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P
ERIODICODIINFORMAZIONE
,
ATTUALITÀECULTURAMUSICALE
AVERLOADDOSSO
di Roberta Mastruzzi
«Il primo jazz che ho sentito era la tromba di Louis Armstrong che usciva da un carro arma-to americano. Avevo 12 anni, è stata passione fin dall’inizio, una scoperta meravigliosa...insieme alla cioccolata
».
Gino Paoli
, cantauto-re di quella che viene chiamata la scuola diGenova, ovvero un gruppo di amici che si chia-mavano Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco e BrunoLauzi, ricorda così la sua iniziazione musicale:«
Per me la musica è nata con l’ascolto del jazz. Dopo la guerra è arrivata la musica americanaed è arrivato lui
». (...)
TREMA IL CASELLA
di Flavio Fabbri
Terremoto dell’Aquila.
Bruno Carioti
, direttore delConservatorio A l f r e d oCasella, vede lontano, oltrele macerie e le passerelle deipolitici: «Costruiremo unnuovo Conservatorio, piùsicuro e moderno, che consi-deri lo studente il centro dellenostre attività e delle nostreattenzioni», e ci fa contenti.La notte tra il 6 e il 7 apri-le 2009 un fortissimo terre-moto pari a 5,8 gradi Richter(8°/9° grado della scalaMercalli) ha devastatol’Aquila e la sua provincia,causando quasi 300 morti e ingenti danni mate-riali stimati attorno ai 12 miliardi di euro, ma c’èchi dice ne serviranno molti di più. Anche ilConservatorio di Musica dell’Aquila, uno dei piùprestigiosi d’Italia per tradizione e qualità deidocenti, è rimasto gravemente danneggiato. ( . . . )
S T E F A N OMASTRUZZIE D I T O R E
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CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA-MENTE
Direttore
ROMINACIUFFA
Redazione
Romina CIUFFAredazione@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSAalt@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.euLuca BUSSOLETTI poprock@musicin.eu
Contributi
Lorenzo Bertini, Nicola CirilloAlessandra Fabbretti, Gianluca GentileAdriano Mazzoletti, Corinna NicoliniPaolo Romano, Eugenio VicedominiLivia Zanichelli
Contributi fotografici:
Romina CIUFFASabrina SIMONETTI
Direttore Responsabile
SALVATORE MASTRUZZI
Progetto grafico
Romina CIUFFA
Impaginazione
Romina CIUFFACristina MILITELLO
Logo
Caterina MONTI
Redazione
Via del Boschetto, 106 - 00184 Roma
Tel 
06.4544.3086
Fax
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Tipografia
Litografica Iride SrlVia della Bufalotta, 224 - Roma
Anno III n. 10Estate 2009Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
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CONTINUA NELLA PAGINA POPCK 
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1
o - il tema è più culinario chemusicale - polpettone: manifestazioni dilivello confermano Roma capitale anchenell’ambito musicale, altre deludono le aspettati-ve e gli onori (e gli oneri) tributati. Facciamo inomi: poche rischiano alla ricerca di vere produ-zioni originali, come l’Auditorium, i Concertinel Parco, Rock in Roma, la Casa del Jazz(nonostante i tagli) e lo fanno con personalità,con cartelloni intriganti carichi di novità; lasciasenza parole invece il programma di alcune ras-segne come Villa Celimontana, che nonostantevenga dichiarata manifestazione storica, presen-ta un programma da jazz-club, eccezion fatta peruna decina di grandi concerti. Ma su tre mesi diprogrammazione sono un po’pochini. Va bene promuovere le nuove leve,ma quasi 40 concerti con i saggi dei Conservatori generano il sospetto chesi voglia riempire il calendario senza troppi sforzi, soprattutto economici.Pochi concerti ma originali e di spessore sono preferibili a polpettoni noncommestibili.Anche gli editori di giornali e riviste hanno una parte di responsabilità.Oggi, la pagina dello spettacolo è invasa da comunicati stampa, più omeno tritati per dar l’impressione che ci lavori su, ma è noto che inverten-do l’ordine delle parole il risultato non cambia. Nel gergo si chiama «cuci-na» e rappresenta un preciso orientamento editoriale. Senz’altro, la funzio-ne di segnalare concerti ed eventi è encomiabile, ma una testata non puòridursi a mero elenco di annunci, anche perchécon pochi clic possiamo tenerci aggiornati auto-nomamente, in tempo reale, direttamente sui sitidegli organizzatori di eventi. Scarseggia invecela critica, il giornalista che partecipa all’eventoe ne parla nei giorni successivi, nel bene e nelmale, senza ammiccamenti. Gli editori dovreb-bero lasciar libere le penne dei giornalisti nonsolo per fare segnalazioni, ma critica a posterio-ri. Anoi interessa conoscere l’opinione di chiper lavoro dovrebbe assistere a centinaia di con-certi e avere, pertanto, una visione ampia percapire se un’artista quella sera si è concesso alproprio pubblico o se ha fatto una marchetta, sela scelta musicale è frutto di un progetto artisti-co o se non esiste alcun percorso, se il contesto organizzativo è piacevoleo infastidisce, se il patron della manifestazione è una persona pulita al ser-vizio della musica o dello smercio di cous-cous.Chi conosce la differenza tra un violino e un violino di capra
2
?
