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Fa piacere al nostro piglio patriottico(perlomeno a chi ce l’ha) constatare chealcuni artisti italiani abbiano imposto laloro arte in tutto il mondo. Un esempiosu tutti è quello di Ennio Morricone, per-sonaggio burbero ma geniale, schivoquanto preparato e creativo al quale per-doniamo la scontrosità in cambio diintramontabili melodie. Anche Pavarottiha portato nel mondo uno stile inconfon-dibile, pure se il fisco non perdonò i suoitorti in cambio di note vibranti.Tuttavia, Pavarotti rimane un cantantestraordinario in grado di fondere la pro-pria voce con quella dell’orchestra, nonun artista - termine che etimologicamen-te ha un’accezione legata al momentocreativo, al «dar principio a qualcosa»,riferibile quindi al compositore - ma sicuramente un grandissimointerprete di cui andare fieri. Esistono però anche dei fenomeni chesolo in Italia trovano spazio, probabilmente dovuti alla scarsa culturamusicale che contraddistingue la nostra gente e la porta ad apprezza-re musica il cui collocamento più adatto sarebbe negli ascensori, pos-sibilmente per pochi piani. Preso da una smaniosa volontà di appro-fondire ho cominciato a scaricare musica dal web; è un utilizzo deimezzi informatici che ritengo giusto se il fine è quello di conoscere lamusica prima di comprarla. Ho trovato diversi brani ad esempio diLudovico Einaudi, un pianista italiano molto noto, sulla cui carrieraha forse anche influito il cognome altisonante e i salotti che si portadietro.Certo, spacciare queste note per «musica colta» è un’offesa aBeethoven, Bach e Schoenberg, spacciarla per musica di qualitàdipende dalla norma ISO 9001 di riferimento, spacciarla per «musicaintellettuale» poi cosa significa? Che viene apprezzata nei salotti bene? Allora definiamola musica da salotto. Ho ascoltato I Giorni, LeOnde e altri brani, forse è proprio vero quello che malignamente sisussurra nei salotti Ikea, quelli del popolo: «Questo musicista usa soloi tasti bianchi».Per i non musicisti garantisco che è un’espressione che non suonacome un complimento, tradisce una sciattezza creativa e una banalitàtematica che neanche uno studente di musica di 2°anno riuscirebbe agiustificare in una propria composizione. Anche altri suoi pezzihanno suscitato la stessa sensazione, ricordandomi certa musica newage degli anni Novanta, che però era volutamente concepita in manie-ra sempliciotta ed essenziale, ossessivamente ripetitiva e asettica inquanto destinata a fare da sottofondo ad altre attività e non ad avereuna valenza artistica autonoma.
CONTINUANELLAPAGINAJAZZ&BLUES
FENOMENI TUTTI ITALIANI M
 
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Non è morto solo lui, il tenore, anche se è ciò chevogliono far credere sotterrando quegli altri con unapala bella grossa. Ci sono altri artisti a un palmo daterra, freddi. Due a caso, Joe Zawinul e MaxwellLemuel Roach. Fresco fresco Luca Giacometti, chi-tarrista dei Modena City Ramblers, schiantatosi suun guard rail la notte del 5 ottobre. Sul colpo, nonuna morte elegante né annunciata quanto quella toc-cata a Luciano Pavarotti o al pianista austriacoZawinul, che hanno entrambi simpatizzato con ilcancro. Né quanto quella da idrocefalo di MaxRoach, uno che dormiva mentre moriva.Nel silenzio e nel sonno come coloro che, dovendoricordarlo, lo hanno passato in cavalleria: e alloragrazie al monopolio, grazie a chidecide chi deve morire e chi no.Ma grazie, soprattutto, alla morte,che ha coperto gli spazi vuotidelle testate e ne ha lasciati altri,quella stessa che consente diricordare la mortalità di unimmortale.Sarà d’accordo per una volta conme Benedetto XVI quando dicoche morto un papa se ne fa unaltro. Ci sono brani, però, che unavolta scritti restano come fossero Dna a dimostrarela teoria darwiniana dell’evoluzione della specie,quella selezione naturale che avviene sugli incapa-ci, sugli inadatti, sulle code che non servono e suidenti del giudizio.Restano note come Dna nei nostri geni, come quan-do Elvis Presley interpretò pezzi innovativi e