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Nato da donna. Dio entra nell’umanità 
ta si declina la bellezza emminileper Israele: la donna è colei cheprotegge la Torah e quindi è bellaperché santa. Così Maria accogliela nuova Legge, si a “casa di Dio”che entra nell’umanità; in lei Dio sirivela deinitivamente in Gesù co-me parola che si a carne, vestendoi bisogni e le attese di ciascuno dinoi. Nel vangelo di Luca sta scrittoche Maria “meditava queste cose incuor suo”: meditare signiica “mor-morare, sussurrare”. Che cosa avràmormorato la madre al suo Dio at-to bambino? Forse Maria avrà sus-surrato le parole delle Scritture per trasmettere al Figlio ricordandogliil nome del Padre. E chi permettedi ricordare il senso delle cose diDio è secondo Giovanni lo Spirito.Quando le porteranno via il Figlio,sarà ancora lo Spirito a ricordarlele sue Parole e i suoi Gesti. La pos-siamo immaginare dopo la mortedel Figlio, attendendolo ancora,“meditando in cuor suo” ciò cheera accaduto: continuando cioèdentro se stessa l’antico dialogodi quando lo teneva ra le bracciaappena nato. Certamente non saràstato acile per Maria esercitare ildiritto di essere donna, pienamentese stessa in una società tradizional-mente maschile, scontrandosi congli stereotipi e i modelli culturalidel suo tempo. Anche oggi in mol-te parti del mondo, le donne non
NOTIZIARIO DELL’ASSOCIAZIONE MUSEKE ONLUS – Via Brescia, 10 – 25014 CASTENEDOLO (Brescia) ITALY
Tel. e Fax 030.2130053 - Cell. 349.8832835
ANNO Iº - N. 2 -
DICEMBRE 2006
“Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 ( conv. In L. 27/02/2004 n°46) art.1, comma 2 DCB Brescia” 
“N
ato da donna, nato sot-to la legge”. Con que-ste parole Paolo nellalettera indirizzata ai Galati sintetiz-za il mistero del Natale. Parla di unadonna, Maria, che diventa testimo-ne vivente di un nuovo inizio ri-spetto alla Eva della Genesi. PercMaria è la novità di Dio, nuova Eva,il uturo di grazia in un mondo allaricerca di senso. Nel Paradiso terre-stre, il primo uomo si sentiva solo.Ma non era solo per consapevoleassenza di una alterità, ma perchéin quel luogo “peretto” non si sen-tiva a casa sua. Quasi a dirci che Dionon volesse stabilire un rapportocon l’umanità avvolta dalla solitu-dine, perché non ancora in gradodi cogliere la misteriosa unità divi-na della comunione ra il Padre, ilFiglio, lo Spirito Santo. Allora Diocrea, “ediica” la donna, unico “luo-go” in cui l’uomo possa davverosentirsi “a casa sua”. Fin dall’inizioquindi la donna è abitata dall’altroperché Dio le concede di essere,nelle pieghe più intime di se stessa,spazio per l’altro. Questo spazio in-teriore emminile è plasmato dalloSpirito; nella tradizione ebraica Dioinatti aida il dono della Torah (leg-ge) alla donna perché unica crea-tura in grado di custodire la leggedivina e capace di dare continuitàall’esistenza singola e collettiva. Inquesto suo essere custode della Vi-possono esprimere e esercitare laloro intelligenza politica, cultura-le, sociale e religiosa, o addiritturalottare per il diritto ad essere rico-nosciute persone. E’ un paradossoche proprio le donne, naturalmen-te destinate a ar spazio all’altro epoco interessate a usurpare spazialtrui, siano costrette a dienderela loro più intima identità perso-nale e sociale. Siamo ancora moltolontani dal raggiungere il terzo e ilquinto degli otto obiettivi del mil-lennio, stilati dall’Onu nel 2000, ecioè che entro il 2015 si dovreb-be eliminare la disuguaglianza digenere nell’istruzione primaria esecondaria e promuovere quindil’uguaglianza e l’empowermentdelle donne e migliorare la salutematerna riducendo soprattutto iltasso di mortalità materna.Come Maria anche noi, lasciandoche Dio prenda dimora nel nostro
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MUSEKE - 2
L’acqua a Mutwenzi 
Da dopo Pasqua l’acqua arriva pu-lita, resca e luente e scorre tra lecolline di Mutwenzi a 8 km da Gi-tega (Burundi). Grazie al personalelocale e ai nostri tecnici, inalmen-te questo dono prezioso può essereutilizzato da una comunità di circa50.000 persone oltre ai nostri bim-bi, ospiti della Casa di accoglienzaNazareth.
