebreo viennese che, a partire da un certo momento, e sulla base di risultati cliniciestremamente dubbi, se non proprio falsificati (come per il celebre caso dell'«uomo dei lupi», alquale i discepoli di Freud giunsero a offrire del denaro perché emigrasse in America e il pubblicoeuropeo non venisse mai a sapere che la psicanalisi non lo aveva affatto guarito), si è improvvisatofilosofo, sentenziando a trecentosessanta gradi sulla realtà e costruendo un vero e proprio «sistema»che, quanto a pretese di esaustività e assolutezza, non ha nulla da invidiare a quelli classici,culminanti con l'idealismo hegeliano.Ma Freud e i suoi seguaci non si sono limitati a fare della filosofia, a proposito e a sproposito, senzaaverne gli strumenti concettuali e, in genere, senza avere nemmeno la «forma mentis» che ne è il presupposto indispensabile: ossia quel particolare gusto delle distinzioni e delle sfumature, senza ilquale si finisce per semplificare e per impoverire tutto. No: Freud e la sua scuola hanno voluto fare, della loro particolare teoria, e della loro particolarevisione del mondo, niente di meno che
LA REALTÀ
, «sic et simpliciter».
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Il filosofo francese Paul Ricoeur, nel suo fondamentale testo «Della interpretazione. Saggio suFreud», ha così delineato la posizione del «padre» della psicanalisi riguardo al principio di realtà eall'accettazione della morte, come appare nelle ultime opere dello psicanalista austriaco (titolooriginale: «De l'interprétation. Essai sur Freud», Paris, Éditions du Seuil, 1965; traduzione italianadi Emilio Renzi, Milano, Il Saggiatore, 1966, 1979, pp. 359-61):«Che cosa è, infine, il principio della realtà? […]Abbiamo preso le mosse da una opposizione elementare, riguardante il "funzionamentodell'apparato psichico". Nella misura in cui il principio del piacere possedeva una significazionesemplice, allo stesso modo il principio della realtà non presentava misteri; tutte le interpretazioniavanzate da Freud, sia quelle direte che quelle indirette, sono il prolungamento dell'unica lineatracciata dal saggio del 1911 sui "Due principi regolatori della vita psichica", la linea dell'utile, laquale, mentre il principio del piacere è biologicamente pericoloso, rappresenta il reale ecorrettamente inteso interesse dell'essere vivente. […] Così la realtà è innanzitutto l'opposto dellafantasia, è il fatto quale lo constata l'uomo normale, è il contrario del sogno e dell'allucinazione. Inun senso più specificamente analitico, il principio della realtà designa l'adattamento al tempo e allenecessità della vita nella società, e la realtà diventa quindi il correlato della coscienza, poi dell'Io;mentre l'inconscio - l'Es - ignora il tempo, la contraddizione e obbedisce solo al principio del piacere., la coscienza - l'Io - possiede una organizzazione temporale e tiene conto del possibile e delragionevole.È chiaro che nulla in questa analisi implica un accento tragico, nulla anuncia la visione del mondodominata dalla lotta tra l'Eros e la morte.A buon diritto si pone l'interrogativo su che cosa diviene questa opposizione semplice tra desiderioe realtà, quando la si ricolloca nel campo della nuova teoria degli istinti. È certo che la questione èlegittima: innanzitutto nella misura in cui il primo termine della coppia, il piacere, oscilla nella sua più fondamentale significazione; e poi nella misura in cui la realtà ha in sé la morte. Ma questamorte che la realtà tiene in riserva non è più l'istinto di morte, ma il mio morire, la morte comedestino, ed è questa morte che dà alla realtà l'aspetto dell'ineluttabile, dell'inesorabile; a causa dellamorte-destino, la realtà si chiama necessità e prende il tragico nome di Ananke. Seguiamo quindiquesta traccia e chiediamoci fino a che punto l'elemento più antico del freudismo - il duplicefunzionamento dell'apparato psichico - è stato innalzato al trono della grande drammaturgia delleultime opere. Non si può non riconoscere che la filosofia finale di Freud non ha realmente trasformato, quanto piuttosto rafforzato, e, vorrei dire, irrigidito, i vecchi tratti del principio della realtà. Solo entrostrettissimi e rigidissimi limiti è possibile affermare che il tema "romantico" dell'Eros hatrasformato, per contraccolpo, il principio della realtà. Ma questo scarto tra la relativa mitizzazionedel'Eros e la fredda considerazione della realtà è degno di attenzione e di riflessione: la sottilediscordanza è forse rivelatrice dell'essenziale dello spirito filosofico del freudismo.Effettivamente, nel momento stesso in cui Freud accentuava il dualismo dell'Eros e della morte,accentuava anche la lotta contro l'illusione, ultima trincea del principio del piacere, rafforzando intal modo ciò che potremmo chiamare la sua "concezione scientifica del mondo", il cui motto potrebbe essere: al di là dell'illusione e della consolazione.Sotto questo rispetto gli ultimi capitoli dell'"Avvenire di una illusione" sono estremamentesignificativi: la religione, afferma Freud, non ha avvenire, ha esaurito le sue risorse di costrizione edi consolazione. Il principio della realtà, in cui "Totem e tabù" aveva già riconosciuto una fase dellastoria umana parallela a una fase della libido, diviene allora il principio che presiede all'età post-religiosa della cultura. In questa età prossima, lo spirito scientifico assumerà il rilievo dellamotivazione religiosa e solo l'interesse sociale darà vita alle proibizioni morali. Modellando le precedenti prospettive sul sovrappiù di esigenza del super-Io, Freud suggerisce che ciò che sarà perduto dalla parte della santità e del comandamento, lo sarà anche per ciò che riguarda la sua
