La loro presenza nel potere è diminuita, i mezzi a disposizione non sono gli stessi, equesto da solo non sarebbe importante. Il problema è che anche la potenza di fuocosul piano intellettuale è diminuita, non solo rispetto a cent’anni fa, ma a cinquanta. Non sono più i tempi in cui un Bobi Bazlen, a guerra finita, poteva farsi cardine delrilancio della casa editrice Einaudi e contemporaneamente fondare il catalogo dellaAdelphi.Ma se questo è vero, non è proprio questa crisi il motivo per lanciare la scommessache si diceva? Una Yeshivà riattiverebbe il circuito, attirerebbe come una calamita suTrieste gli ebrei veri, quelli che al loro interno osservano scrupolosamente la Legge,ma all’esterno hanno per massimo comandamento la gioia e ringrazierebbero ogniminuto il Creatore per tutto ciò che li circonda: il mare, la bora, il Carso, la lettura egli affari, le architetture asburgiche, il malvasia con i sardoni impanati. In una parola:la vita.Un anno fa a Gerusalemme un raffinatissimo ebreo osservante nato a Trieste, ravMordechai Goldstein, masticando con gioia il suo dialetto nativo durante la rumorosafesta del Purim, mi esaltò come nessun altro la magia del luogo doveva avevo lafortuna di vivere. «Quando un triestino – disse con occhi sognanti – sta seduto in rivaal mare con un buon calice di vino in mano, e si gode il tramonto, ebbene quella è preghiera, suprema e grandissima preghiera, e il Signore dell’Universo gode a vederequella letizia».Esiste niente di più meravigliosamente laico? Eppure quell’uomo era un osservante,si era sfiancato nella lettura del Talmud, la sua religiosità era per me come unanebilosa magnifica e inavvicinabile, ogni suo atto splendeva di spontanea obbedienzaalle complicate prescrizioni della quotidianità ebraica. Come si spiega? Solo col fattoche chi è forte nella sua fede può davvero vivere laicamente. Allo stesso modo, unacomunità forte può permettersi il lusso di essere aperta.Fu rav Mordechai ad accompagnarmi nella più grande Yeshivà di Gerusalemme, nelquartiere ortodosso di Me’a Sharim, e farmi vivere lì dentro una delle sperienze piùsconvolgenti della mia vita. Tutto mi spiazzò, lì dentro. Non c’era nessuno acontrollarmi, niente metal detector. Salii una scala a chiocciola piena di uomini vestitidi nero che sembravano non vedermi. Ero un intruso, avrei potuto essere unattentatore: che cosa, mi chiedevo, dava a costoro tanta sicurezza?Quando arrivai in cima, capii. Dal ballatoio mi sporsi sulla sala di lettura dove tre-quattrocento uomini leggevano ad alta voce non lo stesso testo, ma centinaia di testidiversi. C’era chi discuteva col vicino, chi s’arrabbiava col libro che non capiva, chi proclamava stentoreo qualcosa, e persino chi dormicchiava spossato da tanto sforzo.Il popolo della Regola esprimeva una pazzesca, caotica sregolatezza.Eppure, non era un mamicomio. Ovunque lo sarebbe stato, ma non lì. Quella mareadi voci non generava cacofonia ma un’onda sonora armonica e unitaria che micullava come il rumore di un fiume e mi rassicurava come uno scudo stellare. Eccoda dove veniva tutta la provocatoria sicurezza degli ebrei ortodossi che non miavevano controllato all’ingresso.Ero stupefatto. Non sapevo la lingua, ma capivo. Non ero ebreo, ma mi sentivofratello di quella gente. Era sintonizzato con la voce del popolo del Libro, e per la
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