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ffrontare un’opera come la BWV1080,meglio conosciuta come Die Kunst derFuge-L’Arte Della Fuga, composta da unJohann Sebastian Bach malato e prossimoalla morte, non è cosa da poco. Eppure ilgiovane e talentuoso pianista iranianoRahmin Bahrami non ha esitato. Il suo Artedella Fuga (Decca, 2007) presenta la carat-teristica di un’interpretazione coraggiosa eforte, piena di una malinconia avvolgente edi una sicurezza nell’esecuzione che nontradisce fino all’ultimo brano. Coraggio esicurezza, perché questa BWV1080 è pro-prio l’ultima opera del grande Bach, porta-ta avanti sotto dettatura dal maestro diLipsia, ormai cieco e malato, e nella qualenon ne erano neanche stati specificati glistrumenti per l’esecuzione. La consuetudi-ne prevalente nel tempo ha indicato nel pia-noforte e nel cembalo quelli più idonei, maè fuori di dubbio che questa partiturarimanga nei secoli un oggetto misterioso equindi di difficile esecuzione. Bach morìsenza terminare la Die Kunst der Fuge nel1750, lasciandoci nel dubbio e nell’insicu-rezza espressiva, nonché tecnica. La Fugarimane ancora oggi una delle forme del pen-siero musicale occidentale tra le più impor-tanti e Bach ne fece nelle sue note unasumma di arte combinatoria senza preceden-ti ne seguiti. Ecco quindi le platee intuirequesto passo difficoltoso e rispondere conentusiasmo. Rahmin Bahrami ha datoall’opera immortale un’aura trascendenta-le e sognante, una chiave alternativaall’universo bachiano basata sulle trascri-zioni del nobile maestro del piano CarlCzerny (1791-1857), allievo viennese diBeethoven e a sua volta maestro di Liszt.Secondo molti la stella iraniana ha dato aquesti brani il significato di un omaggiopersonale al J. S. Bach suo idolo assoluto.Probabilmente è vero perché questo è unlavoro intenso, tecnicamente impeccabile,con un’interpretazione estremamente emo-tiva che forse ha lasciato un fianco dell’au-tore scoperto alla critica più intransigente.Una nota negativa, se c’è, è da evidenziarenella scelta della Decca di presentareun’opera di tale importanza con una lun-ghezza complessiva di 78 minuti, contro i90 di media degli altri solisti. Una scelta dimercato si dice, meglio un cd solo che unodoppio, forse remunerativa economicamen-te, ma sconsigliabile in rapporto alla qualitàdelle esecuzioni, in alcuni casi simili a unagaloppata sui tasti.
FLAVIO FABBRI
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Music InOttobre Novembre 2007
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resentato alla 64^ Mostra del Cinema di Venezianella Sezione Orizzonti, Die stille vor Bach (TheSilence Before Bach), l’ultima opera del cineastaspagnolo Pere Portabella è un intenso lavoro emo-tivo legato all’estetica pura delle melodie eterne del com-positore tedesco.Johann Sebastian Bach però non è il soggetto di questofilm, né il film è un suo biopic, ma ne è l’oggetto. La suamusica attraversa la pellicola anche con l’esecuzione inpresa diretta eseguita dall’attore ed esecutore ChristianBrembeck. Portabella, da ‘regista Punk’ (da una nota defi-nizione che ne diede un critico), ha cominciato a sforbicia-re la storia del compositore, mantenendo ferma la suamusica. Per poi ricomporla, a prima vista casualmente, inun patchwork spazio-temporale, in cui si alternano perso-naggi e situazioni non collegate ma piene dell’universalitàderivante dalla musica stessa.Per una volta quindi, non sarà la musica a commenta-re le immagini, ma viceversa. Ecco perché non importase queste ultime non seguono un piano temporale omo-geneo. Perché non sono da seguire le immagini, ma lamusica. Quando Bach arriva con la sua famiglia a Lipsiaper lavorare era ancora un kantor senza un soldo. Lasua era una vita poco agevole ma dignitosa, grazie allasua musica e al suo amore per questa. Poi arrivano iriconoscimenti e il benessere materiali, prima che lastoria decide di inghiottire nell’oblio tutto la sua stermi-nata produzione. Ma la musica non si ferma alla storiae le immagini cominciano a seguire le note di un ronde-au ubriaco passando per la bellissima scena dalle cro-mature eccitanti del macellaio che incarta la carne conlo spartito insanguinato della Passione secondo Matteo(la preferita dallo stesso Bach), finita fortunosamentenelle mani di un giovane Felix Mendelssohn Bartholdy,che ebbe il merito, eseguendola di nuovo nel 1829, diriportare alla luce il genio di Bach.Per poi passare nella camera scura dell’accordatorecieco e ritrovarci con due camionisti che nei loro bison-ti d’autostrada ascoltano le melodie di Bach, fino adarrivare sotto la metro e trovare violoncellisti che suo-nando sempre le sue melodie chiedono l’elemosina.Infine, bellissimo, il parallelo tra i ragazzi del XXI secoloche ascoltano le sue composizioni e il JohannSebastian padre che insegna a suonare questa musicaai suoi ragazzi (da notare che i suoi figli furono tutti deitalentuosi musicisti, tant’è che Bach divenne termineper indicare chi suonava a corte).Un gioioso ponte immaginario che solo la musica puòcreare tra generazioni altrimenti perdute nella Storia,cercando di unire tempi e vite diverse come fosse un innoall’Europa di tutti i tempi, all’unione dei popoli (nel film siparla italiano, tedesco e spagnolo), come volontà finale diuna composizione ipotetica, fatta finalmente di persone enello stesso tempo di note musicali. Anche la musica, nonsolo la politica, è in grado di portare le idee lontano neltempo.
