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Crescere Attraverso Le Crisi

Crescere Attraverso Le Crisi

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Published by: Carla Fleischli Caporale on Oct 20, 2009
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Luciano Manicardi
La luce nelle tenebre: crescere attraverso la crisi
www.evolutivity.info
 
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Luciano Manicardi
La luce nelle tenebre: crescere attraverso la crisi
1. INTRODUZIONE -
Vivere: implica un processo di
crescita
, cioè dinamica e abbandono di qualcosa per entrare inqualcos’altro. È vita che si sviluppa ma anche qualcosa che si lascia. Crescita è molto divenire se stesso,compito inalienabile di ogni uomo, a prescindere dalla fede. Il credente ha un motivo in più, crede chel’unicità è addirittura voluta creta e amata da Dio stesso.Forse la vita è proprio crescita; di questo processo fanno parte anche le difficoltà, crisi, sofferenze. Quandouno dice “sono in crisi” quale che sia il motivo, che sia grande o minore, prende quella distanza pergiudicare appunto l’entità di questa crisi; quando ci si è dentro si rischia di perdere addirittura la bussola.Essere in crisi vuol dire dover accettare di soffrire, ricordando che questa è parte costitutiva dell’esistere, nonè un’eccezione “sfortunata”.Ciò che chiamiamo crisi forse è sempre
crisi di identità
: quale che sia il motivo scatenante, nel momento incui sono in una crisi io non so più precisamente chi sono, è come se venisse incrinata l’immagine, laconcezione che avevo di me; interviene qualcosa che mi obbliga a ripensarmi, a ridare dei giudizi su di me.
“Chi sono?”
, obbliga ad andare a fondo di sé stessi, cosa veramente grande. Ogni crisi più o meno ha a chefare con quella domanda. È un po’ perdere il timone della propria vita, scoprendo di non saper governarlaandando alla deriva. È come perdere il controllo dell’auto.Che fare nel momento della crisi? Lasciarsi andare nella disperazione? Cercare via di fuga e di alienazione,come i più svariati “sballi”, fino a voler fuggire la vita? E se invece entrassimo nell’ordine di idee che la crisiè un necessario
momento di passaggio
, addirittura rendendosi conto che essa è anche una via che si apreschiudendo un “dopo”? Penseremmo che addirittura la crisi è un qualcosa che mi aiuta a vivere.Se crescere è tendere a diventare se stessi, allora la crisi, che è sempre crisi di identità, è vitale, perché vuoldire che di fronte a degli eventi della vita che mi hanno disarticolato io devo “ripensare me stesso”. La sfidadella crisi è proprio non fuggirla, non rimuoverla perché fa soffrire, anche se questa è spontaneamente laprima reazione. Abbiamo ragione che non ci piace la crisi! Perché fa soffrire (ai più svariati livelli). Ma sepensassimo che è necessaria per passare ad uno stadio della vita ad uno più alto, quindi per crescere ciporremmo il problema non di fuggirla, ma di gestirla. È chiaro che bisogna mettere in conto ildisarticolamento, lo smarrimento, la sofferenza, ma ha sempre qualcosa da insegnare.Da chi impariamo a vivere? Sono sempre più rari
maestri
che aiutino a vivere dando delle chiavi appuntoper vivere. Più spesso è la vita stessa che riveste questo ruolo: la crisi mi insegna qualcosa su di me. Spesso èil corpo che ci dice qualcosa di noi, ci svela con le sue reazioni qualcosa di molto profondo in noi.Fuggire la crisi o augurarsi di non attraversarla vuol dire restare a un livello superficiale di sé, delle cose,della realtà e del mondo.Vedremo che cos’è una crisi, che cosa evoca in noi questa parola, cos’è nella nostra vita. E ci chiederemocome non lasciarci sommergere e abbattersi dalla crisi, ma vedremo come invece se la attraversiamo neusciremo rafforzati, fioriti, con una maggiore consapevolezza di chi siamo e delle nostre potenzialità ericchezze. Farne un’esperienza di morte e risurrezione. È necessario porsi tre domande:
1)Che cosa evoca in te la parola crisi? A cosa ti fa pensare? Qual è la tua reazione emotiva di fronte a questa parola?
Infatti se provoca una reazione emotiva è perché rievoca il ricordo di una situazione vissuta che haprovocato una certa reazione di sconcerto, sconforto.
2)Hai vissuto eventi o periodi di crisi? Se sì prova descriverli e a dire in che cosa essi sono stati critici.3)Come sei uscito dalla/e crisi vissuta/e? Hai imparato qualcosa dalla crisi, e se sì che cosa?
Christianne Singer, Sul buon uso delle crisi:“Non siamo meschini, abbiamo coraggio, parliamo del buon uso delle catastrofi, deidrammi, dei diversi naufragi in cui possiamo incorrere. Nel corso del cammino della mia vitaio ho raggiunto la certezza che le crisi e le catastrofi avvengono per evitarci il peggio. Ilpeggio, come potrei esprimere cos’è? Il peggio è di aver attraversato la vita senza naufragi,cioè di essere sempre restato alla superficie delle cose, di aver danzato al ballo delle ombre,persi nella evanescenza, nell’inconsistenza, di avere sguazzato nelle paludi dei “si dice”, delleapparenze, dei luoghi comuni, di non essere mai precipitato, andato a fondo in una
 
