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aprile - maggio 2009
Anno II, n. 3
que-ste diver-sità è compitosquisitamente culturaleche non può essere affi dato agli stessicriminali che hanno generato l’attualedisastro. Per questo occorre una 
Pri-mavera 
, un vento salutare che spazzile nubi ed il tossico che le ha generate,e risvegli una natura umana non assopi-ta dall’inverno, ma pervertita dai colossidella comunicazione totale e totalitaria.La nostra Primavera non è la speranza autolesionista di giochi e lotterie che, diquesti tempi, aumentano il loro già enor-me fatturato. Si chiama studio, impe- gno, curiosità, creatività, energia, di quei giovani che, senza retorica, sono l’unica scommessa su cui conviene puntare sol-di e fiducia. Per questo dedichiamo granparte di questo numero alla Primavera, aimolteplici aspetti di questa 
 stagion cheil mondo foglia e fiora.
Dedichiamo an-che uno spazio a 
Fabrizio De André.
Alui dedichiamo uno spazio sul giornale edun concerto, interpretato da 
Carlo Ghi-rardato
, presso l’Auditorium dei Bene-dettini. Di De André non celebriamo ildecennale della morte, ma il segno che dilui ci rimane, non la speranza degli ultrà della fede, ma la consapevolezza che
dai diamanti non nasce niente, dal leta- me nascono i fior...
 
l‘arcobaleno
L
a crisi economica, della quale abbia-mo diffusamente parlato nel numeroprecedente, non solo continua a con-quistare i titoli di testa di giornalie tg, ma sembra essere divenuta la colonna sonora della nostra  vita, un sottofondo triste edininterrotto di dati sconfor-tanti e di prospettive nereche ci accompagna ormaiin ogni vicenda. Siamo benconsapevoli dell’intensi-tà e delle dimensioni diquesta crisi, e siamo benlontani dal minimizzarla o di pensare di contra-starla con un ottimismofuori luogo e fuori tem-po. Fare dell’ottimismo,quando la disoccupazio-ne procede con la  voracità biblica delle cavallette, èun tentativo, estre-mo quanto inutile, dimascherare con una spol- verata di fondotinta glisquarci inferti alla car-ne viva della comunità. Esisteil rischio che, a poco a poco, la crisi di questa economia ci spinga a  vivere ed a pensarci nella dimensionedi un’economia di crisi; ma questo rischioè ancora nulla al confronto di un altro,quello che si vada radicando una 
cultura della crisi 
che inneschi a sua volta un’ul-teriore e drammatica crisi della cultura.La cultura, imprigionata tra i cappi della necessità, sacrificata ai paradigmi delle“oggettive” priorità, verrebbe così relega-ta a mero accessorio, un diversivo volut-tuario, quindi superfluo, quindi inutile, alconfronto con la dura realtà di bilanci inrosso scarlatto.Noi pensiamo, invece, che la cultura,che dovrebbe significare critica spietata e spregiudicata dell’esistente ma ancheproposta e creazione di ciò che ancora non esiste, possa diventare una risorsa peruscire dalla crisi. Disincrostare atteggia-menti acritici, passivi e fideistici nei con-fronti di quella che un economista senza simpatie rivoluzionarie come
 John Ken-neth Galbraith 
ha chiamato
l’economiadella truffa
, può essere un primo passoper ricostruire in modo diverso l’edificiodella produzione e del consumo. Non ab-biamo bisogno di indici di borsa che tor-nino a realizzare prodezze per un’infima minoranza di privilegiati, né di indici delprodotto interno lordo che ci assicurinoaltre massicce dosi di consumo superficia-le e sprecone. Dalla crisi possiamo uscireproducendo in modo diverso cose diver-se, attingendo a fonti energetiche diver-se. Pensare, indagare, scegliere, applicare
234567891011121314/16Primavera / clima Primavera / Praga Primavera / Botticelli Primavera / FenoglioPrimavera / rondini Sicilia resistenteIl valore dello zeroG8 ambienteUbuntuPi grecoQuale repubblica?Pubblicità regressoSpeciale De André
2 euro
Questo è l’ultimo numero per quest’anno scolastico.
Arrivederci a settembre!
Primavera arte romana metà I sec. d.C.