1
Tiritera [ti-ri-tè-ra] s.f. I Filastrocca, cantilena. II estens. Discorso lungo e monotono.
2
«Prodotto tipico per eccellenza il Violino di capra della Valchiavenna deve il suo nome allaforma simile a quella di uno stradivari. Si tratta infatti di un salume artigianale ricavato dallaspalla (spalata) e dalla coscia della capra con la zampa che funge da manico e la massa musco-lare da cassa. La tradizione vuole che per affettarlo lo si maneggi proprio come lo strumentomusicale, appoggiandolo sulla spalla e, utilizzando il coltello a mo’di archetto, se ne ricavinodelle piccole fettine» (
cit.,
www.waltellina.com).
Stefano Mastruzzi
QUANDO DICI VIOLINO DI CAPRA
UOMO A L LO SPECCHIO
di Romina Ciuffa
Quello che era unuomo allo specchio ha lospecchio rotto. Qualcosache ricorda un film fanta-s y, in cui il protagonista -un maghetto, un eroe, uns o fferente - viene risuc-chiato in un altro mondoe perde il contatto con ilproprio bagno mentre sid o m a n d a :«Who am I tobe blind?», chi sono ioper essere cieco?Quand’è morto, lo scorso25 giugno, nello stomacoaveva solo Vicodin anti-dolorifico, Soma rilas-sante muscolare, Xanaxantidepressivo in quanti-tà impressionanti, e vive-va nella terra di unNessuno qualunque:
Michael Jackson
. (...)
&further
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ATTI
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MITH
 
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
Music In
Estate 2009
S T E L LYDAN
Musicisti antipatici cheparlano tra di loro per arcane semantichein cerca del solo esatto che hanno in mente
OTIS TAYLOR Pentatonic Wa r sand Love Songs
Ricattura il banjoper cantare la negritudine del blues
G I O VANNI BAGLIONI Figlio di
Se tutti i «figli di» fossero così
uglio ha suonato bene, soprattuttoquando, nella Cavea dell’Auditorium, isignori Donald Fagen e Walter Becker -al secolo meglio noti come Steely Dan -hanno regalato una serata speciale, all’insegnadella musica colta. Colta? Già… per nulla penti-to dell’aggettivo, perché lo trovo perfetto in bino-mio col concetto di «divertimento», che è forse lamigliore chiave interpretativa per cercare digustare le canzoni bellissime che questo duo, conalterne vicende e con discontinua cronologia,regala al pubblico da quasi quarant’anni.I più brizzolati ricorderanno per certo più la figu-ra di Fagen che con il suo
 N i g h t f l y
del 1982 portòun raggio di sole estetico ad un disgraziatissimoperiodo per il pop raffinato, massacrato dall’elet-tronica fine a se stessa e dalle strutture imbaraz-zanti. Il singolo
 New fro n t i e r s
diede addiritturafilo da torcere in classifica al re
M i c h a e lJ a c k s o n
che nello stesso anno pubblicavaT h r i l l e r, tormentone pur apprezzabile in queldesolante deserto musicale.Gli Steely Dan propongono una musica proba-bilmente più pensata e destinata alla cura dellostudio e, in effetti, le loro performance livehanno sempre subito diversa fortuna, anche acausa delle manie del duo perennemente allaricerca di una perfezione formale e ad una seve-rità strumentale con pochi precedenti. Ma chi hapotuto ascoltarli, e non sono in molti, garantisco-no emozioni davvero forti.Alla loro corte sono