Description
E' il mio primo romanzo, pubblicato da Mondadori. Nasce Samuel Monk, un impiegato del Consolato ameircano di Napoli, svagato e fascinoso, che impara a giocare in Borsa e guadagna un sacco di soldi. Sullo sfondo il terrorismo di Al Quaeda.
Incipit:
Il suo nome era Benedetto Croce, ma non era il filosofo.
Il padre, Salvatore Croce, aveva deciso di chiamare suo figlio Benedetto. A Napoli, a quell’epoca, il filosofo veniva in graduatoria dietro solo a San Gennaro e ad Achille Lauro.
Anche quella sera la massa enorme di don Benedetto era depositata al tavolino del caffè Caflisch, ma si avvicinava ormai l’ora della chiusura. Tra poco avrebbe dovuto avviarsi per le strade in solitudine.
Nell’attesa stava ancora elaborando un pensiero.
Samuel Monk nel pomeriggio gli aveva posto il quesito. Si era affezionato a quel giovanotto, l’americano, i capelli rossi e gli occhiali tondi, il viso di efelidi.
“Perché il mio capo è... è...?”; e l’americano non aveva saputo aggiungere altro, scrollando la testa. Questo era stato il quesito.
Don Benedetto aveva capito la domanda e conosceva la risposta.
Aveva fatto una pausa - lo ricordava benissimo - guardandosi in giro, come se stesse scegliendo le parole, e poi: “Sam, noi ci portiamo dentro un archetipo… così si chiama: archetipo… che proviene dalla notte dei tempi, fin dal nostro passato animale” e qui aveva fatto un’altra pausa: “è la gerarchia.
Tutta la nostra società è organizzata su questo archetipo.
Ci devono essere i capi e quelli che non sono capi, sennò non siamo contenti.
Dicono che la democrazia è bella perché tutti sono uguali... nu cazzo: anche in democrazia ci sono i capi e quelli che non sono capi.
E questo archetipo è così forte, così radicato, che diventare capo di qualcuno che non è capo diventa l’obiettivo per gente che non ha talento, e tieni presente che la maggior parte della gente non ha talento”. Un lungo respiro, e poi, con la voce velata di vecchio: “La corsa è quella a diventare capi, non a fare cose buone o belle o utili. No: l’obiettivo è essere un capo. Di che cosa? non ha importanza; l’importante è esserlo. Ad Einstein non importava nulla di essere un capo. Warren Buffett gestisce migliaia di miliardi ed è il capo di 11 persone... ti parlerò di Warren Buffett un giorno, adesso non ne ho voglia... A loro non gliene importa nulla di essere un capo perché loro hanno, o avevano, qualcosa da fare. Gli altri non hanno nulla da fare, nulla da realizzare, perché non ne sono capaci. Ed è per questo che vogliono solo comandare. Magari anche solo un reparto di due manovali, ma l’importante è comandare. Un giorno mi hanno presentato un torinese, un certo Pautasso mi pare… mi ha stretto la mano e mi ha detto con quell’accento: ‘Piacere, Pautasso, caporeparto Fiat’; renditi conto. Quando poi sono diventati capi, quando alla fine ce l’hanno fatta, hanno ancora meno da fare di prima, e l’unico esercizio vitale è mostrare che sono dei capi, ossia che hanno la facoltà di dire sì o no. E allora dicono sì o no a seconda se il momento lo richiede, non se l’argomento lo richiede. E dato che per la maggior parte del tempo non hanno niente di importante da fare, devono inventarsi un lavoro, e allora decidono di fare cambiamenti. Abbiamo un consulente bravo che ci segue da anni? Cambiamolo, via - anche se quella è una delle poche cose che funzionano. La procedura per la consegna delle merci l’ha fatta il mio predecessore? Non può funzionare: cambiamola. Il cambiamento per mostrare che loro ci sono, che lasceranno un’impronta… magari un’impronta di merda, ma un’impronta. E se pensano che la loro autorità sia contestata diranno no a qualunque richiesta, qualunque essa sia - il contenuto non ha importanza - per far capire che loro hanno la capacità di fare o non fare raggiungere agli altri i loro obiettivi. Questo è il potere Sam; non c’è altra definizione di potere. Bertrand Russell ha sbagliato quando ha scritto che il potere è la capacità di raggiungere i propri obiettivi;