Notizie da Kamonyi (Rwanda)
Domenica 17 dicembre le Suore Cla-risse di Camonyi hanno esteggiatoil Giubileo dei 25 anni di presenza inRwanda e ricordano anche i 25 annidi proessione di Suor Miriam.Il Monastero costruito e donato daMuseke è stato inaugurato l’11 ago-sto 1985. Ora non è più suicientead ospitare le numerose vocazionisicchè Madre Giuseppina ha inco-minciato un’altra ondazione a qual-che decina di chilometri, sempre inRwanda. Alcune persone amiche di Musekesi sono adoperate per un aiuto tan-gibile per continuare non solo ideal-mente l’impegno assunto venticin-que anni a e quindi siamo ancoratramite di questa generosità per ilnuovo Monastero.
cuore possiamo scoprire chisiamo realmente, che il proget-to più bello di Dio per noi è ri-conoscersi destinati all’altro. Undestino che è anche aver curadell’altro. A dierenza di Eva edi Adamo Maria crede alla pa-rola di Dio; si rende disponibileper un progetto che la supera.Non si nasconde, come Adamo,ma, all’annuncio dell’angelo,si mette in cammino per capi-re il mistero che alberga in leie nel uturo di Dio. Ricevutol’annuncio, Maria non se ne valontano dagli uomini: corre daElisabetta, sua parente motivatada un’unica attesa: comprende-re e servire il tempo della visita,il tempo della grazia per i fglidi Adamo. Lo Spirito creatoreall’inizio, lo Spirito che opera inMaria e quello che è sceso sul-la prima comunità nel giornodi pentecoste è lo stesso checi ricrea e ci invia sulle stradedella missione. Dicendo “ecco-mi sono la serva del Signore”e aderendo al progetto di Diosulla sua vita, Maria diventa iltabernacolo vivente che portanel suo grembo verginale il Sal- vatore dell’umanità. Il suo “sì”non si è esaurito con la nascitadi Gesù, è continuato per tuttala sua vita, fn sotto il Calvario enel cenacolo dove è nato il nuo- vo Israele. Nel suo essere auten-ticamente donna, perché donnadi Dio, Maria annienta attraver-so suo fglio il male all’internodella storia umana, il male cheinsidia la vita di cui è destina-taria e portatrice. L’augurio per questo Natale segni quindi per tutti noi il nuovo inizio perchéciascuno si possa are grembo,casa di colui che è l’Altro, l’au-tore della Vita che sconfgge lestrutture di male e di peccatoche attanagliano ancora tantinostri ratelli. Buon natale. Ge-neriamo vita nell’amore, nellasolidarietà e nella pace.
 Don Roberto
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F
ino a tre mesi fa era per me soltanto unnome sulla carta geografica, che evocavaspaventosi quanto astratti scenari di pover-tà, che data la loro lontananza suscitavano in meuna commozione solo passeggera. Non provavoalcun particolare interesse verso questo Paesee mai avrei pensato che un giorno mi ci sareirecata. Invece... senza che io lo desiderassi miè stato proposto questo viaggio, ho aderito nonsenza esitazioni e così nella mia vita è entrata,inaspettatamente, la conoscenza di una nuovarealtà dalla quale ora è impossibile prescindere.Benché sia tornata già da due mesi da questobreve viaggio e la vita normale abbia ormai ri-preso prepotentemente il suo corso, il pensierodi questa terra mi è sempre presente. È peròdifficile mettere ordine nelle idee e le emozioniprendono il sopravvento. Cerco allora di seguireil filo dei ricordi più vivi e più intensi.- L’impatto terribile con la povertà materiale diquesto popolo, il primo aspetto che colpiscecome uno schiaffo noi europei: dieci ore di vo-lo bastano per trovarsi come catapultati in unmondo totalmente altro rispetto al nostro, im-pensabile: la povertà si vede nei vestiti laceridelle persone che incontriamo, negli sguardi vuoti e opachi, nello squallore delle città, nellamiseria indescrivibile dei villaggi (che del re-sto noi abbiamo visto solo passando e che nonpossiamo perciò dire di conoscere), nell’as-senza di quasi tutti i servizi e gli strumenti suiquali si fonda la nostra vita e che per noi sonoindispensabili, nell’assenza di qualsiasi formadi bellezza che non sia quella prodotta dallanatura, nel verde dei campi e nell’azzurro in-tensissimo del cielo. Una povertà che è comeun’accusa, una denuncia alla nostra ricchezzasfacciata, al nostro benessere senza limite, allanostra società che fa del consumo un valore eche ha smarrito il senso della misura e l’equi-librio tra l’avere e l’essere; un’accusa ai nostriproblemi ridicoli, ai nostri bisogni indotti, allanostra superficialità, al rapporto di schiavitùche abbiamo creato con la nostra ricchezza.