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ludens.txttraduzioni telematiche a cura diRosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo(casa di reclusione - Opera)Johan Huizinga.HOMO LUDENS.Questo libro dello storico olandese Johan Huizinga appare inlingua tedesca ad Amsterdam nel 1939 ed è pubblicato in Italia nel1946. L'autore, nato a Groninga il 7 dicembre 1872, verràimprigionato dai nazisti all'indomani dell'invasione dell'Olanda.Confinato come ostaggio nel 1943, morirà il primo febbraio 1945.Tra le altre principali opere di Huizinga ricordiamo: "L'autunnodel Medio Evo" (1919), "Erasmo" (1924), "Crisi della civiltà"(1935).INDICE.Prefazione-introduzione dell'autore: pagina 3.Capitolo 1 - Natura e significato del gioco come fenomenoculturale: pagina 6.Capitolo 2 - La nozione del gioco nella lingua: pagina 55.Capitolo 3 - Gioco e gara come funzioni creatrici di cultura:pagina 86.Capitolo 4 - Gioco e diritto: pagina 138.Capitolo 5 - Gioco e guerra: pagina 157.Capitolo 6 - Gioco e sapere: pagina 187.Capitolo 7 - Gioco e poesia: pagina 210.Capitolo 8 - Le radici della figurazione mitica: pagina 241.Capitolo 9 - Forme ludiche della filosofia: pagina 259.Capitolo 10 - Forme ludiche dell'arte: pagina 279.Capitolo 11 - Culture e periodi «sub specie ludi»: pagina 307.Capitolo 12 - L'elemento ludico nella cultura odierna: pagina 346.Note (per capitolo): pagina 382.PREFAZIONE-INTRODUZIONE DELL'AUTORE.Quando noi uomini non risultammo così sensati come il secoloplacido del "culto della Ragione" ci aveva creduti, si dette allanostra specie, accanto al nome di «homo sapiens», anche quello di«homo faber» - uomo produttore. Termine che era meno esatto delprimo perché anche più di un animale è «faber». Ciò che vale perfare, vale anche per giocare: parecchi animali giocano. Tuttaviami pare che l'«homo ludens», l'uomo che gioca, indichi unafunzione almeno così essenziale come quella del fare, e che meritiun posto accanto all'«homo faber».Secondo un'idea ormai secolare, spingendo il pensiero fino alleultime conseguenze del processo conoscitivo umano, si devegiungere a riconoscere che ogni azione umana appare un mero gioco.Colui al quale basta tale conclusione metafisica non deve leggerequesto libro. A me non sembra una ragione per trascurare lacategoria del gioco come fattore a sé in tutto ciò che accade nelmondo. Da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che laciviltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco. Acominciare dal 1903 si possono riscontrare le tracce di questaopinione nei miei scritti. Nel 1933 dedicai a quel soggetto la miaorazione di rettore dell'Università di Leida, col titolo: "Suilimiti del gioco e del serio nella cultura". Quando in seguitoadattai e rinnovai quel discorso due volte, prima per conferenze aZurigo e a Vienna (1934), poi per un'altra a Londra ( 1937), viPagina 1
 
ludens.txtposi per titolo: «Das Spielelement der Kultur, The Play Element ofCulture». Tutte e due le volte i miei ospiti corressero: - «in derKultur, in Culture» - e ogni volta io cancellai di nuovo lapreposizione e ristabilii il genitivo. Infatti per me non sitrattava di domandare quale posto occupi il gioco fra i restantifenomeni culturali, ma in qual misura la cultura stessa abbiacarattere di gioco. Per me si trattava e si tratta anche in questostudio più ampio d'integrare per così dire il concetto di "gioco"in quello di "cultura".Il gioco è considerato qui come fenomeno culturale, e non (oalmeno non in primo luogo) come funzione biologica, ed è trattatocoi mezzi della sociologia. Si vedrà come io mi astenga quanto èpossibile dall'interpretazione psicologica del gioco, perimportante che sia, e come io faccia un uso solo molto ristrettodelle idee e delle spiegazioni dell'etnologia, anche là dove ho dariferire fatti etnologici. Il termine "magico", per esempio, siriscontrerà rare volte, quello di «mana» e simili, mai. Se ioriassumessi in alcune tesi la mia argomentazione, una di essesarebbe questa, che l'etnologia e le scienze ad essa affini fannotroppo poco posto al concetto di gioco. A me almeno non è bastatala generale terminologia in uso per il gioco. Continuamente avevobisogno di un aggettivo di "gioco" che esprimesse in modo semplice"ciò che è attinente al gioco o al giocare". "Giocoso" non potevaservire, ha una sfumatura di significato troppo particolare. Mi sipermetta perciò d'introdurre la parola "ludico". Benché siasconosciuta la supposta base latina, anche in francese s'incontrala parola "ludique" in saggi di psicologia.Mentre cedo la mia opera al pubblico, mi sorge il timore chemolti, nonostante tutto il lavoro che la sostanzia, la stimerannoun'improvvisazione insufficientemente documentata. E' ormaidestino di chi vuol trattare problemi culturali di doversiarrischiare su diversi terreni che non conosce a fondo. Supplireprima a tutte le mancanze del mio sapere era escluso per me, e mela sono sbrigata rispondendo di ogni dettaglio per mezzo di unrimando. Per me si trattava di scrivere o non scrivere. E di unacosa che mi stava molto a cuore. Perciò ho scritto.(Leida, giugno 1938).HOMO LUDENSUxori carissimaeCapitolo 1.NATURA E SIGNIFICATO DEL GIOCO COME FENOMENO CULTURALE.Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto dicultura, per quanto possa essere definito insufficientemente,presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hannoaspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si puòaffermare senz'altro che la civiltà umana non ha aggiunto alconcetto stesso di gioco una caratteristica essenziale. Glianimali giocano proprio come gli uomini; tutte le caratteristichefondamentali del gioco sono realizzate in quello degli animali.Basta osservare i cuccioli nel loro gioco, per scorgere inquell'allegro ruzzare tutti questi tratti fondamentali. Essis'invitano al gioco con certi gesti ed atteggiamenti cerimoniosi;osservano la regola che non si ha da mordere a sangue l'orecchiodel compagno; fingono di essere arrabbiatissimi. E si notisoprattutto che a far così essi provano evidentemente in massimogrado piacere o gusto. Ora un tale gioco di cuccioli ruzzanti nonè che una delle forme più semplici del gioco animale. Ve ne sonoaltre di specie molto più profonda, più evoluta: vere e propriegare e belle rappresentazioni per spettatori. Qui bisogna subitosegnare un fatto importantissimo. Già nelle sue forme piùsemplici, e nella vita animale, il gioco è qualcosa di più che unfenomeno puramente fisiologico e una reazione psichicafisiologicamente determinata. Il gioco come tale oltrepassa iPagina 2
 
ludens.txtlimiti dell'attività puramente biologica: è una funzione checontiene un senso. Al gioco partecipa qualcosa che oltrepassal'immediato istinto a mantenere la vita, e che mette un sensonell'azione del giocare. Ogni gioco significa qualche cosa. Sechiamiamo spirituale questo principio attivo che al gioco lasua essenza, allora diciamo troppo; se lo chiamiamo istinto nondiciamo nulla. Comunque lo si consideri, certamente si manifesta,con tale "intenzione" del gioco, un elemento immateriale nella suaessenza stessa.La psicologia e la fisiologia badano a osservare, a descrivere e aspiegare il gioco degli animali, dei bambini e degli adulti.Cercano di definire la natura e il significato del gioco e diassegnargli il suo posto nell'ordine della vita. Il fatto che inquest'ordine esso occupi un posto importante, che vi compia unafunzione necessaria o almeno utile, è accettato universalmente esenza contraddizione come punto di partenza per ogni ricerca especulazione scientifica. I molti saggi che intendono definirequesta funzione biologica del gioco sono assai divergenti fraloro. Si è creduto di poter circoscrivere l'origine e la base delgioco a uno sbarazzarsi del superfluo di forza vitale. Secondoaltri l'essere umano, giocando, ubbidisce a un gusto innatod'imitazione. Oppure soddisfa a un bisogno di rilassamento. O faun esercizio preparatorio alla grave operosità che la vita esigeràda lui. O ancora il gioco gli serve da allenamento perl'autocontrollo. Altri ancora ne cercano il principio in unconnaturato bisogno di causare o di essere capace di qualche cosa,o nell'ansia di dominare, o in quella di concorrere. Altri ancoraconsiderano il gioco come un'innocua evacuazione di istintinocivi, o come un necessario complemento di un'attività troppounilaterale, o come l'appagamento, con una finzione, di desideriin realtà inappagabili e, in quanto tale, capace di conservare ilsenso della personalità (1).Tutte queste spiegazioni hanno in comune, come punto di partenza,la supposizione che il gioco avvenga in funzione di un'altra cosa,che serva a una data utilità biologica. Ci si chiede: perché e ache fine si gioca? E le conseguenti risposte non si escludonoaffatto. Si potrebbe molto bene accettare tutte le suespostespiegazioni una accanto all'altra, senza con ciò incorrere inun'imbarazzante confusione d'idee. Ne consegue che tutte sonospiegazioni soltanto parziali. Se una di esse fosse definitiva,allora dovrebbe o escludere le altre, o contenerle e accoglierlein un'unità suprema. La maggior parte di quei tentativid'interpretazione si occupa solo in secondo luogo della domandache cosa sia il gioco in sé, che significhi per i giocatoristessi. Essi si appigliano immediatamente al gioco con le misuredella scienza sperimentale, senza fare dapprima la necessariaattenzione alla qualità profondamente estetica del gioco. Laqualità primaria "gioco" vi resta generalmente indefinita. Perognuna delle interpretazioni offerte, continua a valere ladomanda: va bene, ma che cosa è in fondo il "gusto" del gioco?Perché strilla di gioia il bambino? Perché il giocatore si perdenella sua passione, perché una gara eccita sino al delirio unafolla di spettatori? L'intensità del gioco non è spiegata danessuna analisi biologica. Eppure in quell'intensità, in quellafacoltà di far delirare, sta la sua essenza, la sua qualità. LaNatura, pare che ci dica la logica, avrebbe potuto dare alla suaprole tutte quelle funzioni utili di scarico di energia, dirilassamento, di preparazione, e di compenso, anche nella forma diesercizi e reazioni puramente meccanici. Invece no, ci dette ilGioco, con la sua tensione, con la sua gioia, col suo "scherzo".Quest'ultimo elemento, il "gusto" del gioco, resiste a ognianalisi o interpretazione logica. Questa qualità irriducibile nonè per la nostra sensibilità linguistica moderna, in nessuna parteespressa così perspicuamente come nell'inglese «fun», che è assairecente nell'uso comune. Più o meno vi corrisponde in tedesco«Spass» preso insieme con «Witz». Il francese, fatto curioso, nonha un equivalente per tale nozione. Ed è proprio questo l'elementoche determina l'essenza del gioco. Nel gioco abbiamo a che farecon una categoria di vita assolutamente primaria, facilmentePagina 3
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