 
l‘arcobaleno
aprile - maggio 2009
2
alcuni indirizzi utili per saperne di più www.ipcc.ch www.generazioneclima.wwf.it www.stopthefever.org www.spegnilospreco.org www.unclimadigiustizia.it www.perautomenoinquinanti.net
di Luigi Pasotti *
Qualcuno si sarà accorto che si tratta di azioni che andrebbero comunque in-traprese, anche indipendentemente daicambiamenti climatici. La nostra vita, lenostre attività, il nostro territorio, devo-no tenere conto del clima in cui ci tro- viamo e dei possibili fenomeni estremiche, anche se raramente, possono acca-dere. Normalmente quello che avviene èinvece un “
 disadattamento
”: ci si allontana dagli equilibri, pur precari, costruiti insecoli di storia, rendendoci sempre più vulnerabili.Sempre più spesso assistiamo così ad una farsa: il territorio è devastato, aggredito,addirittura il governo con il “pacchettocasa” ha deciso adesso di permettere unaumento del 20% della cementificazionedel territorio. Quando poi accadono lelivello degli oceani.Nel frattempo, le parole chiave sono di- ventate due:
 mitigazione
e
 adattamen-to
: ed è su queste che è iniziato il gioco a stravolgere il significato dei termini posi-tivi per continuare a fare scelte disastro-se per l’ambiente e la collettività.Si parla di
 mitigazione
per indicare tut-to ciò che va intrapreso per rallentare ilriscaldamento del pianeta riducendo leemissioni di CO
2
e degli altri gas “serra”nell’atmosfera. Secondo quanto previstodal Protocollo di Kyoto, il trattato del1997 che per la prima volta ha vincolato ipaesi industrializzati a ridurre le emissio-ni, ogni paese deve modificare il propriomodo di produrre e consumare energia,che ancora in gran parte si basa sui com-bustibili fossili.alle fermate degli autobus.Destino strano in Italia, quello del-l’emergenza cambiamenti climatici. Ilmondo intero si sta muovendo per recu-perare il tempo perduto, ora che la finedell’era 
Bush 
ha permesso all’America di togliersi le bende dagli occhi. Il nostropaese è arrivato invece negli ultimi mesia invocare il
protocollo di Kyoto
per giustificare la scelta del ritorno al nuclea-re, e al tempo stesso si è battuto in sedeeuropea per evitare di prendere impegnisignificativi per rispettarlo.La primavera che sta arrivando potreb-be allora trasformarsi in una stagione da incubo, proprio perché il tema dei cam-biamenti climatici, dopo essere statonegato, comincia ad essere manipolato eusato a fini di propaganda da parte di chista al governo.Ma torniamo un attimo indietro: sicura-mente il dibattito internazionale ha fattonegli ultimi anni passi avanti significativi:oggi non ci si chiede ormai più se il clima stia cambiando, e se veramente sia neces-sario limitare le emissioni di gas serra: ilriscaldamento del pianeta, stimato in cir-ca 1,6 °C dal 1860 al 2000, è un fatto or-mai accertato. Oggi il problema è capirequanto, e come, riusciremo e rallentareil ritmo di crescita della concentrazionedei gas serra in atmosfera, e quale degliscenari ipotizzati dall’
IPCC
Intergo- vernmental Panel on Climate Chan-ge -
foro intergovernativo sul mutamen-to climatico) si realizzerà di qui al 2100in termini di aumento della temperatura media del pianeta e di innalzamento delC’è chi ha visto in questo vincolo un’op-portunità per ridurre la dipendenza eco-nomica dall’estero e per competere edaffermarsi sui nuovi mercati. Parliamo dipaesi come la Spagna, la Germania, tuttii paesi scandinavi. Per carità, non stiamodicendo che questi paesi siano diventati virtuosi cambiando il loro modello di svi-luppo e rendendolo sostenibile. Tuttavia hanno investito nella giusta direzione, ehanno conquistato i mercati dell’energia eolica, del solare, dell’energia da biogas,da biomasse, anche quello italiano.Il nostro governo parla invece di mitiga-zione per giustificare il ritorno all’energia nucleare, una scelta che probabilmentesi perderà nel nulla, essendo totalmenteantistorica ed antieconomica, che oggi viene sbandierata solo perché in Italia produce nell’immediato facile consen-so e consente di saccheggiare la finanza pubblica con ulteriori grandi opere cheingrassano i conti di poche multinazio-nali, pronte ad appoggiare il potente diturno. Anche il concetto di
 adattamento
per-mette di essere facilmente stravolto. Conquesto termine si intende tutto ciò chedeve essere fatto per adeguare il territo-rio ai cambiamenti che comunque ci sa-ranno in futuro: ad esempio, razionaliz-zare l’uso delle risorse idriche per saperfronteggiare eventuali siccità, consolida-re le aree a rischio di frane, adottare pra-tiche agricole che frenino la desertifica-zione, adottare nell’edilizia l’architettura bioclimatica così da soffrire meno per lesempre più frequenti ondate di calore.alluvioni, gli incendi, le frane, sempre piùspesso la colpa viene data ai cambiamenticlimatici, ed è diventato un modo feno-menale per scaricare le proprie responsa-bilità di fronte alle tragedie annunciate.Il malgoverno del passato viene magica-mente azzerato, ed il cambiamento cli-matico diventa il capro espiatorio su cuiscaricare calamità e tragedie. E’ il caso,ad esempio, di Annalisa Bongiovanni,annegata a Catania in Via Galermo il 16ottobre 2003 durante un nubifragio peruna banale caduta in motorino, per la quale nessun responsabile ha pagato.Che fare dunque? Lasciare che questa pri-mavera venga oscurata dalle nubi del pe-riodo forse più nero, per la difesa dell’am-biente, da decenni a questa parte?La meteorologia, cambiamenti climaticipermettendo, insegna che dopo il tem-porale torna il sereno, e che nei giorni dipioggia si approfitta dell’occasione perprepararsi al tempo migliore che arriverà.