- La ricchezza umana di questo popolo, che si vede soprattutto nei bambini e che fa pen-sare come questa sia, nonostante la miseria,una terra di vita, una terra di continua nasci-ta, non di morte. Bambini, bambini, bambini!Dappertutto decine di bambini che sembranomaterializzarsi dal nulla in qualunque puntola nostra macchina si fermi, che ci fissano coni loro occhi grandi e stupefatti, che si affol-lano intorno a noi per una caramella, che sidivertono senza neanche un giocattolo. Cheabisso li divide dai nostri bambini, così pochi,così protetti e così attrezzati di necessario edi superfluo! Il costo di quanti giocattoli deinostri sarebbe sufficiente a procurare a questile medicine e le vaccinazioni indispensabili?Quanti di loro ce la faranno a raggiungere l’etàadulta? Andranno a scuola? Vivranno in pace omoriranno in una nuova guerra? Quale poten-ziale di intelligenza vi è in loro destinato a ri-manere inespresso o ad essere compromessodalle malattie e da uno sviluppo tardivo? Checosa, chi potrebbero diventare se avessero adisposizione i mezzi dei loro coetanei euro-pei? Un’infinità di domande senza risposta.- La ricchezza di umanità che si vede nelledonne che, lo si capisce subito, sostengonomolto più degli uomini questa immensa faticadi vivere. Donne che nei loro stracci sembra-no regine, che camminano con portamentofiero, incessantemente in attività, portandosulla testa, per lunghi tratti di cammino, constraordinaria facilità, enormi pesi: penso al pe-so che devono avere sul cuore, di non essereconsiderate, di essere spesso vittime di violen-za, di essere ignorate nei loro sentimenti, diassistere tante volte impotenti al dolore e allamorte dei loro figli. Eppure colpiscono per lastraordinaria dignità, per la compostezza conla quale sembrano sostenere un destino ine-luttabile: sembrano prostrate, ma non vinte.Con un figlio in grembo o legato sulla schienacommuovono e valgono più di tanti discorsisulla sacralità della vita: amano i loro figli sen-za avere nulla da dare loro.- La grande fede di questo popolo, che si ma-nifesta in liturgie straripanti di festa, suoni edanze, piene di fisicità, all’opposto del razio-cinio che contraddistingue noi europei anchenell’esprimere la fede. Durante la Messa di Na-tale (durata tre ore!) ho chiesto alla suora se-duta accanto a me come facesse quella gentead esultare così vivendo in simile miseria: miha dato una risposta sbalorditiva: «Nell’esserepoveri c’è una grazia di stato!».- Infine, vorrei ricordare l’incontro con i tantimissionari: per molte persone essi rappresen-tano l’unica ancora di salvezza, l’unica possi-bilità di uscita dalla miseria, se non addiritturala differenza tra la vita e la morte. Suscitano inme grande ammirazione, pensando all’enormesacrificio che lo stare in Burundi comporta,per i disagi materiali e per la lontananza dallafamiglia, dagli amici, in una terra lontanissimadalla nostra cultura: ma loro affermano che,al contrario, non resisterebbero più in Italia,dove il nostro tenore di vita suscita in lororabbia e pena, e li spinge ogni volta a tornarequi! Che abbiano ragione? Se fossimo noi, checi sentiamo tanto fortunati e tanto propensiad “aiutare”, a meritare compassione? Se sen-za saperlo fossimo noi i veri poveri, poveri disenso della vita, di giustizia, di sensibilità, dicoscienza? Se la nostra ricchezza in realtà fos-se per noi una condanna? Un’altra domandache non lascia in pace.Quanti altri ricordi e, con essi, riflessioni! Im-possibile esprimerli tutti! Ma su tutti dominaun’immagine, quella di lunghissime file di per-sone che, ovunque, dalla mattina alla sera, simuovono camminando ai bordi delle strade,quasi tutti a piedi nudi, uomini, donne, bambini,giovani e vecchi: camminano incessantementein lunghe processioni che sembrano un esodobiblico. Dove vanno? Verso qualche meta quo-tidiana, certo, al mercato per lo più, ma è tuttoun popolo che cammina, che cammina comeper un modo di essere e di vivere. Verso dove? Viene da chiedersi se abbiano una meta, se sianoconsapevoli di un bene da raggiungere e di unpercorso per arrivarvi. Ma mi chiedo anche senoi stiamo camminando o se siamo fermi. Siamofermi nel credere che il nostro modo di viveree di pensare sia l’unico possibile, nel crederedi avere un modello di umanità da esportare,o siamo consapevoli di avere ancora tanto dacamminare? Anche un Paese del Terzo mondoha molto da insegnare, e in questo momentoforse l’insegnamento è soprattutto questo:per noi come per loro c’è un cammino, un esodo,un viaggio verso un nuovo modo di vivere e diconvivere: verso un’altra gerarchia di valori, unanuova distribuzione dei beni e delle risorse del-la terra, una nuova ricerca di giustizia, verso unmondo davvero umano che certo non è quellodel Burundi, ma neanche il nostro.
Cristina Stella
 Il Burundi! Impatto e incontro 
 
Grande umanità e profonda fede 
MUSEKE - 3
 Lavori per l’acquedotto a Mutwenzi 
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