Flavio Fabbri
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n concomitanza con il tour che lovede impegnato in questo periodotra Europa e Giappone, DavidSylvian da alle stampe il suo nuovolavoro dal titolo When Loud WeatherBuffeted Naoshima, che–è bene che ilpubblico sia avvertito–non ha nulla ache vedere con il raffinato e ricercatopop d’autore che ci ha regalato con ilrecente progetto firmato Nine Horses enelle ultimissime apparizioni live inItalia. Siamo di fronte ad un unicobrano di 70 minuti commissionatodalla Naoshima Fukutake Art MuseumFoundation in Giappone come partedella mostra Naoshima-Standard 2 chesi è svolta nell’omonima isola giappo-nese da ottobre 2006 ad aprile 2007.Il pensiero, al primo ascolto, corre subito aquella produzione strumentale di Sylvianche, partita con Alchemy–An Index Of Possibilities (contenente l’inarrivabile suiteWords With The Shaman e la splendidaSteel Cathedrals) e la seconda parte del dop-pio Gone To Earth, si è sviluppata nelle col-laborazioni con l’ex-Can Holger Czukay(Plight&Premonition e Flux+Mutability) enelle istallazioni con Russell Mills (EmberGlace–The Permanence Of Memory) e conRobert Fripp (Redemption–ApproachingSilence).Nella sua ultima produzione il nostro fa unpasso in avanti. Si sposta dall’ambient«classico» alle sonorità più elitarie del fieldrecording con inserti e collage sonori.Come al solito Sylvian si rivela sapientenella scelta dei collaboratori, questa voltatutti o quasi paladini della più significativascena sperimentale ed elettronica delmomento. Bastano i nomi: il francese AkiraRabelais, l’austriaco Christian Fennesz, iltrombettista norvegese Arve Henriksen e ilmaestro di shakuhachi Clive Bell. La lungacomposizione si presenta come un assem-blaggio di voci filtrate dal saporearcano, suoni di foreste, vento, stru-menti a fiato, altre vocalità dal fasci-no angelico, qualche drone piùtagliente e qua e là rumori di passi,porte che si aprono e cigolano. Tuttoapparentemente senza un filo condut-tore. Poco importa. Qui Sylvian è piùvicino alle concezioni di John Cage ealla musica concreta di Pierre Henryche alla musica per aeroporti di BrianEno o i soundscapes di Robert Fripp.Nata com’è per una istallazione artisti-ca che deve essere fruita in presenzadei forti rumori ambientali del luogoper il quale è stata scritta, la composi-zione è stata volutamente mixata per laproduzione in cd con i suoni della cittàdi Honmura, in modo tale da avvicinarel’ascoltatore all’esperienza reale dell’istalla-zione stessa. L’ultima particolarità di questodisco–che si presenta in una raffinata e sem-plice confezione da dvd con la cover art diSachiyo Tsurumi–è data dal fatto che esso èin edizione limitata e non sarà mai ristampa-to. Per volere dell’artista e della Fondazionecommittente, infatti, la composizione entre-rà a fare parte delle istallazioni permanentidel museo e solo lì potrà essere ascoltata unavolta esaurita l’edizione originale.
