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Legge Bancaria del 1926-1936-1938-1940

Legge Bancaria del 1926-1936-1938-1940

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Published by Domenico Bevilacqua
La crisi economica internazionale degli anni ’30 si ripercosse anche sul sistema economico italiano determinando l’esigenza di una riforma integrale dell’attività bancaria.

Fu questo clima politico–economico che condusse all’emanazione del Regio Decreto Legge 12 marzo 1936–XIV, n. 375 (convertito con Legge 7 marzo 1938–XVI, n. 141), meglio noto come seconda legge bancaria, le cui principali novità erano:
— distinzione tra «enti raccoglitori di risparmio a breve termine» (detti anche aziende di credito) ed «enti raccoglitori di risparmio a medio e lungo termine» (o istituti di credito), cui corrispondeva una diversa disciplina;
— attribuzione del controllo sull’attività bancaria ad un Comitato di ministri, alle cui dipendenze venne posto un organo burocratico denominato «Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito», a capo del quale era il Governatore della Banca d’Italia, con poteri ampiamente discrezionali;
— riconoscimento alla Banca d’Italia della natura di ente pubblico.
In tal modo si realizzava un sistema che consentiva al Governo interventi di politica economica attraverso la manovra del credito.

La caduta del regime fascista non condusse ad una radicale modificazione del sistema bancario italiano. Gli interventi legislativi si limitarono ad una redistribuzione dei poteri di controllo sull’attività bancaria tra gli organi di governo.

L’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che enunciava agli artt. 41 e 47 principi in materia economica e bancaria coerenti con le precedenti linee guida, non determinò un mutamento d’indirizzo nella politica legislativa in materia bancaria. Infatti, negli anni ’50 e ’60 l’ordinamento bancario continuò a svilupparsi secondo le linee tracciate dalla legislazione dell’immediato dopoguerra: estrema specializzazione, assenza d’intermediari finanziari diversi dalle banche e rigorosa protezione nei confronti del mercato internazionale.

La legge bancaria del 1936 ha continuato a regolare il sistema bancario italiano fino all’entrata in vigore del Testo Unico del 1993, emanato con la falsa giustificazione che la vecchia normativa non permetteva alle banche di mantenere un sufficiente grado di competitività sul piano europeo, anche a causa della liberalizzazione dei mercati creditizi prevista dai Trattai europei. Dalla legge del 1936, infatti, derivavano troppi limiti all’attività delle banche, costrette dalla specializzazione temporale e operativa a restringere notevolmente il loro campo d’azione.

Con la legge del 30 luglio 1990 (legge Amato) e il successivo decreto legislativo di attuazione, si è avuto un primo superamento del principio di specializzazione bancaria. La legge ha previsto e disciplinato la trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni, ha consentito la fusione tra banche e, soprattutto, ha introdotto il gruppo bancario polifunzionale. La riforma del 1993 ha sostituito alla tripartizione prima esistente (Banca Centrale, Banche di credito ordinario e Banche di credito speciale) una bipartizione: Banca Centrale e banche di credito ordinario. In pratica, quindi, sono stati soppressi gli istituti di credito speciale.

Fino all’introduzione dell’Euro, la Banca Centrale, in Italia la Banca d’Italia, ha svolto innumerevoli funzioni riguardanti soprattutto l’emissione di banconote e la relativa quantità di moneta da immettere sul mercato, anche qui con la falsa scusante che un’eccessiva quantità di moneta in circolazione provoca la perdita di valore della moneta stessa e genera inflazione. Con l’introduzione dell’Euro, la Banca Centrale non ha più il compito di emettere carta–moneta perché questa funzione spetta alla BCE.
La crisi economica internazionale degli anni ’30 si ripercosse anche sul sistema economico italiano determinando l’esigenza di una riforma integrale dell’attività bancaria.

