a cura di ROSSELLA GAUDENZI
Music In
Estate 2009
S T E L LYDAN
Musicisti antipatici cheparlano tra di loro per arcane semantichein cerca del solo esatto che hanno in mente
OTIS TAYLOR Pentatonic Wa r sand Love Songs
Ricattura il banjoper cantare la negritudine del blues
G I O VANNI BAGLIONI Figlio di
Se tutti i «figli di» fossero così
uglio ha suonato bene, soprattuttoquando, nella Cavea dell’Auditorium, isignori Donald Fagen e Walter Becker -al secolo meglio noti come Steely Dan -hanno regalato una serata speciale, all’insegnadella musica colta. Colta? Già… per nulla penti-to dell’aggettivo, perché lo trovo perfetto in bino-mio col concetto di «divertimento», che è forse lamigliore chiave interpretativa per cercare digustare le canzoni bellissime che questo duo, conalterne vicende e con discontinua cronologia,regala al pubblico da quasi quarant’anni.I più brizzolati ricorderanno per certo più la figu-ra di Fagen che con il suo
N i g h t f l y
del 1982 portòun raggio di sole estetico ad un disgraziatissimoperiodo per il pop raffinato, massacrato dall’elet-tronica fine a se stessa e dalle strutture imbaraz-zanti. Il singolo
New fro n t i e r s
diede addiritturafilo da torcere in classifica al re
M i c h a e lJ a c k s o n
che nello stesso anno pubblicavaT h r i l l e r, tormentone pur apprezzabile in queldesolante deserto musicale.Gli Steely Dan propongono una musica proba-bilmente più pensata e destinata alla cura dellostudio e, in effetti, le loro performance livehanno sempre subito diversa fortuna, anche acausa delle manie del duo perennemente allaricerca di una perfezione formale e ad una seve-rità strumentale con pochi precedenti. Ma chi hapotuto ascoltarli, e non sono in molti, garantisco-no emozioni davvero forti.Alla loro corte sono transitati nei lustri musicistidel calibro di Larry Carlton, Mark Knoplfer, Jeff Porcaro, Joe Sample, Michael e Randy Brecker,Wayne Shorter... e le battute concesse alla recen-sione mi impongono di fermarmi qua.Collaborazioni che pur racconteranno qualcosadella qualità musicale di questi ormai anzianottisignori. Non simpatici, diciamo. Anzi, proprioantipatici. Dileggiano i fan, si parlano tra loro perarcane semantiche solo a loro conosciute, sem-pre in bilico tra perfezionismo e nevrosi, ostili acritici e giornalisti come la peste bubbonica,capaci di torturare un chitarrista per ore in studioalla ricerca del «solo» esatto che hanno in mentema che non vogliono spiegare.E pensare che finirono financo in tribunale peruna causa di plagio intentata da quell’altro «sim-paticone» di Keith Jarrett, perdendola e finendoper dover risarcire il fragile pianista diAllentown. Ma pare che le declinazioni caratte-riali appartengono ad una sfera extra-musicale equindi con tranquillità le si può abbuonare incambio dell’atmosfera meravigliosa che i duesanno garantire nel corso delle performance. GliSteely Dan (invitiamo i curiosi ad investigaresull’origine del nome, pruriginosamente malizio-sa) contano una discografia non sconfinata, inragione degli anni insieme, ma costante nellaqualità non solo musicale in senso stretto, maanche tecnico, tanto che dopo tanti anni i lorodischi vengono utilizzati per testare le qualitàdegli impianti di alta fedeltà.Il loro ultimo lavoro risale al 2003,
E v e ry t h i n gmust go
, ma non occorrerà correre in negozio atrovarne una copia per gustare il concerto, perchéla scaletta delle serate viene sempre cambiata eporta con sé brani nuovi e vecchissimi del duo,quando riarrangiati quando riproposti con lostesso groove dello studio.Insomma, niente di meglio per una calda seratadi luglio che una pioggia di note e di armoniedivertenti ed una musica sempre fresca.
Paolo Romano
oce (di donna) e contrabbasso. Libertàed emozione.
Petra Magoni eFerruccio Spinetti
. È
Musica Nuda
sin dagli inizi della loro collaborazio-ne, dal primo album inciso quasi per gioco nel2004, perché procede per sottrazione, si aff i d aalla forza evocativa e suggestiva di due soli puristrumenti: una voce e delle note di contrabbas-so. Nel 2006 arrivano
Musica Nuda 2
(con cuivincono il Premio Tenco) e
Quam Dilecta
, discodi musica sacra, progetti in cui iniziano ad esse-re ospitati nomi come Stefano Bollani e NicolaStilo. Nel 2007 il duo produce un live registratopresso l’Auditorium di Radio France e, per suo-nare, si divide tra Italia e Francia. Quest’estateson passati per Roma - il tour dell’ultima faticaè Musica Nuda 55/21 (Blue Note), partito dalSan Carlo di Napoli, che ha poi toccato Parigi eNantes e resta in Italia fino a settembre -. È unlavoro intimista, romantico, nostalgico, unomaggio sia alla canzone italiana sia a quellafrancese d’autore, e il ritorno di Stefano Bollani,con Gianluca Petrella e Jacques Higelin. Inoltrebrani originali affidati all’estro di Cristina Donà,Pacifico, Nicola Stilo, Silvia Donati, StefanoBollani e David Riondino. Musica sì spogliata,ma abbellita qua e là con qualche raro e prezio-so gioiello.