benscritti o quattro ragazzotti schitarrarono a Liverpool.Come quando un’Édith molto simile a un passerot-to, piccola, sfortunata, si esibiva nei campi di con-centramento per i prigionieri di guerra e, nonostantequesto, riusciva a scrivere che la vita era rosa.Poi ci sono pezzi che fruttano milioni di dollari e,contandoli, sembra quasi che la morte non li sfiori.Ma che sono immortali al pari di una coda che pro-prio non serve. Sono immortali per quei trentaminuti di una vita intera in cui la coda serve per sco-dinzolare, ossia trenta minuti di felicità fasulla.Perché non è più lunga, non è di più, non è veracomunque. Trenta minuti e poi la coda sparisce dallaspecie. Così il brano da milioni di dollari, il tempodi ascoltarlo, canticchiarlo, scaricarlo, sparisce natu-ralmente. Diventa come un osso che di sacro non haniente. Siamo ciò che ci tramandano e stiamo tra-mandando male.Nel Dna resta Bohemian Rapsody, resta New YorkNew York, resta un duetto tra Louis Armstrong eAretha Franklin. Generazioni future, inconsapevoli,avranno un pelo cresciuto direttamente dal genomadi My Funny Valentine e un carattere forgiatodall’Arte della Fuga di Johannes Sebastian Bach.C’è qualcuno che una mattina si è alzato e ha scrit-to un molare come Take The ATrain, un dente chemastica, che nessuno consiglia di togliere anche sefa male come una canzone d’amore.C’è qualcuno che ha composto ossi sacri che, sacri,per quanto inutili, restano nell’orecchio a ricordo diun’era mentre l’era è crollata tutta con la coda, erisbuca come un motivetto nella doccia propriocome il dolore agli arti torna durante un cambio distagione. È in natura, è già dentro la specie.C’è qualcuno che ha lavorato come Dio e ha creatouna coda utile, felicità che dura più di trenta minuti:questi sono gli immortali, quelli che prima che artefacevano scienza perché conoscevano il cuore,prima che arte facevano psicologia perché curavanol’anima, prima che arte facevano musica perché lastudiavano prima di essere musicisti.C’è chi una mattina si è svegliato e ha compostoImagine, e chi non si è svegliato proprio. E un po’liinvidio entrambi.
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A CODA CHE NON SERV
 
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Redazione
Romina CIUFFAbeyond@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSApoprock@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.euCorinna NICOLINI edge@musicin.eu
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Litografica Iride SrlVia della Bufalotta 224, RomaAnno I n. 2Ottobre-Novembre 2007Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
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ERIODICO DI INFORMAZIONE
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ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE A CURA DEL
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Romina Ciuffa 
Sono quelli da salotti Ikea, cui è dedicata la musica dei tasti bianchi, dove maturano fenomeni senza spessore chein Italia si impongono come suonerie da cellulare mentre squilla il telefono. Sono quelli che ci ricordano quantoindietro sono l’educazione musicale italiana, gli investimenti nel settore e il mercato dei sottobicchieri da tavola
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Music InOttobre Novembre 2007
PIANO, SOLO
Luca Flores eKim Rossi Stuart come uno, solo.
DIETRO LE QUINTE
Qualcuno haspiegato a Stuart come essere Flores.Principalmente Principato.
QUENTIN TARANTINO
Ilmago del Nerve che fischietta
 
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lores era un grande musicista. Uno di quelli chesuonava ogni nota
come se fosse l’ultima
 , propriocome egli stesso definiva i musicisti che amava ascoltare».Aparlare è Pierpaolo Principato, il maestro che ha avuto ilcompito di preparare Kim Rossi Stuart ad interpretare ilruolo di Luca Flores e di assisterlo durante le riprese percurare i play-back delle esecuzioni pianistiche. Grande pia-nista jazz, racconta la sua esperienza come insegnante dipianoforte sul set del film «Piano,solo».