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rigidità e la sua intolleranza; è possibile che 'uomo, smettendo di sognarne l'abolizione, si dedichi alsuo miglioramento, trovandolo infine ragionevole e perfino piacevole.Tutto ciò potrebbe far pensare alle profezie razionalistiche e ottimistiche del secolo scorso [ossiadell'Ottocento], ma lo stesso Freud obietta a se stesso che la proibizione non è mai stata fondatasulla ragione, ma su potenti forze emotive, come il rimorso per l'assassinio primitivo, lo stesso,senza dubbio, che ha svelato la potenza delle forze distruggitrici che lavorano contro l'etica e, quelche è peggio, nel cuore dell'etica. Freud non ha dimenticato niente di tutto questo, e lo ribadiràancora con maggior energia, alcuni anni dopo, nel "Disagio nella civiltà". La sua timida speranza siaggrappa a un punto solo: se la religione è la nevrosi universale dell'umanità, essa è in parteresponsabile del ritardo intellettuale dell'umanità, ma è anche l'espressione di possenti forszesopravvenute dal basso così come ne è la educatrice. Il progetto d una umanità non religiosacomporta quindi una probabilità, misurata con estrema esattezza dal parallelismo tra la crescitadell'umanità e quella dell'individuo:"L'infantilismo, non è forse vero, è destinato a essere superato; gli uomini non possono essere deifanciulli per sempre, è necessario che alla fine si avventurino nell'universo ostile. Questo possiamochiamarlo educazione alla realtà: devo confessare che il mio unico scopo, scrivendo questo libro, èstato di attirare l'attenzione sulla necessità di fare questo passo in avanti?" [da: "L'avvenire di unaillusione" G. W., XIV, p. 373].»Da un punto di vista filosofico, questa pagina d prosa è semplicemente imbarazzante; e davveroverrebbe da chiedersi per quale ragione questo «maestro del sospetto» sia stato acclamato come ungrande filosofo, se non fosse piuttosto evidente che la ragione consiste proprio nel fatto che egli haestesamente teorizzato e innalzato al rango di paradigma un modo di sentire ormai largamentediffuso nella società e nella cultura moderna, ma percepito - nella maggior parte dei casi - inmaniera vaga e confusa.L'affermazione che l'infantilismo è destinato ad essere superato, ad esempio, è di quelle chelasciano senza parole per la loro rozzezza filosofica e per l'assoluta mancanza di senso, assenza diuna definizione di cosa si intenda per «infantilismo». È semplicemente un inno alla visionerazionalistica e scientista propria del positivismo, secondo la quale il progresso è un processolineare di accumulazione del sapere (e del potere ad esso correlato, come sosteneva Francis Bacon),e, quindi, essere adulti è meglio che essere bambini Non ci si prende nemmeno la briga di spiegare perché sia meglio; lo si dà per scontato, per auto-evidente; al lettore sta dedurre che, se essere bambini vuol dire essere imperfetti (perché privi di unavisione razionale delle cose), allora essere adulti è cosa migliore dell'essere bambini, in quanto si sadi più (e si è in grado di esercitare un potere maggiore). E quell'intercalare quasi gergale, tipico deldiscorso parlato (nei bar o negli autobus, non propriamente in sede filosofica): «non è forse vero»,senza neanche il punto di domanda, perché non è una domanda ma un'affermazione, è la confermaindiretta, ma estremamente precisa sul piano psicologico, di quanto il modo di ragionare freudianosia approssimativo e semplicistico sul piano concettuale.Freud non si domanda se l'infantilismo debba essere superato; lo proclama: e la sua persuasione alriguardo sembra riposare unicamente sulla certezza kantiana che, senza i lumi della ragione,l'umanità è destinata a rimanere eternamente bambina. Ma ora, per fortuna, la ragione è arrivata: sichiama principio di realtà, e reca la firma di Sigmund Freud.Quanto ai contenuti di quel passo, il minimo che si possa dire è che se, per il loro autore, diventareadulti (anche metaforicamente) significa addentrarsi nell'universo ostile, allora vuol dire che prendere atto della realtà equivale al disincanto totale, a vedere il mondo come qualche cosa di brutto, sgradevole e minaccioso e con cui, tuttavia, bisogna venire a patti.Subentra, qui, la concezione freudiana di Ananke, intesa come rassegnazione e sottomissione a un principio superiore: il principio di realtà, appunto. Non si può non vedere come Freud, a questo punto, faccia passare un concetto meramente psicologico (un
SUO
concetto psicologico; anzi, una
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