transitati nei lustri musicistidel calibro di Larry Carlton, Mark Knoplfer, Jeff Porcaro, Joe Sample, Michael e Randy Brecker,Wayne Shorter... e le battute concesse alla recen-sione mi impongono di fermarmi qua.Collaborazioni che pur racconteranno qualcosadella qualità musicale di questi ormai anzianottisignori. Non simpatici, diciamo. Anzi, proprioantipatici. Dileggiano i fan, si parlano tra loro perarcane semantiche solo a loro conosciute, sem-pre in bilico tra perfezionismo e nevrosi, ostili acritici e giornalisti come la peste bubbonica,capaci di torturare un chitarrista per ore in studioalla ricerca del «solo» esatto che hanno in mentema che non vogliono spiegare.E pensare che finirono financo in tribunale peruna causa di plagio intentata da quell’altro «sim-paticone» di Keith Jarrett, perdendola e finendoper dover risarcire il fragile pianista diAllentown. Ma pare che le declinazioni caratte-riali appartengono ad una sfera extra-musicale equindi con tranquillità le si può abbuonare incambio dell’atmosfera meravigliosa che i duesanno garantire nel corso delle performance. GliSteely Dan (invitiamo i curiosi ad investigaresull’origine del nome, pruriginosamente malizio-sa) contano una discografia non sconfinata, inragione degli anni insieme, ma costante nellaqualità non solo musicale in senso stretto, maanche tecnico, tanto che dopo tanti anni i lorodischi vengono utilizzati per testare le qualitàdegli impianti di alta fedeltà.Il loro ultimo lavoro risale al 2003,
 E v e ry t h i n gmust go
, ma non occorrerà correre in negozio atrovarne una copia per gustare il concerto, perchéla scaletta delle serate viene sempre cambiata eporta con sé brani nuovi e vecchissimi del duo,quando riarrangiati quando riproposti con lostesso groove dello studio.Insomma, niente di meglio per una calda seratadi luglio che una pioggia di note e di armoniedivertenti ed una musica sempre fresca.
Paolo Romano
oce (di donna) e contrabbasso. Libertàed emozione.
Petra Magoni eFerruccio Spinetti
. È
 Musica Nuda
sin dagli inizi della loro collaborazio-ne, dal primo album inciso quasi per gioco nel2004, perché procede per sottrazione, si aff i d aalla forza evocativa e suggestiva di due soli puristrumenti: una voce e delle note di contrabbas-so. Nel 2006 arrivano
 Musica Nuda 2
(con cuivincono il Premio Tenco) e
Quam Dilecta
, discodi musica sacra, progetti in cui iniziano ad esse-re ospitati nomi come Stefano Bollani e NicolaStilo. Nel 2007 il duo produce un live registratopresso l’Auditorium di Radio France e, per suo-nare, si divide tra Italia e Francia. Quest’estateson passati per Roma - il tour dell’ultima faticaè Musica Nuda 55/21 (Blue Note), partito dalSan Carlo di Napoli, che ha poi toccato Parigi eNantes e resta in Italia fino a settembre -. È unlavoro intimista, romantico, nostalgico, unomaggio sia alla canzone italiana sia a quellafrancese d’autore, e il ritorno di Stefano Bollani,con Gianluca Petrella e Jacques Higelin. Inoltrebrani originali affidati all’estro di Cristina Donà,Pacifico, Nicola Stilo, Silvia Donati, StefanoBollani e David Riondino. Musica sì spogliata,ma abbellita qua e là con qualche raro e prezio-so gioiello.