Come è stato «vedere» un film da «dietro le quinte?
Assisterealle riprese è stata un’esperienza interessante perché ti permette di scoprire i segreti che stannodietro la costruzione di una storia. Dall’interno comprendi meglio la grande fatica fisica ed emo-tiva che accompagna la realizzazione di un film. La cosa più intensa è l’emozione che suscita il«ciak» e la ripresa di una scena, quando tutti in pochi minuti devono dare il massimo.
Quali sono state le difficoltà maggiori?
L’unica reale difficoltà era legata al poco tempo a dispo-sizione per la preparazione. Questo ci ha costretto a trascurare un pò lo studio della tecnica el’impostazione e a lavorare direttamente sulle musiche del film cercando di raggiungere il mas-simo di credibilità possibile. In questo devo dire che Kim Rossi Stuart ha dimostrato di avereun grande talento ed un grande spirito di osservazione ed emulazione. Ciò gli ha consentito diinterpretare al meglio un ruolo così difficile e in così poco tempo. Tra l’altro ha imparato a suo-nare l’intero brano dell’ultima esecuzione in studio, How Far Can You Fly.
C’è differenza nell’insegnamento quando si tratta di preparare un attore ad interpretare un perso-naggio realmente esistito?
C’è una grande differenza. Abbiamo dovuto trascurare aspetti legatiallo studio dello strumento per favorire quelli che portassero alla maggiore aderenza possibileal personaggio. Abbiamo concentrato l’attenzione sulle zone del pianoforte in cui la musica simuoveva e cercato di adeguare gli atteggiamenti del corpo, ispirandoci allo stile di Flores. Kimha approfondito l’osservazione dei suoi modi di muoversi, sia come pianista che come uomo.
Hai mai incontrato Flores?
Ho conosciuto Flores nel 1987, durante il Festival della Versiliana incui ho suonato con il Quartetto «Jazz Union». Luca suonava tutte le sere nello spazio «JazzClub». Andai a sentirlo il giorno prima del nostro concerto e ne rimasi affascinato: suonava benissimo! Quella sera tra il pubblico c’era anche Herbie Hancock il quale, piacevolmente col-pito dalla sua esecuzione, andò di persona a complimentarsi con lui. Questa cosa mi emozionòmolto. Posso dire di averlo conosciuto a distanza perché non ho poi avuto modo di parlarci, maho ben scolpite nei miei ricordi le emozioni di quella sera.
Nel film emerge il legame di Flores con l’Africa dove ha trascorso l’infanzia e dove torna da adultodopo un momento di crisi, ci sono influenze di quella terra nella sua musica?
Le influenze africanesi sentono già nel jazz in sè. In particolare, in alcune sue composizioni mi sembra si colgano gliechi di quella terra, come ad esempio nei brani del disco Love For Sale. Luca Flores considera-va la musica un linguaggio universale, forse per lui l’unico modo per esprimere le sue emozio-ni Ho apprezzato molto in lui la grande padronanza armonica e soprattutto quell’atteggiamen-to di chi non si accontenta ma cerca sempre il massimo della profondità nella musica: il gusto,il tocco, il fraseggio ricercato, carico di intensità e sofferenza.