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dimensione altra e profonda di se e delle relazioni. In mancanza di maestri, nella società incui viviamo sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possonoaiutarci ad entrare nell’altra dimensione, della profondità che da senso alla vita. Nella nostrasocietà tutto concorre nel senso di distoglierci da ciò che è importante e centrale, come se cifosse un sistema di fili spinati e di interdizioni per non accedere alla propria profondità, èun’immensa cospirazione, la più immensa, di una civiltà contro l’anima, contro lo spirito”.In una società in cui tutto è sbarrato, senza indicazioni di via, ecco che per entrare nella profondità non vi èaltra via che la crisi per spezzare queste mura che stanno attorno a noi. La crisi è un po’ come l’ariete chesfonda le porte delle fortezze in cui ci siamo rinchiusi, imprigionati con tutto il nostro arsenale della nostrapersonalità. Ormai siamo tutti diventati specialisti nell’arte dell’evitare, dello schivare, del distogliere, quelloche Pascal chiamava divertissement, volgersi via da ciò che è il centro e il fine disperdendosi nella frivolezzae nelle vanità, nelle cose che contano poco. La maggior parte delle persone passano la vita a passare “a fiancoalla vita” senza andarsi a fondo, con tanti meccanismi di cecità su sé stessi a punto che esse sonoignorantissime su ciò che sta avvenendo in loro, e non lo sanno mai descrivere. Troppo faticoso e doloroso!Meglio disperdersi alla superficie delle cose…In fondo dovremmo arrivare a dirci “tutto questo che mi imprigiona, che mi stringe, da cui mi sentosoffocato, strangolato, sono io”. A quel punto ogni crisi è crisi di identità, crisi in cui entra in gioco ladomanda “
chi sono? Chi sono in rapporto a questi eventi che mi suscitano tale sofferenza? Chi sono in rapporto aqueste persone con cui fino a ieri la relazione era bella e gioiosa mentre oggi è un inferno?”
La crisi di una relazionedi coppia, del matrimonio. E i peggiori inferni si vivono proprio in famiglia.Occorre avere il coraggio di lasciarsi interpellare da questa domanda e lasciarsi condurre da essa.
La parola “Crisi
”: dal greco krisis, “giudizio”, “separazione”, “scelta”. Il verbo krinein “separare”, adesempio il grano dalla paglia, opera di vaglio, passare al setaccio. Proprio ciò che fa una crisi: ci testa, civaglia mettendoci alla prova. Il disagio è proprio l’essere messo nudo, inerme. Leggere la Parola di Dio dacredente vuol dire accettare che mi metta in crisi, che mi giudichi.Il rischio della crisi è che ci costringa guardare dove noi non vogliamo, che ci faccia vedere cose che nonvogliamo vedere. Molte persone passano la vita sforzandosi di non vedere nel profondo di sé, non passandoalla vera vita. Le crisi per quanto siano dolorose in questo hanno una funzione molto positiva. Continua ilracconto:“Un amico antropologo un giorno mi ha riferito le parole di un africano che diceva <<ma noisignore non abbiamo delle crisi, noi abbiamo le iniziazioni>>”Le società tradizionali sono caratterizzate da iniziazioni che sono vere e proprie crisi, a differenza dellanostra società in cui non c’è più alcuna forma d iniziazione. Neanche scuola, istituzioni educative, chiesapropongono un tale cammino di iniziazione, che provoca delle crisi, che fanno fare dei passaggi che sonosempre passaggio dalla morte alla vita. Tanti riti simbolicamente rappresentavano appunto la morte erinascita: la propria vita viene messa radicalmente in crisi per poter rinascere. Lì è tutta la società checontribuisce al singolo nel compiere questo passaggio. Oggi invece il tessuto sociale è tanto sfilacciato da nonpermetterlo. Anche l’iniziazione cristiana è assente, ridotta ad ossessione e appiattimento sacramentale percui bisogna condurre il ragazzino a fare la prima comunione e la cresima, e poi finisce tutto lì.È interessante notare come il termine crisi sia molto utilizzato in
ambito medico
, dove indica dellemodificazione repentine di uno stato di una malattia, il momento apice di una malattia che può però avereun esito favorevole di guarigione o un esito negativo. Anche qui c’è la duplice valenza, non un momentoassolutamente negativo. È la fase culminante di una malattia che può evolvere sia male che bene, aprendouno spiraglio di dimensione positiva.Nell’idea di crisi c’è l’idea di
cambiamento
, trasformazione, passaggio, metamorfosi. Vivere è anchecambiare. E se la crisi fosse un invito a cambiare, assecondare la vita operando adeguati cambiamenti, chesmuovono certe credenze, modi di pensare che come uno scafandro ci avevano intrappolati?. La crisi inquesti aiuta a prendere coscienza della realtà. È un
momento di verità
in cui non si può barare e (a mano chela si fugga) costringe ad aderire alla realtà. Allora diventa qualcosa di salvifico, restituendomela orapienamente sensata, nel senso proprio della vita.Alle volte la crisi interviene perché certe cose che prima andavano bene ora sono cambiate e i nostri assettidevono essere ripensati completamente. A volte i mutamenti sono sia causa che effetto e comunquerichiedono cambiamento anche in noi.

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