(Rossella Gaudenzi)
sce in Italia
Pentatonic Wars and LoveSongs
, l’ultimo album del bluesmandella Windy City, Chicago, OtisTaylor. È stato detto più e più volteche la sua è una musica intrisa dinegritudine, così come il suo suono viene defi-nito, per i ritmi ipnotici ed ossessivi, per la vocecalda e profonda, «trance blues». Dunque que-sto straordinario musicista, candidato per duecategorie ai Blues Music Awards 2009 come«artista acustico dell’anno» e «miglior strumen-tista», fa nuovamente parlare di sé anche nelnostro Paese, con il nuovo disco che lo portaalla XVedizione di Roma Incontra il Mondo.Si potrebbe tracciare il profilo dell’innovati-vo Otis Taylor con la massima aderenza anchesolo citando alcuni dei suoi album: indiscutibi-le il suo profondo radicamento nella culturaafroamericana, che si riconferma puntualmenteogni qualvolta prende in mano, suonandolo davirtuoso, un banjo. Da riascoltare a tal proposi-to l’album del 2008
 Recapturing the Banjo
, conil quale egli riconduce lo strumento alle piùautentiche radici, quelle africane, e conseguen-temente al blues.Egli predilige anche, accanto al banjo e allachitarra, un mandolino o un violoncello o un’ar-monica elettrica, strumenti del blues della tradi-zione ormai quasi caduti in disuso. È notoanche per la scelta dei temi che compongono isuoi lavori, che sempre si focalizzano sui dirittiumani, sulla fierezza degli oppressi, in primisgli africani ridotti in schiavitù:
When Negroeswalked the Earth
(1998),
White African
(2001).La sua voce intensa, roca ed aspra esprimeancora una volta con un’interpretazione ammi-revole, una ricerca senza posa, il bisogno didenuncia, ed arriviamo a
Truth is not fiction
(2003). Il talento, la tecnica, l’originalità, ilcoraggio, il cuore: Otis Taylor li racchiude in sée ne fa dono a quanti sono in grado di ascoltar-li, sentirli, aprendo un varco alla più alta umanasensibilità.
Rossella Gaudenzi
ungi da noi ricordare il padre, ci intratterremo qui - brevi righe - soloparlando di un chitarrista,
Giovanni Baglioni
, che sa suonare. E non èpoco. Talento naturale, acustica nell’orecchio e fra le dita, nel suoalbum d’esordio
 Anima meccanica
mette ciò che di Michael Hedges ilsuo Pino Forastiere gli ha trasmesso:soprattutto tecnica - uso estensivo diaccordature alternative e aperte, tapping a due mani, chitarra percussiva -che questo figlio di re applica come Giotto. Del suo Cimabue replica spes-so
 Aerial Boundaries
,
The Rootwitch
,
 A rro w h e a d 
, ma l’album è tuttoBaglioni: dalla sua
 R u b i k 
, un cubo spezzato e malinconico che è come unrompicapo, a quello che è, a tutti gli effetti, un gioiello,
 B i j o u x
, grandecarica evocativa ed immagini rasserenanti seppur complesse;
 I n s o n n e
è ilsalto dentro un’audace nostalgia e, nel contempo, silenzio delle corde acu-stiche. In questi e negli altri 7 brani dolcezza e virtuosismo, una narrazio-ne che si ascolta come favola, e preciso il
t a p p i n g
- l’uso di entrambe lemani sulla tastiera e ritmica percussiva sulla cassa - che lo salva da ogniaccusa di strade spianate. Come ad agosto grilli e stelle, glieli promettevasuo padre dedicandogli «Avrai», ma anche un lavoro da sudare, un soleche uccide e pescatori di telline. Giovanni i discorsi chiusi dentro li tra-sforma in musica, e usa mani che frugano le tasche nella vita con tappingsu una chitarra ineccepibile. E un’anima che è tutto fuorché meccanica.