PIERPAOLO PRINCIPATO
mmaginate. Un assolato paesaggio americano. Una lunga strada pol-verosa e una meta lontana da raggiungere. Una macchina anni 70 coni sedili in pelle e una radio per tenervi compagnia. Come sottofondomusicale la colonna sonora dell’intera filmografia di Quentin Tarantino.Siete pronti? Che il viaggio abbia inizio.La scelta del primo brano è fondamentale. È lo stesso regista a sottoline-arlo: «Non riesco ad andare avanti nella scrittura di una sceneggiatura senon so quale sarà la musica d’apertura. È la musica che mi fa entrare nel-l’atmosfera e nel ritmo di un film». E allora potete scegliere: la voce diNancy Sinatra che con sommessa malinconia canta Bang Bang e ci ripor-ta alla mente la figura di Uma Thurman in abito da sposa e la strage ini-ziale di Kill Bill durante i preparativi delle nozze. Oppure, la chitarra diThe Last Race di Jack Nitzsche, il brano che dà inizio a Grindhouse - AProva Di Morte, immaginando di avere accanto una delle terribili prota-goniste dell’ultimo lavoro di Tarantino, rigorosamente a piedi nudi. Per ipiù ribelli, Misirlou, la canzone che accompagna i titoli di testa di “ulpFiction, preannuncia un film carico di pallottole, vendette, rapine.Pensare che il brano lanciato negli anni 60 dai Dick Dale & The DelTones era originariamente un antico canto liturgico ebraico. Questo è pro-prio il punto di forza del regista americano.Scegliere la musica che meglio si adatta alla scena e fonderla con essafino a creare un legame indissolubile. E chi ricorda più che You NeverCan Tell era cantata da Chuck Berry? Ora è per tutti il ballo più famosodella storia del cinema: Uma Thurman e John Travolta che si esibisconoin un twist spettacolare. Perché nei film di Tarantino la musica è il valo-re aggiunto. Avolte basta poco, come il motivo fischiato da DarylHannah in Kill Bill (Twisted Nerve di Bernard Hermann). Ed è così chela donna dall’occhio bendato assume una sfumatura più inquietante.E come per magia, mentre l’asfalto scorre sotto di noi e la radio continua ad accompa-gnarci, tutto si trasforma. La musica surf non ci fa più pensare ai falò e alle spiaggie dellaCalifornia, ma agli spietati killer di Pulp Fiction. E con sorpresa scopriamo un pezzo delnostro passato tra le note che accompagnano gli inseguimenti automobilistici diGrindhouse. Franco Micalizzi (Italia AMano Armata), i fratelli De Angelis (La PoliziaIncrimina, La Legge Assolve) ed Ennio Morricone (Il Gatto ANove Code e L’UccelloDalle Piume Di Cristallo di Dario Argento). Musica per le orecchie dei nostalgici che rim-piangono i film polizieschi italiani degli anni 70.La musica nel cinema di Tarantino torna anche nei dialoghi. Indimenticabile la discussio-ne tra le Iene su quale sia il vero significato del testo di Like AVirgin di Madonna: ragaz-za romantica che scopre l’amore per la prima volta o ninfomane insoddisfatta?Il segreto è cogliere il lato ironico della vita. Il cinema è per Tarantino prima di tutto purodivertimento. E anche la violenza, portata al suo estremo, diventa surreale e a suo mododivertente. E mentre il viaggio sta per terminare, torna in mente il sermone che SamuelL. Jackson, killer pentito, recita alle sue vittime. Spari finali. Buio in sala. Silenzio. Giuntia destinazione.
