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Trabattoni. Platone Dialogo

Trabattoni. Platone Dialogo

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05/28/2014

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
Dialogo
di
Franco Trabattoni 
1Il richiamo a Platone: dialogo, reminiscenza, innatismo
Parlando della forma dialogica come strumento di comunicazione filosofi-ca, il primo e imprescindibile punto di riferimento è Platone. Sulla scia di
Platone nel mondo antico e tardoantico si collocano poi numerosi altri auto-
ri che implicitamente o esplicitamente si richiamano a quel modello: i nomi
più significativi sono ovviamente quelli di Aristotele, Cicerone, Seneca, Plu-
tarco e Agostino. Ma il riferimento a Platone, o comunque agli antichi che da lui derivano, è facilmente reperibile anche in autori che hanno scritto dialoghi in epoca moderna. Qui citeremo, a titolo di esempio, solo tre casi salienti.Nel famoso prologo
 Al discreto Lettore
 che apre il
 Dialogo sopra i due massimi sistemi 
, scrive Galileo: «Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di dialogo, che, per non essere ristretto
alla rigorosa osservanza delle leggi matematiche, porge campo ancora a
digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento»
1
. È vero che
Platone non è qui nominato, ma non può non suscitare attenzione il fatto
che una di queste digressioni, nel dialogo medesimo, è una sorta di mito che l’autore attribuisce piuttosto esplicitamente a Platone. A questo si può anche aggiungere la discussa questione del platonismo di Galileo, che è stata molto
dibattuta soprattutto a partire dalla comparsa del ben noto studio di Ale-xandre Koyré
2
. Lo stesso Koyré cita un passo del
 Dialogo
 che sembra esse-
1. G. Galilei,
 Le opere di Galileo Galilei 
, a cura di A. Favaro, Barbera, Firenze 1890-1909,
vol.
VII
, p. 30. Per le fonti platoniche di questo mito, che Galileo riprende anche in
 Discorsi e dimostrazioni matematiche
, cfr. F. Acerbi,
 Le fonti del mito platonico di Galileo
, in “Phy-sis”, 37, 2000, pp. 359-92.2. A. Koyré,
Galilée et Platon
, in Id.,
Études d’histoire de la pensée scientifique
,
PUF
,
 Paris 1966, pp. 147-75.
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
FRANCO
 