Fu questo clima politico–economico che condusse all’emanazione del Regio Decreto Legge 12 marzo 1936–XIV, n. 375 (convertito con Legge 7 marzo 1938–XVI, n. 141), meglio noto come seconda legge bancaria, le cui principali novità erano:
— distinzione tra «enti raccoglitori di risparmio a breve termine» (detti anche aziende di credito) ed «enti raccoglitori di risparmio a medio e lungo termine» (o istituti di credito), cui corrispondeva una diversa disciplina;
— attribuzione del controllo sull’attività bancaria ad un Comitato di ministri, alle cui dipendenze venne posto un organo burocratico denominato «Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito», a capo del quale era il Governatore della Banca d’Italia, con poteri ampiamente discrezionali;
— riconoscimento alla Banca d’Italia della natura di ente pubblico.
In tal modo si realizzava un sistema che consentiva al Governo interventi di politica economica attraverso la manovra del credito.

La caduta del regime fascista non condusse ad una radicale modificazione del sistema bancario italiano. Gli interventi legislativi si limitarono ad una redistribuzione dei poteri di controllo sull’attività bancaria tra gli organi di governo.

L’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che enunciava agli artt. 41 e 47 principi in materia economica e bancaria coerenti con le precedenti linee guida, non determinò un mutamento d’indirizzo nella politica legislativa in materia bancaria. Infatti, negli anni ’50 e ’60 l’ordinamento bancario continuò a svilupparsi secondo le linee tracciate dalla legislazione dell’immediato dopoguerra: estrema specializzazione, assenza d’intermediari finanziari diversi dalle banche e rigorosa protezione nei confronti del mercato internazionale.

La legge bancaria del 1936 ha continuato a regolare il sistema bancario italiano fino all’entrata in vigore del Testo Unico del 1993, emanato con la falsa giustificazione che la vecchia normativa non permetteva alle banche di mantenere un sufficiente grado di competitività sul piano europeo, anche a causa della liberalizzazione dei mercati creditizi prevista dai Trattai europei. Dalla legge del 1936, infatti, derivavano troppi limiti all’attività delle banche, costrette dalla specializzazione temporale e operativa a restringere notevolmente il loro campo d’azione.

Con la legge del 30 luglio 1990 (legge Amato) e il successivo decreto legislativo di attuazione, si è avuto un primo superamento del principio di specializzazione bancaria. La legge ha previsto e disciplinato la trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni, ha consentito la fusione tra banche e, soprattutto, ha introdotto il gruppo bancario polifunzionale. La riforma del 1993 ha sostituito alla tripartizione prima esistente (Banca Centrale, Banche di credito ordinario e Banche di credito speciale) una bipartizione: Banca Centrale e banche di credito ordinario. In pratica, quindi, sono stati soppressi gli istituti di credito speciale.

Fino all’introduzione dell’Euro, la Banca Centrale, in Italia la Banca d’Italia, ha svolto innumerevoli funzioni riguardanti soprattutto l’emissione di banconote e la relativa quantità di moneta da immettere sul mercato, anche qui con la falsa scusante che un’eccessiva quantità di moneta in circolazione provoca la perdita di valore della moneta stessa e genera inflazione. Con l’introduzione dell’Euro, la Banca Centrale non ha più il compito di emettere carta–moneta perché questa funzione spetta alla BCE.

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04/28/2014

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ORIGINI E SVILUPPO DELL’ATTIVITÀ BANCARIA
 
Il diritto bancario viene generalmente definito come il complesso di norme che regolano la costituzione,
l’organizzazione e l’esercizio dell’impresa di credito
.  Nello sviluppo storico della legislazione bancaria italiana si possono distinguere approssimativamente
quattro periodi:
 
 
il periodo che va
dal 1861
 
(unità d’Italia)
al 1926 
 (emanazione della prima legge bancaria);
 
il periodo compreso
tra la prima e la seconda legge bancaria
 (1936);
 
il periodo che va
dalla seconda legge bancaria ai primi anni ’80
;
 
il periodo che va dai
 primi anni ’80 ai nostri giorni
 (emanazione del Testo Unico delle leggi in materia  bancaria e creditizia
 – 
 T.U.B.). Il primo periodo è caratte
rizzato dall’
assenza di una disciplina speciale dell’attività bancaria
: le imprese  bancarie, infatti, erano assoggettate, come le altre imprese commerciali, al diritto comune.
L’unica nota caratteristica era costituita dall’obbligo, imposto dall’art. 177 d
el Codice di Commercio del 1882, di depositare presso il Tribunale di Commercio una
 situazione mensile
 esposta secondo un modello predisposto con decreto
governativo. L’attivibancaria in quanto tale
non
 era sottoposta a particolari
controlli
 da parte de
ll’autorità governativa.
 