* COPE (Cooperazione Paesi Emergenti) dirigente del Servizio informativo agrometerologico siciliano
 ���������
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 Potranno tagliare tutti i fiori, manon fermeranno mai la primavera
L
a frase di
Pablo Neruda 
anchequest’anno promette di avverarsi edi ribadire che, nonostante tutti i nostritentativi di distruzione dell’ambiente,contro il luogo comune che
 le stagioni non sono più quelle di una volta
, le gemme siapriranno e lasceranno spuntare i germo- gli, e torneranno le rondini insieme aglialtri uccelli migratori.Noi ci lamenteremo degli anticipi di caldocosì come dei ritorni di freddo, e propriola ripetizione del più classico dei luoghi co-muni ci darà la misura di quanto poco sia in realtà cambiato finora il clima, se da de-cenni lo stesso argomento va a riempire i vuoti delle conversazioni durante le attese
ambiente
 
l‘arcobaleno
aprile - maggio 2009
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di Salvo Torre
L
a primavera di Praga è un evento avvenuto inuna nazione che oggi non esiste più. Nel 1968Praga era la capitale della Cecoslovacchia, uno statocreato dopo la prima guerra mondiale unendo diver-se nazionalità e popolazioni che possedevano storiedifferenti. Dopo la seconda guerra mondiale lo statodivenne una repubblica socialista, si trovò dunquenella sfera di influenza sovietica, non solo come ri-sultato del volere delle grandi potenze, ma ancheperché una gran parte della popolazione vedeva nel-l’idea di una repubblica socialista l’unica strada per ilmiglioramento delle condizioni di vita di tutti.Si trattava di una situazione anomala, la maggioran-za della popolazione credeva negli ideali socialisti,ma lo schema burocratico imposto all’organizzazio-ne dello stato si era rivelato ben presto molto lon-tano da ciò che si aspettava. Il malumore serpeggiòper anni all’interno di tutta la società cecoslovacca,furono però gli scrittori i primi a porre apertamenteil problema. Nel 1967 durante il IV Congresso degliscrittori, si manifestò il primo grande slancio verso il cambia-mento. Molti dei partecipanti, stravolgendo l’ordine dei lavori,chiesero apertamente la libertà di stampa e accusarono tuttol’apparato dirigente dello stato di aver commesso abusi e averlimitato la libertà nel paese. Gli eventi si susseguirono veloce-mente; sull’onda del consenso attribuito agli scrittori dissisenti, Alexander Dubcek divenne segretario del partito comunista,quindi assunse la guida del paese. La pressione esercitata dallenuove idee era fortissima, il nuovo segretario iniziò a presentareuna lunga serie di riforme che avrebbero dovuto realizzare una nuova società, più libera e più giusta.Con il termine primavera di Praga si indica dunque un periodo di sussultipolitici e grandi aspirazioni di cambiamento che ha coinvolto la popolazio-ne della Cecoslovacchia, ma anche la maggior parte dell’opinione politica mondiale, tra il 5 gennaio e il 20 agosto del 1968. Durante quei pochi mesiriemersero e trovarono voce tutti i problemi della popolazione, dalla divisio-ne tra cechi e slovacchi alla mancanza di libertà d’espressione. Si pensò, adesempio, di trasformare radicalmente l’economia del paese e di riammettereil pluralismo nel sistema politico. Ma era ancora poco per ciò che chiedeva la maggioranza del paese; alcuni intellettuali scrissero il cosiddetto Manife-sto delle duemila parole un documento che si spingeva molto più in là nella richiesta di una società diversa. Ciò destò le preoccupazioni dei dirigentidell’Unione Sovietica, che intravidero nella primavera di Praga una minaccia per il patto di Varsavia e per tutti gli equilibri geopolitici europei.La notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia inva-sero la Cecoslovacchia. La situazione nel paese rimase incerta per oltre unanno, non si trovò subito qualcuno disposto a sostituire Dubcek e ancora negli anni emersero molti conflitti sociali. Per cercare di riportare l’ordine, venne approvata una riforma istituzionale che affrontava uno dei grandi pro-blemi: lo stato assunse la forma di repubblica federale composta dalle regioniceca e slovacca.Oggi la primavera di Praga possiede ancora un grande valore simbolico, soprat-tutto perché per un’intera generazione di giovani europei quegli eventi hannorappresentato un momento di svolta nella visione del mondo. Sembravanodimostrare, infatti, che era possibile scontrarsi con i più grandi poteri per af-fermare la propria libertà, ottenendo il consenso generale. I media occidentalisi appassionarono alla vicenda, anche perché scompaginava il quadro precosti-tuito, si trattava infatti di giovani socialisti che criticavano lo stato sovietico.La primavera di Praga scosse l’opinione pubblica mondiale e si guadagnò ilsostegno della maggior parte dei movimenti occidentali, fu la primavera degliscrittori, dei giovani e delle grandi speranze di cambiamento.
storia
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