(RM)
a cura di ROBERTA MASTRUZZI
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infanzia trascorsa in Africa e ilricordo della madre scompar-sa, l’incontro con il jazz e lascoperta dell’amore, e poi il pianoforte,croce e delizia. La musica dove rinchiu-dersi per non affrontare il dolore, rifugiotroppo accogliente che lo porterà adistaccarsi da tutto e da tutti. Questa èla storia di Luca Flores, pianista jazz.«Piano, solo» di Riccardo Milani è il filmispirato alla sua vita, interpretato daKim Rossi Stuart con Paola Cortellesi,Michele Placido e Jasmine Trinca. Il sog-getto nasce da un libro di Walter Veltroni, che ipnotizzato dalle note diHow Far Can You Fly?, il brano inciso daFlores pochi giorni prima del suo sucidio,decide di scrivere la biografia dell’artistascomparso a soli 40 anni. Ripercorre lasua vita attraverso i ricordi degli amici,le interviste ai familiari, le lettere scrittedallo stesso Luca e racchiude tutto nellibro «Il disco del mondo. Vita breve diLuca Flores, musicista». La storia delgrande pianista che ha suonato conChet Baker, Dave Holland e MassimoUrbani rivive ora nelle sale cinematogra-fiche. Più che la carriera, è la vita intimadell’artista e la sua estenuante ricercadi un attimo di felicità, ciò che interessaRiccardo Milani, il regista che già nel2003 si interrogava su dove fosse «Ilposto dell’anima», intenso film con SilvioOrlando, operaio in fabbrica che rischia ilposto di lavoro e tra scioperi e lotte sin-dacali ci rimette speranza e salute. Mase nell’opera precedente il dramma sialterna alla commedia, in «Piano, solo»la leggerezza sembra quasi assente. Lastoria si fa via via più drammatica, lapassione diventa frenesia, l’amore siconfonde con la pazzia, la musica divental’unico linguaggio possibile. Molto piùdelle parole, è la musica di Flores a rac-contare la sua storia. Un film non puòrestituire la complessità della vita di unuomo. Tanto meno se si tratta di unuomo con un talento fuori dal comune,un mondo interiore complicato e ricco dipensieri inespressi, un dolore costanteche lo accompagna per una vita intera.L’intensa interpretazione di Kim RossiStuart regala però immagini indelebili esignificative, frammenti di vita di unuomo che vive il suo talento da testimo-ne quasi inconsapevole e subisce la real-tà di un mondo moderno che lascia pocospazio agli animi più sensibili, a chi cercala verità prima dell’apparenza. Chi non sirassegna alla solitudine e accusa ilmondo di essere troppo grande e disper-sivo e di allontanare le persone dagliaffetti più cari. Chi pur avendo la fortunadi suonare con i grandi nomi del jazz,preferisce «una casetta di plastica,come quelle dei bambini, per suonarcidentro senza essere visto». Da vero arti-sta, Flores non cercava la notorietà. Alcontrario, provava il desiderio di scom-parire. Decise di farlo prima di diventarequalcuno «da imboccare e portare alsole». Scomparire, per mancanza dicoraggio, per la difficoltà di affrontare larealtà, ma non solo. Scomparire, perlasciar parlare solo la musica. Lasciarla volare fino a dove troverà ascolto, fino adove ci sarà spazio, fino a chiedersi: HowFar Can You Fly?
(Roberta Mastruzzi)
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Un unicobrano di 80 minuti. In Giappone
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ffrontare un’opera come la BWV1080,meglio conosciuta come Die Kunst derFuge-L’Arte Della Fuga, composta da unJohann Sebastian Bach malato e prossimoalla morte, non è cosa da poco. Eppure ilgiovane e talentuoso pianista iranianoRahmin Bahrami non ha esitato. Il suo Artedella Fuga (Decca, 2007) presenta la carat-teristica di un’interpretazione coraggiosa eforte, piena di una malinconia avvolgente edi una sicurezza nell’esecuzione che nontradisce fino all’ultimo brano. Coraggio esicurezza, perché questa BWV1080 è pro-prio l’ultima opera del grande Bach, porta-ta avanti sotto dettatura dal maestro diLipsia, ormai cieco e malato, e nella qualenon ne erano neanche stati specificati glistrumenti per l’esecuzione. La consuetudi-ne prevalente nel tempo ha indicato nel pia-noforte e nel cembalo quelli più idonei, maè fuori di dubbio che questa partiturarimanga nei secoli un oggetto misterioso equindi di difficile esecuzione. Bach morìsenza terminare la Die Kunst der Fuge nel1750, lasciandoci nel dubbio e nell’insicu-rezza espressiva, nonché tecnica. La Fugarimane ancora oggi una delle forme del pen-siero musicale occidentale tra le più impor-tanti e Bach ne fece nelle sue note unasumma di arte combinatoria senza preceden-ti ne seguiti. Ecco quindi le platee intuirequesto passo difficoltoso e rispondere conentusiasmo. Rahmin Bahrami ha datoall’opera immortale un’aura trascendenta-le e sognante, una chiave alternativaall’universo bachiano basata sulle trascri-zioni del nobile maestro del piano CarlCzerny (1791-1857), allievo viennese diBeethoven e a sua volta maestro di Liszt.Secondo molti la stella iraniana ha dato aquesti brani il significato di un omaggiopersonale al J. S. Bach suo idolo assoluto.Probabilmente è vero perché questo è unlavoro intenso, tecnicamente impeccabile,con un’interpretazione estremamente emo-tiva che forse ha lasciato un fianco dell’au-tore scoperto alla critica più intransigente.Una nota negativa, se c’è, è da evidenziarenella scelta della Decca di presentareun’opera di tale importanza con una lun-ghezza complessiva di 78 minuti, contro i90 di media degli altri solisti. Una scelta dimercato si dice, meglio un cd solo che unodoppio, forse remunerativa economicamen-te, ma sconsigliabile in rapporto alla qualitàdelle esecuzioni, in alcuni casi simili a unagaloppata sui tasti.