TAY LOR
NEGRI T UDINE
PRURIGINOSI ST E E LY DAN
 AVRAI UN’ANIMA MECCANICA 
V
L
M U S I CAN U DA
E
l
Scivolo in una «trance blues» per banjo mandolino, violoncelloe armonica elettrica, quando canto la fierezza degli oppressi Nuda, e abbellita qua e là da qualche raro, prezioso gioiello:intimismo, introspezione, nostalgia. Un omaggio alla canzone italianae a quella francese d’autore con soli due strumenti: voce e contrabbasso
di RominaCiuffa
 
JAZZ’S COOL
Una full immersion dal31 agosto al 6 settembre. Nel jazz d’autore
TRIO FLY
Mark Tu r n e r, Jeff Ballarde Larry Grenadier. Un volo in triposto.
N A N C YKING
Le foto possonoanche dar da pensare. Ma la voce
Music In
Estate 2009
S L M C
SaintLouis
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
DA JAZZ’S COOL
U n
pianista talentuoso come Phil Markowitz,che a fine anni 70 ha suonato nella banddi Chet Baker, ha avuto modo di crescere e attra-verso decenni di musica jazz ha potuto affinare lapropria arte, divenendo un esperto arrangiatore ecompositore sopraffino. Vanta tra le collaborazio-ni nomi quali Dave Liebman e Bob Mintzer; èstato alla testa inoltre di proprie formazioni,a ffiancato da Toots Thielmans, Eddie Gomez, JoeLocke e Al Foster. La profonda esperienza e latecnica impeccabile lo hanno portato ad inoltrar-si nelle potenzialità dell’improvvisazione epadroneggiarle, e ha reso il suo stile maturo a talpunto da raggiungere uno stile personale caratte-rizzabile come punto di sintesi tra le influenze diMcCoy Tyner e Bill Evans, il quale incise il suobrano Snos’Peas nel celebre disco A ff i n i t y, ren-dendolo un classico del jazz.
« L
a più grande cantante jazz vivente»: così viene defini-ta da Herb Hellis l’artista Nancy King. Ma anche:«artista cult... e senza compromessi» (Earshot Jazz). La can-tante originaria dell’Oregon calca le scene di San Franciscodagli anni 60; decisivo l’incontro con Sonny King, suo futu-ro compagno, unendosi al suo gruppo. Afine anni 60 fa ilgiro del circuito Playboy della città jazz-club della città e siesibisce a Las Vegas, unendosi poi alla Charlie Smalls andC o m p a n y. Incide tre album con Glen Moore, con il quale siesibisce presso la Town Hall di New York ed il MontrealJazz Festival. L’impegno didattico culmina negli anni 90insegnando insieme al pianista Steve Christofferson ai semi-nari della Stansford University, del Bud Shank’s Centrum edel Jazz Camp West.
Or
iginario di Santa Cruz in California tra-piantato a New York nel 1990, è unosplendido batterista e percussionista, originale eversatile teso spesso a superare le frontiereaccademiche del jazz. Nella sua biografia loincontriamo con Ray Charles, con il sassofoni-sta Lou Donaldson, con il pianista BuddyMontgomery, fratello del grande chitarrista WesMontgomery che nel 1968 ha lasciato un vuotoincolmabile nel mondo del jazz e con il vibrafo-nista Bobby Hutcherson che in anni recenti hadimostrato grande interesse per le radici africa-ne e caraibiche della musica nera. Ma la perfet-ta maturità l’ha raggiunta con il trio di ChickCorea, con cui rimane per sei anni, incidendotre lavori di notevole importanza.
Es
pressività, intensità,estro. Il giovane califor-niano Mark Turner porta il tim-bro del sax tenore a livellieccelsi di bellezza, purezza,complessità. Negli anni di stu-dio presso la Berklee Collegeof Music di Boston ha avutomodo di conoscere e lavorarecon i sassofonisti MyronWalden e Chris Cheek, il trom-bonista Steve Davis, il chitarri-sta Kurt Rosenwinkel, conver-tendosi al jazz definitivamente;a seguire l’approdo a New Yorkgli ha permesso di lavorare sindagli inizi con musicisti qualiJames Moody, Joshua Redmane Jimmy Smith. Suona da annicon il trio Fly, accanto a LarryGrenadier e Jeff Ballard; haall’attivo numerose incisionitra cui alcune come leader, perla Warner Bros:
 In This World, Ballad Session
. Originalità erigore combinati insieme, adare un inconfondibile apportoalla scena jazzistica dei nostrigiorni.