GABRIELE BRUZZOLO
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iunto, come la chiama lui, all’etàdell’«incoscienza» il decano deitrombonisti jazz italiani, MarcelloRosa, ci sorprende con l’uscita del cdnuovo di zecca AChild Is Born (NelsonRecords) che comprende, insieme a rilet-ture di celebri standard, molte sue compo-sizioni originali e ben quattro perle«bonus» rimasterizzate e riportate in granspolvero per i veri appassionati di questamusica, «brani vecchi ma non invecchia-ti», come tiene a sottolineare Rosa, infati-cabile artigiano e divulgatore del jazz (haideato e condotto per ben 30 anni trasmis-sioni radiofoniche musicali in Rai).E il bambino che compare tanto nel titoloquanto nella copertina è forse la cifra percomprendere l’anima di questo piccolo gio-iello, come da tempo agli appassionati di jazz non capita di ascoltare. Un’energia,una vitalità ed una spontaneità che, se nonsi sapesse chi ne è responsabile e che fiorfiore di musicisti lo stanno accompagnando(qualche nome? Andy Gravish, FabrizioBosso, Paolo Tombolesi, Gianluca Renzi etanti altri ancora), sembrerebbe avere lagrinta di un’opera prima, solo perfezionatada 55 anni di professionismo e da collabo-razioni con veri monumenti del calibro diLionel Hampton, Earl Hines, SlideHamtpton, Kay Winding.La voce del suo trombone è quella di sem-pre, quando ombrosa e malinconica, quan-do soprendentemente spumeggiante edironica, con quel fraseggio fluido, perfettoritmicamente ed essenziale al tempo stes-so, nessuna concessione a «note» fuoriposto e con un’idea melodica di cantabili-tà sempre scolpita in ogni battuta d’im-provvisazione.Due aspetti convincono maggiormente diquesto album: gli arrangiamenti articolatied intriganti che danno corpo e solidità adogni brano (ascoltate bene Lover Man, sianella versione di oggi sia in quella del 1974con Enrico Pieranunzi al piano e GegèMunari alla batteria, entrambe presenti nelcd) e, finalmente, la sensazione di compat-tezza del «gruppo» musicale jazz, in cui alprotagonismo del solista è sostituito il mec-canismo di insieme e dove ogni strumentoè al servizio dell’altro per la migliore riu-scita dell’ensamble; il cuore prende il postodel virtuosismo e ricama, traccia dopo trac-cia, il disegno unitario di una sensibilitàmusicale fuori dal comune.L’atmosfera in cui ci sembra muoversimeglio Marcello Rosa è quella degliumori della New Orleans perduta nelprimo decennio dello scorso secolo, sim-bolo e culla della musica jazz (TheSinner), come anche nello swing piùautentico che in brani come Senorita, dopoil tema spagnoleggiante, prende d’improv-viso per mano ed invita a ballare, mentrela versione della ballad The Very ToughtOf You arrangiata per quattro tromboni etromba (suona tutto su diverse piste lostesso Rosa) emoziona per l’intensità e laforza interpretativa.E quando si parla di swing, non può man-care un omaggio al suo nume tutelare,Duke Ellington, in una splendida versionedella celebre Prelude To AKiss, ingentili-ta dalla bella interpretazione della giovaneAngelica Caronia.
PAOLO ROMANO
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a musica delloscandinavoNordgarden,contaminata dainfluenze inglesi eamericane (rock e jazz), si sviluppasoprattutto comeenergia personale,intima, sul solcodella tradizione deicantautori a cuiattinge (da Cohen aJeff Buckley, da Bruce Springsteen a Fabrizio De André).Per il suo secondo disco, ABrighter Kind Of Blue, si èavvalso della collaborazione di Peder Øiseth (tromba, vio-lino, banjo, organo), di E. Hareide (basso) e C. Skaugen(batteria); un cd acustico, quindi, che mette in risalto suavoce potente e limpida. La title track, che è anche il branodi apertura, risulta particolarmente efficace: ha una melo-dia ampia, illuminata da un arrangiamento arioso ed essen-ziale; il suo titolo può suggerire riferimenti alla celebreKind Of Blue di Miles Davis, ma questi sono presenti dipiù in altri brani del disco (To The River, Good ThingsDie). La leggerezza e la serenità che sembrano sosteneretutto l’album sono venati dalla malinconia di Blessed,quasi una ballata barocca, a cui Nordgarden aggiunge levibrazioni di una voce ben timbrata, e Metronome, branostrumentale, in cui un violino classico, dolente scandisce ilfluire del tempo. Dieci tracce partorite da un'ispirazionepura, rielaborate in maniera raffinata, in cui pop, jazz efolk convivono in maniera armonica e convincente.Crepuscolare.
NICOLACIRILLO
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