(Rossella Gaudenzi)
sce in Italia
Pentatonic Wars and LoveSongs
, l’ultimo album del bluesmandella Windy City, Chicago, OtisTaylor. È stato detto più e più volteche la sua è una musica intrisa dinegritudine, così come il suo suono viene defi-nito, per i ritmi ipnotici ed ossessivi, per la vocecalda e profonda, «trance blues». Dunque que-sto straordinario musicista, candidato per duecategorie ai Blues Music Awards 2009 come«artista acustico dell’anno» e «miglior strumen-tista», fa nuovamente parlare di sé anche nelnostro Paese, con il nuovo disco che lo portaalla XVedizione di Roma Incontra il Mondo.Si potrebbe tracciare il profilo dell’innovati-vo Otis Taylor con la massima aderenza anchesolo citando alcuni dei suoi album: indiscutibi-le il suo profondo radicamento nella culturaafroamericana, che si riconferma puntualmenteogni qualvolta prende in mano, suonandolo davirtuoso, un banjo. Da riascoltare a tal proposi-to l’album del 2008
Recapturing the Banjo
, conil quale egli riconduce lo strumento alle piùautentiche radici, quelle africane, e conseguen-temente al blues.Egli predilige anche, accanto al banjo e allachitarra, un mandolino o un violoncello o un’ar-monica elettrica, strumenti del blues della tradi-zione ormai quasi caduti in disuso. È notoanche per la scelta dei temi che compongono isuoi lavori, che sempre si focalizzano sui dirittiumani, sulla fierezza degli oppressi, in primisgli africani ridotti in schiavitù:
When Negroeswalked the Earth
(1998),
White African
(2001).La sua voce intensa, roca ed aspra esprimeancora una volta con un’interpretazione ammi-revole, una ricerca senza posa, il bisogno didenuncia, ed arriviamo a
Truth is not fiction
(2003). Il talento, la tecnica, l’originalità, ilcoraggio, il cuore: Otis Taylor li racchiude in sée ne fa dono a quanti sono in grado di ascoltar-li, sentirli, aprendo un varco alla più alta umanasensibilità.
Rossella Gaudenzi
ungi da noi ricordare il padre, ci intratterremo qui - brevi righe - soloparlando di un chitarrista,
Giovanni Baglioni
, che sa suonare. E non èpoco. Talento naturale, acustica nell’orecchio e fra le dita, nel suoalbum d’esordio
Anima meccanica
mette ciò che di Michael Hedges ilsuo Pino Forastiere gli ha trasmesso:soprattutto tecnica - uso estensivo diaccordature alternative e aperte, tapping a due mani, chitarra percussiva -che questo figlio di re applica come Giotto. Del suo Cimabue replica spes-so
Aerial Boundaries
,
The Rootwitch
,
A rro w h e a d
, ma l’album è tuttoBaglioni: dalla sua
R u b i k
, un cubo spezzato e malinconico che è come unrompicapo, a quello che è, a tutti gli effetti, un gioiello,
B i j o u x
, grandecarica evocativa ed immagini rasserenanti seppur complesse;
I n s o n n e
è ilsalto dentro un’audace nostalgia e, nel contempo, silenzio delle corde acu-stiche. In questi e negli altri 7 brani dolcezza e virtuosismo, una narrazio-ne che si ascolta come favola, e preciso il
t a p p i n g
- l’uso di entrambe lemani sulla tastiera e ritmica percussiva sulla cassa - che lo salva da ogniaccusa di strade spianate. Come ad agosto grilli e stelle, glieli promettevasuo padre dedicandogli «Avrai», ma anche un lavoro da sudare, un soleche uccide e pescatori di telline. Giovanni i discorsi chiusi dentro li tra-sforma in musica, e usa mani che frugano le tasche nella vita con tappingsu una chitarra ineccepibile. E un’anima che è tutto fuorché meccanica.
TAY LOR
NEGRI T UDINE
PRURIGINOSI ST E E LY DAN
AVRAI UN’ANIMA MECCANICA
V
L
M U S I CAN U DA
E
l
Scivolo in una «trance blues» per banjo mandolino, violoncelloe armonica elettrica, quando canto la fierezza degli oppressi Nuda, e abbellita qua e là da qualche raro, prezioso gioiello:intimismo, introspezione, nostalgia. Un omaggio alla canzone italianae a quella francese d’autore con soli due strumenti: voce e contrabbasso
di RominaCiuffa