Ca
liforniano come Jeff Ballard anche LarryGrenadier ha avuto pressappoco lo stes-so percorso del suo collega. Anche per lui tuttoha inizio nel 1990, quando, dopo aver fatto deigig nella zona di San Francisco, con JoeHenderson, Stan Getz, Bobby Hutcherson sisposta a Boston per entrare nella band di GaryBurton, per un ingaggio di circa un anno. Nel1991 anche lui è a New York, dove dopo qual-che tempo diventa uno dei contrabbassisti piùrichiesti. Lo troviamo a fianco di Betty Carter,Joshua Redman, che aveva incontrato già nel1990 quando suonava con Burton, DaniloPerez, David Sanchez, Tom Harrell, JohnScofield, Pat Metheny, Paul Motian, CharlesLloyd e soprattutto Brad Mehldau di cui diven-ta il contrabbassista abituale con il quale, anchelui come Ballard con Chick Corea, suona persei anni assieme a Jorge Rossy. Ed infineanch’egli, musicista versatile ed originale, hasempre avuto un forte interesse per i contrab-bassisti degli anni 50/60 quali Percy Heath,Richard Davis, George Duvivier, Ron Carter,dei quali conosce perfettamente l’opera.
TRIO FLYJ A Z Z ’ SC O O L
La
presenza del chitarristanewyorkese Peter Bernsteinaggiunge alla rassegna RomaJazz’s Cool un tocco in più quantoa classe, gusto spiccato, creatività.Egli è inoltre compositore e bril-lante sideman; la capacità di farrivivere il jazz della tradizioneverrà affidata alla sua competenzadel linguaggio jazzistico e allapadronanza delle possibilitàespressive del proprio strumento.Tra le influenze, rilevanti quella diJim Hall, Wes Montgomery,Charlie Christian e soprattuttoGraham Green. Attivo sulla scenadella Grande Mela dal 1989, vantacollaborazioni, per citarne alcune,con Jim Hall, Lou Donaldson,Jimmy Cobb, Tom Harrell, LeeKonitz, Diana Krall, EricAlexander.
S e
ttimana dal 31 agosto al 6 settembre digrande rientro con questa full-immersiondi perfezionamento jazz riservata a musi-cisti di livello alto e medio-alto. Ogni giorno dalle 6alle 8 ore di lezione di improvvisazione, interplay elinguaggio jazz con artisti internazionali.Quest’anno salgono in cattedra: Phil Markovitz alpiano, Peter Bernstein alla chitarra, Mark Turner alsax, Larry Grenadier al contrabbasso, Jeff Ballardalla batteria, Nancy King alla voce.Le lezioni si tengono in piccoli gruppi da 6 massi-mo 8 allievi, permettendo così un rapporto perso-nale quotidiano molto stretto con i docenti, un’op-portunità praticamente unica di vivere a contattocon grandi artisti per diverse ore al giorno e pertutta la settimana. Ciascun iscritto può assisteregratuitamente anche a tutti i concerti del festival.Anche quest’anno, il Saint Louis College of Musicsi avvale della collaborazione della Casa del Jazzdel Comune di Roma. Sotto ai pini, quindi.
(
NELLAFOTO
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BSTRACT 
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PETER BERNSTEIN
LA CHITA R R A
JEFFBALLARD
LA BAT T E R I A
L A R RYG R E N A D I E R
IL CONTRABBASSO
PHIL MARKOWITZ
IL PIANOFORT E
NANCY KING
LA VOCE
Il Trio Fly, già conosciuto in Italia per aver suonato a Umbria Jazz Winter, dà lustroquest’anno ai corsi del Roma Jazz’s Cool. Il sassofonista Mark Turner, uno dei piùcreativi e innovativi sassofonisti oggi in attività, è un esponente di punta della nuovascena di New York. Una lunga e prestigiosa carriera alle spalle hanno anche, gli altricomponenti il trio, Jeff Ballard e Larry Grenadier. Il loro primo disco è stato pubblica-to nel 2004 da Savoy.
MARK TURNER
IL SAX
DI
 A
DRIANO
M
 AZZOLETTI
S I N D RO M E
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