FLAVIO FABBRI
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Music InOttobre Novembre 2007
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resentato alla 64^ Mostra del Cinema di Venezianella Sezione Orizzonti, Die stille vor Bach (TheSilence Before Bach), l’ultima opera del cineastaspagnolo Pere Portabella è un intenso lavoro emo-tivo legato all’estetica pura delle melodie eterne del com-positore tedesco.Johann Sebastian Bach però non è il soggetto di questofilm, né il film è un suo biopic, ma ne è l’oggetto. La suamusica attraversa la pellicola anche con l’esecuzione inpresa diretta eseguita dall’attore ed esecutore ChristianBrembeck. Portabella, da ‘regista Punk’ (da una nota defi-nizione che ne diede un critico), ha cominciato a sforbicia-re la storia del compositore, mantenendo ferma la suamusica. Per poi ricomporla, a prima vista casualmente, inun patchwork spazio-temporale, in cui si alternano perso-naggi e situazioni non collegate ma piene dell’universalitàderivante dalla musica stessa.Per una volta quindi, non sarà la musica a commenta-re le immagini, ma viceversa. Ecco perché non importase queste ultime non seguono un piano temporale omo-geneo. Perché non sono da seguire le immagini, ma lamusica. Quando Bach arriva con la sua famiglia a Lipsiaper lavorare era ancora un kantor senza un soldo. Lasua era una vita poco agevole ma dignitosa, grazie allasua musica e al suo amore per questa. Poi arrivano iriconoscimenti e il benessere materiali, prima che lastoria decide di inghiottire nell’oblio tutto la sua stermi-nata produzione. Ma la musica non si ferma alla storiae le immagini cominciano a seguire le note di un ronde-au ubriaco passando per la bellissima scena dalle cro-mature eccitanti del macellaio che incarta la carne conlo spartito insanguinato della Passione secondo Matteo(la preferita dallo stesso Bach), finita fortunosamentenelle mani di un giovane Felix Mendelssohn Bartholdy,che ebbe il merito, eseguendola di nuovo nel 1829, diriportare alla luce il genio di Bach.Per poi passare nella camera scura dell’accordatorecieco e ritrovarci con due camionisti che nei loro bison-ti d’autostrada ascoltano le melodie di Bach, fino adarrivare sotto la metro e trovare violoncellisti che suo-nando sempre le sue melodie chiedono l’elemosina.Infine, bellissimo, il parallelo tra i ragazzi del XXI secoloche ascoltano le sue composizioni e il JohannSebastian padre che insegna a suonare questa musicaai suoi ragazzi (da notare che i suoi figli furono tutti deitalentuosi musicisti, tant’è che Bach divenne termineper indicare chi suonava a corte).Un gioioso ponte immaginario che solo la musica puòcreare tra generazioni altrimenti perdute nella Storia,cercando di unire tempi e vite diverse come fosse un innoall’Europa di tutti i tempi, all’unione dei popoli (nel film siparla italiano, tedesco e spagnolo), come volontà finale diuna composizione ipotetica, fatta finalmente di persone enello stesso tempo di note musicali. Anche la musica, nonsolo la politica, è in grado di portare le idee lontano neltempo.
