ceri”, come affermerà nel ‘900il filosofo Michel Foucault:l’autocontrollo costituisce per i greci una via al “dominio di sé”e alla “pratica della moderazio-ne in tutte le cose”.L’antropologa Mary Douglasha analizzato, invece, le rego-le alimentari della tradizioneebraica, soffermandosi sugli“abomini del Levitico”, ovveroi precetti biblici sui cibi com-mestibili. Secondo Douglas, ilprincipio fondante delle regoleebraiche sta nella narrazionebiblica del disegno generale delmondo: sullo stessoordine do- veva fondarsi la struttura socialedel popolo ebrai-co, basandosisul “paradigma della separazio-ne”. Le sceltealimentari degliebrei sono statefortemente con-dizionate dalla dietetica religiosa;dalla norma “noncuocere il caprettonel latte di sua madre”derivava il divieto di ser-toccare con le mani i cibi fre-schi messi in vendita nei mer-cati. “Decifrare il pasto”, perusare un termine di Douglas,è un modo per leggere la strut-tura sociale e simbolica di una società e i suoi codici cultura-li; i gusti, le scelte alimentari,rappresentano la riproduzioneculturale della differenza socia-le: “il principio di divisione inclassi logiche, che organizza la percezione del mondo sociale,è a sua volta il prodotto dell’in-cor-porazione della divi-sione in classi socia-li”, afferma il so-ciologo francesePierre Bourdieu,ideatore, neglianni ’70, di una celebre ricerca tra la popolazione francese, quasiuna “psicoanalisi sociale”, daltitolo emblematico: “La di-francese Claude Fischler, cheaccompagna, nei secoli, sceltee imposizioni alimentari, co-struzione di tabù e divieti, la nascita delle culture gastrono-miche e dell’alta cucina e per-sino il disperato procacciarsi dicibo in affamati tempi di care-stia. Fischler considera questo“paradosso”, ovvero la tensionetra il desiderio di varietà ali-mentare e la paura del cibo sco-nosciuto, fonte di una continua ansia, sociale e individuale, nelrapporto con il cibo. A simbo-lo del paradosso dell’onnivoropuò assurgere la storia dell’ar-rivo in Europa della patata, peroltre duecento anni oggetto dipaure diffuse. Mentre la cre-scita esponenziale della po-polazione provocava un fortedegrado del regime alimentare,il dilemma era evidente: l’aper-tura ai nuovi cibi o la fame. Fi-nalmente accolta tra icibi “commestibili”,la patata si diffusein Europa, seppu-re con tempi diversi, ma nonsuperò le barriere di classe: ol-tre che dei maiali, rimase persecoli soltanto il cibo dei po- veri. Ancora secondo
Fischler,le pratiche sociali di consumoe preparazione degli alimentinascono proprio per risolvereil paradosso dell’onnivoro, eda tali pratiche sociali, e nondalla necessità fisiologica,dipenderebbero gran partedi quelle che considera leattuali “aberrazioni alimen-tari”: nell’epoca del control-lo capitalistico sull’interoprocesso vivente naturale -mentre assistiamo alla ridu-zione a merce dell’intera sfe-ra riproduttiva, al commerciodei corpi, contenitori di pezzidi ricambio umani, alla merci-ficazione del corpo femminile,distributore di ovuli o incu-batrice di desideri altrui, alla manipolazione di ogni seme di vita e di saperi millenari ridottia brevetti industriali - scivolia-mo, quasi senza accorgercene, verso una sorta di deprivazionesensoriale, particolarmente evi-dente nell’impoverimento deisapori e nella standardizzazio-ne del gusto. A questo punto,bisognerebbe chiedersi: se il lo- gos si è espresso nell’equilibriodel simposio greco e la moder-nità ha finito per transitare inun fast food, quali scenari ci at-tendono? Davvero pillole senza sapore saranno in/corporate da cyborg, corpi ripetibili di carnee microchip? Se il “futuro” è già adesso, soccomberemo ai pastipronti infarciti di grassi idroge-nati che riempiono i microondedi chi non può permettersi unfegato di ricambio? Oppure “unaltro cibo è possibile”, se ci ri-cordiamo che “mangiare è unatto agricolo”. virsi del latte e dei suoi deri- vati nelle pietanze a base dicarne o di mangiare carne elatticini nello stesso pasto,anche se tale rigidità non ha certo impedito che la cucina ebraica si confrontasse conaltre tradizioni gastrono-miche, costruendo culturealimentari differenti. Ma, inquesto confronto con “l’al-tro”, l’opposizione contami-nazione/purificazione poteva capovolgersi: se per l’ebreo èimpuro il cibo proibito dalleSacre scritture, per l’“altro”poteva essere impuro il cibodell’ebreo. Nell’età medie- vale, nelle città in cui esisteuna comunità ebraica, si isti-tuisce la separazione di mer-cati e macelli, l’ebreo divienecontaminante, gli si vieta distinzione”. Secondo Bourdieu,la paura o la repulsione susci-tata dal cibo sconosciuto omangiato “dall’altro”, minaccia dell’integrità del sé, è stata neisecoli ed è ancora un potentemezzo di “distinzione”: i gusti siaffermano ancor più facilmentein forma negativa, attraverso ilrifiuto di gusti diversi. Il gusto,risultato dei condizionamenticonnessi ad una classe, uniscecoloro che sono il prodotto dicondizioni di esistenza analo- ghe, distinguendoli da tutti glialtri; il gusto si struttura suldis/gusto, sull’intolleranza peri gusti altrui, in una continua tensione tra desiderio di in-novazione alimentare e paura dell’alimento sconosciuto. È il“paradosso dell’onnivoro”, ori- ginale definizione del sociologo
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