 Negli ultimi anni dell’ottocento si era venuta a creare una
diversificazione tra le imprese bancarie,
 a seconda che finanziassero principalmente attività industriali, commerciali o di altro tipo. Questi anni fecero registrare una
crisi del sistema bancario italiano
 
sia per l’assenza di controlli pubblici sia per
la crisi economica che in quegli anni interessava il Paese ripercuotendosi con effetti disastrosi sulle banche, che si erano lasciate coinvolgere in speculazioni azzardate.
Il moltiplicarsi dei dissesti bancari rese impellente e necessaria l’emanazione di una
disciplina speciale
che avesse come obiettivo la tutela del risparmio ed il risanamento del settore. Un primo risultato fu il
 R.D.L. 6 maggio 1926 
 – 
 IV, n. 812
 il quale attribuì il
 potere di emettere biglietti di banca
esclusivamente alla Banca d’Italia
(istituita nel 1893), che in tal modo divenne l’
unico istituto di emissione
. La ristrutturazione del sistema bancario fu attuata con il
Regio Decreto Legge 7 settembre 1926
 – 
IV, n. 1511
 (convertito con Legge 23 giugno 1927
 – 
V, n. 1108) (cd.
prima legge bancaria
) che introdusse un
 sistema di controlli
 
sull’attività e sulle imprese bancarie.
 La
crisi economica internazionale degli anni ’30
si ripercosse anche sul sistema economico italiano
determinando l’esigenza di una
riforma integrale
 
dell’attività bancaria.
 Fu questo clima politico
 –economico che condusse all’emanazione del
Regio Decreto Legge 12 marzo 1936
 – 
XIV, n. 375
 (convertito con Legge 7 marzo 1938
 – 
XVI, n. 141), meglio noto come
seconda legge bancaria
, le cui principali novità erano:
 
distinzione
 tra «enti raccoglitori di risparmio a breve termine» (detti anche
aziende di credito
) ed «enti raccoglitori di risparmio a medio e lungo termine» (o
istituti di credito
), cui corrispondeva una diversa disciplina;
 
attribuzione del controllo sull’attività bancaria ad un
Comitato di ministri
, alle cui dipendenze venne posto un organo burocratico denominato «
 Ispettorato per la difesa del
risparmio e per l’esercizio del credito
», a capo
del quale era il Governatore della Banca d’Italia, con poteri ampiamente discrezionali;
 
riconoscimento alla
 Banca d’Italia
 della natura di
ente pubblico
. In tal modo si realizzava un sistema che consentiva al
Governo interventi di politica economica attraverso la manovra del credito
. La
caduta del regime fascista
 non condusse ad una radicale modificazione del sistema bancario italiano. Gli
interventi legislativi
 si limitarono ad una redistribuzione dei poter 
i di controllo sull’attività bancaria tra gli organi
di governo.
L’entrata in vigore della
Costituzione repubblicana
,
 
che enunciava agli artt. 41 e 47 principi in materia economica e bancaria coerenti con le precedenti linee guida,
non determinò un mutamen
to d’indirizzo
 nella politica legislativa in materia bancaria.
Infatti, negli anni ’50 e ’60 l’ordinamento bancario continuò a svilupparsi secondo le linee tracciate dalla legislazione dell’immediato dopoguerra:
estrema specializzazione
,
assenza d’intermed 
iari finanziari diversi dalle banche
 e
rigorosa protezione nei confronti del mercato internazionale
.

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