Flavio Fabbri
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n concomitanza con il tour che lovede impegnato in questo periodotra Europa e Giappone, DavidSylvian da alle stampe il suo nuovolavoro dal titolo When Loud WeatherBuffeted Naoshima, che–è bene che ilpubblico sia avvertito–non ha nulla ache vedere con il raffinato e ricercatopop d’autore che ci ha regalato con ilrecente progetto firmato Nine Horses enelle ultimissime apparizioni live inItalia. Siamo di fronte ad un unicobrano di 70 minuti commissionatodalla Naoshima Fukutake Art MuseumFoundation in Giappone come partedella mostra Naoshima-Standard 2 chesi è svolta nell’omonima isola giappo-nese da ottobre 2006 ad aprile 2007.Il pensiero, al primo ascolto, corre subito aquella produzione strumentale di Sylvianche, partita con Alchemy–An Index Of Possibilities (contenente l’inarrivabile suiteWords With The Shaman e la splendidaSteel Cathedrals) e la seconda parte del dop-pio Gone To Earth, si è sviluppata nelle col-laborazioni con l’ex-Can Holger Czukay(Plight&Premonition e Flux+Mutability) enelle istallazioni con Russell Mills (EmberGlace–The Permanence Of Memory) e conRobert Fripp (Redemption–ApproachingSilence).Nella sua ultima produzione il nostro fa unpasso in avanti. Si sposta dall’ambient«classico» alle sonorità più elitarie del fieldrecording con inserti e collage sonori.Come al solito Sylvian si rivela sapientenella scelta dei collaboratori, questa voltatutti o quasi paladini della più significativascena sperimentale ed elettronica delmomento. Bastano i nomi: il francese AkiraRabelais, l’austriaco Christian Fennesz, iltrombettista norvegese Arve Henriksen e ilmaestro di shakuhachi Clive Bell. La lungacomposizione si presenta come un assem-blaggio di voci filtrate dal saporearcano, suoni di foreste, vento, stru-menti a fiato, altre vocalità dal fasci-no angelico, qualche drone piùtagliente e qua e là rumori di passi,porte che si aprono e cigolano. Tuttoapparentemente senza un filo condut-tore. Poco importa. Qui Sylvian è piùvicino alle concezioni di John Cage ealla musica concreta di Pierre Henryche alla musica per aeroporti di BrianEno o i soundscapes di Robert Fripp.Nata com’è per una istallazione artisti-ca che deve essere fruita in presenzadei forti rumori ambientali del luogoper il quale è stata scritta, la composi-zione è stata volutamente mixata per laproduzione in cd con i suoni della cittàdi Honmura, in modo tale da avvicinarel’ascoltatore all’esperienza reale dell’istalla-zione stessa. L’ultima particolarità di questodisco–che si presenta in una raffinata e sem-plice confezione da dvd con la cover art diSachiyo Tsurumi–è data dal fatto che esso èin edizione limitata e non sarà mai ristampa-to. Per volere dell’artista e della Fondazionecommittente, infatti, la composizione entre-rà a fare parte delle istallazioni permanentidel museo e solo lì potrà essere ascoltata unavolta esaurita l’edizione originale.
