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ino a tre mesi fa era per me soltanto unnome sulla carta geografica, che evocavaspaventosi quanto astratti scenari di pover-tà, che data la loro lontananza suscitavano in meuna commozione solo passeggera. Non provavoalcun particolare interesse verso questo Paesee mai avrei pensato che un giorno mi ci sareirecata. Invece... senza che io lo desiderassi miè stato proposto questo viaggio, ho aderito nonsenza esitazioni e così nella mia vita è entrata,inaspettatamente, la conoscenza di una nuovarealtà dalla quale ora è impossibile prescindere.Benché sia tornata già da due mesi da questobreve viaggio e la vita normale abbia ormai ri-preso prepotentemente il suo corso, il pensierodi questa terra mi è sempre presente. È peròdifficile mettere ordine nelle idee e le emozioniprendono il sopravvento. Cerco allora di seguireil filo dei ricordi più vivi e più intensi.- L’impatto terribile con la povertà materiale diquesto popolo, il primo aspetto che colpiscecome uno schiaffo noi europei: dieci ore di vo-lo bastano per trovarsi come catapultati in unmondo totalmente altro rispetto al nostro, im-pensabile: la povertà si vede nei vestiti laceridelle persone che incontriamo, negli sguardi vuoti e opachi, nello squallore delle città, nellamiseria indescrivibile dei villaggi (che del re-sto noi abbiamo visto solo passando e che nonpossiamo perciò dire di conoscere), nell’as-senza di quasi tutti i servizi e gli strumenti suiquali si fonda la nostra vita e che per noi sonoindispensabili, nell’assenza di qualsiasi formadi bellezza che non sia quella prodotta dallanatura, nel verde dei campi e nell’azzurro in-tensissimo del cielo. Una povertà che è comeun’accusa, una denuncia alla nostra ricchezzasfacciata, al nostro benessere senza limite, allanostra società che fa del consumo un valore eche ha smarrito il senso della misura e l’equi-librio tra l’avere e l’essere; un’accusa ai nostriproblemi ridicoli, ai nostri bisogni indotti, allanostra superficialità, al rapporto di schiavitùche abbiamo creato con la nostra ricchezza.- La ricchezza umana di questo popolo, che si vede soprattutto nei bambini e che fa pen-sare come questa sia, nonostante la miseria,una terra di vita, una terra di continua nasci-ta, non di morte. Bambini, bambini, bambini!Dappertutto decine di bambini che sembranomaterializzarsi dal nulla in qualunque puntola nostra macchina si fermi, che ci fissano coni loro occhi grandi e stupefatti, che si affol-lano intorno a noi per una caramella, che sidivertono senza neanche un giocattolo. Cheabisso li divide dai nostri bambini, così pochi,così protetti e così attrezzati di necessario edi superfluo! Il costo di quanti giocattoli deinostri sarebbe sufficiente a procurare a questile medicine e le vaccinazioni indispensabili?Quanti di loro ce la faranno a raggiungere l’etàadulta? Andranno a scuola? Vivranno in pace omoriranno in una nuova guerra? Quale poten-ziale di intelligenza vi è in loro destinato a ri-manere inespresso o ad essere compromessodalle malattie e da uno sviluppo tardivo? Checosa, chi potrebbero diventare se avessero adisposizione i mezzi dei loro coetanei euro-pei? Un’infinità di domande senza risposta.- La ricchezza di umanità che si vede nelledonne che, lo si capisce subito, sostengonomolto più degli uomini questa immensa faticadi vivere. Donne che nei loro stracci sembra-no regine, che camminano con portamentofiero, incessantemente in attività, portandosulla testa, per lunghi tratti di cammino, constraordinaria facilità, enormi pesi: penso al pe-so che devono avere sul cuore, di non essereconsiderate, di essere spesso vittime di violen-za, di essere ignorate nei loro sentimenti, diassistere tante volte impotenti al dolore e allamorte dei loro figli. Eppure colpiscono per lastraordinaria dignità, per la compostezza conla quale sembrano sostenere un destino ine-luttabile: sembrano prostrate, ma non vinte.Con un figlio in grembo o legato sulla schienacommuovono e valgono più di tanti discorsisulla sacralità della vita: amano i loro figli sen-za avere nulla da dare loro.- La grande fede di questo popolo, che si ma-nifesta in liturgie straripanti di festa, suoni edanze, piene di fisicità, all’opposto del razio-cinio che contraddistingue noi europei anchenell’esprimere la fede. Durante la Messa di Na-tale (durata tre ore!) ho chiesto alla suora se-duta accanto a me come facesse quella gentead esultare così vivendo in simile miseria: miha dato una risposta sbalorditiva: «Nell’esserepoveri c’è una grazia di stato!».- Infine, vorrei ricordare l’incontro con i tantimissionari: per molte persone essi rappresen-tano l’unica ancora di salvezza, l’unica possi-bilità di uscita dalla miseria, se non addiritturala differenza tra la vita e la morte. Suscitano inme grande ammirazione, pensando all’enormesacrificio che lo stare in Burundi comporta,per i disagi materiali e per la lontananza dallafamiglia, dagli amici, in una terra lontanissimadalla nostra cultura: ma loro affermano che,al contrario, non resisterebbero più in Italia,dove il nostro tenore di vita suscita in lororabbia e pena, e li spinge ogni volta a tornarequi! Che abbiano ragione? Se fossimo noi, checi sentiamo tanto fortunati e tanto propensiad “aiutare”, a meritare compassione? Se sen-za saperlo fossimo noi i veri poveri, poveri disenso della vita, di giustizia, di sensibilità, dicoscienza? Se la nostra ricchezza in realtà fos-se per noi una condanna? Un’altra domandache non lascia in pace.Quanti altri ricordi e, con essi, riflessioni! Im-possibile esprimerli tutti! Ma su tutti dominaun’immagine, quella di lunghissime file di per-sone che, ovunque, dalla mattina alla sera, simuovono camminando ai bordi delle strade,quasi tutti a piedi nudi, uomini, donne, bambini,giovani e vecchi: camminano incessantementein lunghe processioni che sembrano un esodobiblico. Dove vanno? Verso qualche meta quo-tidiana, certo, al mercato per lo più, ma è tuttoun popolo che cammina, che cammina comeper un modo di essere e di vivere. Verso dove? Viene da chiedersi se abbiano una meta, se sianoconsapevoli di un bene da raggiungere e di unpercorso per arrivarvi. Ma mi chiedo anche senoi stiamo camminando o se siamo fermi. Siamofermi nel credere che il nostro modo di viveree di pensare sia l’unico possibile, nel crederedi avere un modello di umanità da esportare,o siamo consapevoli di avere ancora tanto dacamminare? Anche un Paese del Terzo mondoha molto da insegnare, e in questo momentoforse l’insegnamento è soprattutto questo:per noi come per loro c’è un cammino, un esodo,un viaggio verso un nuovo modo di vivere e diconvivere: verso un’altra gerarchia di valori, unanuova distribuzione dei beni e delle risorse del-la terra, una nuova ricerca di giustizia, verso unmondo davvero umano che certo non è quellodel Burundi, ma neanche il nostro.
Cristina Stella
Il Burundi! Impatto e incontro
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