TRABATTONI
re significativo per il nostro assunto: «
SIMP
. Io ho posto mente più volte al vostro modo di ragionare, il quale mi ha destato qualche pensiero che voi incliniate a quella opinion di Platone, che
nostrum scire sit quoddam remi-
nisci 
3
: però, di grazia, cavatemi di questo dubbio, dicendomi “il vostro
senso”»
4
. Sagredo non risponde in modo diretto a questa domanda, prefe-rendo invece chiarire la sua posizione mediante i fatti. E dunque riprende
a interrogare Simplicio sul tema qui in oggetto, ossia il moto centrifugo.
Quando poco più avanti, richiesto di dire di che genere sia il moto del grave
che sfugge dalla circonferenza, Simplicio chiede un po’ di tempo per pen-sare, Salviati fa notare a Sagredo che proprio questo è il
quoddam reminisci 
 di cui si parlava sopra. Galileo sembra dunque qui riferirsi, sulla scia del
 Menone
 platonico, a un’interpretazione della reminiscenza intesa come per-
corso di apprendimento: il dialogo, in tale contesto, sarebbe il metodo più adatto per la ricerca scientifica e filosofica appunto in quanto è lo strumen-to più efficace per stimolare il ricordo.Una situazione analoga, ma molto più articolata e più esplicita nei suoi riferimenti a Platone, troviamo in Leibniz. È noto che Leibniz, durante il suo soggiorno parigino del 1676, lesse (in traduzione latina) il
Fedone
 e il
Teeteto
, e ne stese delle sintesi
5
. E non è certo un caso che sia proprio dello stesso anno un dialogo (
Pacidio a Filalete. Metafisica del moto
) che esordi-sce in questo modo:
Qualche tempo fa, trovandomi con delle persone importanti, ho sostenuto che il metodo espositivo socratico, come è presentato nei dialoghi platonici, mi sembra eccellente: non solo, infatti, con discorsi familiari instilla nell’animo la verità, ma vi si manifesta l’ordine stesso secondo il quale si riflette, procedendo dalle cose note a quelle ignote, dato che ciascuno risponde ciò che ritiene vero senza nessun sug-gerimento, purché venga interrogato nel modo giusto
6
.
Le ragioni che Leibniz adduce in favore di questa sua preferenza sono un
misto curioso di temi aristotelici e platonici: aristotelica è infatti l’idea secon-
do cui si debba procedere dalle cose note a quelle ignote (nei termini di
Aristotele, da ciò che è primo per noi a ciò che è primo in sé), mentre è
3. Cfr.
 Menone
 81 d 4-5,
Fedone
 72 e 5-6. 4. Galilei,
 Le opere
, cit., vol.
VII
, p. 217.5. G. W. Leibniz,
 Sämtliche Schriften und Briefe
, Bd.
VI
, Deutsche Akademie der Wis-senschaft, Berlin 1957 (d’ora in avanti SS), pp. 283-310. Cfr. F. Piro,
 Leibniz e l’«arte di com- porre dialoghi»
, in G. W. Leibniz,
 Dialoghi filosofici e scientifici 
, a cura di F. Piro, Bompiani, Milano 2007, pp.
IX 
-
 X 
; H. Castañeda,
 Leibniz and Plato. Phaedo Theory of Relations and Pre-dications
, in M. Hooker (ed.),
 Leibniz: Critical and Interpretative Essays
, Manchester Uni-versity Press, Minneapolis (
MN
) 1982, pp. 124-60 (p. 125).6. Leibniz,
 Dialoghi filosofici e scientifici 
, cit., p. 393.
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
DIALOGO
ovviamente platonico il richiamo alla situazione “dialogico-maieutica” in
cui chi interroga non suggerisce in alcun modo all’interlocutore il contenu-
to delle risposte, ma si limita a interrogarlo nel modo giusto (ossia nel modo
che permette all’interrogato di giungere da sé, senza aiuti, alle risposte cor-rette). La seconda ragione richiama naturalmente la maniera socratica di dia-logare, e più specificamente la dottrina platonica della reminiscenza, con riferimento piuttosto al
 Menone
 che al
Fedone
. Il fatto che Leibniz cono-
scesse il famoso esperimento che Socrate conduce con lo schiavo in quell’opera platonica è del resto documentato direttamente dal prologo del
 Dialogo sull’aritmetica e l’algebra
7
. Il dialogo si svolge nel giardino dell’importante uomo politico Areteo, dove già si trova il dotto Carino
(esperto in particolare di matematica), e si apre con l’arrivo di un famoso personaggio di nome Eusebio. Questi viene descritto come una persona
anziana, resa autorevole da grandi imprese compiute in passato, e ora dedi-ta soprattutto alla contemplazione delle cose umane e divine. Quando Are-
teo gli chiede quali sono le sue ultime meditazioni
8
, Eusebio modestamen-te dichiara che ascolterebbe volentieri la discussione già in corso. Ma poi, dal momento che gli interlocutori conoscono la predilezione di Eusebio per gli scritti di Platone, il dialogo si orienta subito in questa direzione. Eusebio ha appena letto il
Fedone
, e per quanto non tutti gli argomenti di Socrate lo abbiano soddisfatto in pieno, è rimasto molto colpito dalla dot-
trina della reminiscenza: «Infatti se vi sono verità nascoste nell’anima e che
essa non ha tratto né dai sensi né dall’insegnamento altrui, se essa ha biso-
gno non tanto di un docente quanto di un esaminatore per scoprire da sola
delle verità molto astruse, allora si deve dire che la sua essenza non dipen-de dal corpo o dai sensi»
9
.Interviene a questo punto Carino,
affermando che egli non aveva ancora esaminato quali conseguenze se ne possano trarre, ma che della verità di tale reminiscenza, se rettamente intesa, non dubitava affatto. Né gli sembrava difficile ottenere da un qualunque fanciullo, purché atten-
to e disposto ad applicarvi l’animo, delle prestazioni di gran lunga maggiori di quel-
la ottenuta da Socrate, allorché – nel dialogo di Platone che si chiama “Menone” – interrogando un fanciullo, lo conduce a riconoscere da solo che la diagonale del quadrato è incommensurabile con il lato
10
.
7. Ivi, pp. 513-677.
8. Tutti questi elementi mostrano che il modello formale del dialogo è Cicerone, più che
Platone.9. Leibniz,
 Dialoghi filosofici e scientifici 
, cit., p. 51710.
 Ibid 
.
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