GABRIELE BRUZZOLO
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iunto, come la chiama lui, all’etàdell’«incoscienza» il decano deitrombonisti jazz italiani, MarcelloRosa, ci sorprende con l’uscita del cdnuovo di zecca AChild Is Born (NelsonRecords) che comprende, insieme a rilet-ture di celebri standard, molte sue compo-sizioni originali e ben quattro perle«bonus» rimasterizzate e riportate in granspolvero per i veri appassionati di questamusica, «brani vecchi ma non invecchia-ti», come tiene a sottolineare Rosa, infati-cabile artigiano e divulgatore del jazz (haideato e condotto per ben 30 anni trasmis-sioni radiofoniche musicali in Rai).E il bambino che compare tanto nel titoloquanto nella copertina è forse la cifra percomprendere l’anima di questo piccolo gio-iello, come da tempo agli appassionati di jazz non capita di ascoltare. Un’energia,una vitalità ed una spontaneità che, se nonsi sapesse chi ne è responsabile e che fiorfiore di musicisti lo stanno accompagnando(qualche nome? Andy Gravish, FabrizioBosso, Paolo Tombolesi, Gianluca Renzi etanti altri ancora), sembrerebbe avere lagrinta di un’opera prima, solo perfezionatada 55 anni di professionismo e da collabo-razioni con veri monumenti del calibro diLionel Hampton, Earl Hines, SlideHamtpton, Kay Winding.La voce del suo trombone è quella di sem-pre, quando ombrosa e malinconica, quan-do soprendentemente spumeggiante edironica, con quel fraseggio fluido, perfettoritmicamente ed essenziale al tempo stes-so, nessuna concessione a «note» fuoriposto e con un’idea melodica di cantabili-tà sempre scolpita in ogni battuta d’im-provvisazione.Due aspetti convincono maggiormente diquesto album: gli arrangiamenti articolatied intriganti che danno corpo e solidità adogni brano (ascoltate bene Lover Man, sianella versione di oggi sia in quella del 1974con Enrico Pieranunzi al piano e GegèMunari alla batteria, entrambe presenti nelcd) e, finalmente, la sensazione di compat-tezza del «gruppo» musicale jazz, in cui alprotagonismo del solista è sostituito il mec-canismo di insieme e dove ogni strumentoè al servizio dell’altro per la migliore riu-scita dell’ensamble; il cuore prende il postodel virtuosismo e ricama, traccia dopo trac-cia, il disegno unitario di una sensibilitàmusicale fuori dal comune.L’atmosfera in cui ci sembra muoversimeglio Marcello Rosa è quella degliumori della New Orleans perduta nelprimo decennio dello scorso secolo, sim-bolo e culla della musica jazz (TheSinner), come anche nello swing piùautentico che in brani come Senorita, dopoil tema spagnoleggiante, prende d’improv-viso per mano ed invita a ballare, mentrela versione della ballad The Very ToughtOf You arrangiata per quattro tromboni etromba (suona tutto su diverse piste lostesso Rosa) emoziona per l’intensità e laforza interpretativa.E quando si parla di swing, non può man-care un omaggio al suo nume tutelare,Duke Ellington, in una splendida versionedella celebre Prelude To AKiss, ingentili-ta dalla bella interpretazione della giovaneAngelica Caronia.
PAOLO ROMANO
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a musica delloscandinavoNordgarden,contaminata dainfluenze inglesi eamericane (rock e jazz), si sviluppasoprattutto comeenergia personale,intima, sul solcodella tradizione deicantautori a cuiattinge (da Cohen aJeff Buckley, da Bruce Springsteen a Fabrizio De André).Per il suo secondo disco, ABrighter Kind Of Blue, si èavvalso della collaborazione di Peder Øiseth (tromba, vio-lino, banjo, organo), di E. Hareide (basso) e C. Skaugen(batteria); un cd acustico, quindi, che mette in risalto suavoce potente e limpida. La title track, che è anche il branodi apertura, risulta particolarmente efficace: ha una melo-dia ampia, illuminata da un arrangiamento arioso ed essen-ziale; il suo titolo può suggerire riferimenti alla celebreKind Of Blue di Miles Davis, ma questi sono presenti dipiù in altri brani del disco (To The River, Good ThingsDie). La leggerezza e la serenità che sembrano sosteneretutto l’album sono venati dalla malinconia di Blessed,quasi una ballata barocca, a cui Nordgarden aggiunge levibrazioni di una voce ben timbrata, e Metronome, branostrumentale, in cui un violino classico, dolente scandisce ilfluire del tempo. Dieci tracce partorite da un'ispirazionepura, rielaborate in maniera raffinata, in cui pop, jazz efolk convivono in maniera armonica e convincente.Crepuscolare.
NICOLACIRILLO
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