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Se fossi il governatore di questa regione o il sindaco del suo capoluogo, dopol’attentato alla scuola talmudica di Gerusalemme, commetterei un atto di sana follia.Proporrei alla comunità ebraica il co-finanziamento di un’analoga scuola a Trieste.Lo dico oggi che nella sinagoga della città si insedia ufficialmente il nuovo rabbino,alla presenza della massima autorità religiosa d’Israele. Cerimonia aperta, ore 11.30,cui tutta la popolazione è invitata a partecipare.Dopo la strage in Israele, un simile insediamento avrebbe una forza simbolicaenorme. A Trieste e non altrove Mussolini ha proclamato le leggi razziali. A Triestequelle leggi ebbero il loro collaudo infame contro la comunità slovena, ritenuta stirpeinferiore. A Trieste hanno funzionato i forni crematori, e a Trieste deicollaborazionisti hanno dati alla Gestapo i nomi della gente da deportare. Ma allaradice dell’idea non vi è solo il senso di colpa.Se così fosse sarebbe poca cosa. Vi è anche un motivo di interesse. Questo: Trieste hadisperatamente bisogno di una comunità ebraica forte. Basta leggere la storia dellacittà. Gli ebrei sono stati i protagonisti del boom negli anni d’oro tra fine Ottocento el’inizio della Grande Guerra. Hanno segnato un’epoca nel campo delle assicurazioni,della musica, della scienza, delle banche e della psicoanalisi. Scommetterenuovamente su di loro significa credere in una rinascita della città.Perché una scuola talmudica? Se l’alfabetizzazione, la capacità di lettura, è stata dasempre la marcia in più del più antico popolo del Libro, la scuola di lettura - detta«yeshivà» - ne è il nucleo fondante. Non esiste nulla di simile e di così libero nelmondo cristiano. Conosco una sola parola che gli si avvicina: il turco «Divan», luogodove ci si siede per conversare di cose importanti.Il Talmud non è la Bibbia (Torà), ma una mirabile e millenaria raccolta diinterpretazioni attorno al testo sacro. E’ lì che si impara a spaccare il capello inquattro, a fare a fette il pensiero. E’ lì che si celebra non l’adorazione del dogma (che per gli ebrei non esiste) ma l’illimitato diritto dell’uomo a interpretare la Scrittura. E’lì che l’ebreo impara che, quando tutti stanno su una riva del fiume, lui deve staredall’altra. E’ da quel tronco antico, come dalla cabbala dei numeri, che nascel’arguzia e la cultura di un popolo.E’ probabile che agli stessi ebrei triestini l’idea di una scuola talmudica possasembrare folle o provocatoria. Gli anni grandi sono finiti. Trieste e i suoi ebrei sonoentrati in crisi insieme. La prima ha perso la sua centralità. I secondi si sono ritrovatisenza massa critica, a rischio di cancellazione dopo i disastri del ghetto,dell’assimilazione e della Shoà. Oggi la comunità è debole, e di conseguenza chiusanel suo riccio. Non avrebbe da sola la forza di mettere in piedi una simile universitàdel pensiero.Oggi gli ebrei di Trieste hanno ben altre gatte da pelare. Una modernità dissacranteche ha perso il senso della Parola, l’appartenenza a un’Italia papalina dove i Vescovis’impicciano di tutto, la marginalità del porto, la crisi demografica della comunità, imatrimoni misti, le scuole sempre più vuote di bambini cresciuti nell’ortodossia. Gliebrei rischiano l’assimilazione e contano infinitamente di meno, anche sul pianointellettuale.
 
La loro presenza nel potere è diminuita, i mezzi a disposizione non sono gli stessi, equesto da solo non sarebbe importante. Il problema è che anche la potenza di fuocosul piano intellettuale è diminuita, non solo rispetto a cent’anni fa, ma a cinquanta. Non sono più i tempi in cui un Bobi Bazlen, a guerra finita, poteva farsi cardine delrilancio della casa editrice Einaudi e contemporaneamente fondare il catalogo dellaAdelphi.Ma se questo è vero, non è proprio questa crisi il motivo per lanciare la scommessache si diceva? Una Yeshivà riattiverebbe il circuito, attirerebbe come una calamita suTrieste gli ebrei veri, quelli che al loro interno osservano scrupolosamente la Legge,ma all’esterno hanno per massimo comandamento la gioia e ringrazierebbero ogniminuto il Creatore per tutto ciò che li circonda: il mare, la bora, il Carso, la lettura egli affari, le architetture asburgiche, il malvasia con i sardoni impanati. In una parola:la vita.Un anno fa a Gerusalemme un raffinatissimo ebreo osservante nato a Trieste, ravMordechai Goldstein, masticando con gioia il suo dialetto nativo durante la rumorosafesta del Purim, mi esaltò come nessun altro la magia del luogo doveva avevo lafortuna di vivere. «Quando un triestino – disse con occhi sognanti – sta seduto in rivaal mare con un buon calice di vino in mano, e si gode il tramonto, ebbene quella è preghiera, suprema e grandissima preghiera, e il Signore dell’Universo gode a vederequella letizia».Esiste niente di più meravigliosamente laico? Eppure quell’uomo era un osservante,si era sfiancato nella lettura del Talmud, la sua religiosità era per me come unanebilosa magnifica e inavvicinabile, ogni suo atto splendeva di spontanea obbedienzaalle complicate prescrizioni della quotidianità ebraica. Come si spiega? Solo col fattoche chi è forte nella sua fede può davvero vivere laicamente. Allo stesso modo, unacomunità forte può permettersi il lusso di essere aperta.Fu rav Mordechai ad accompagnarmi nella più grande Yeshivà di Gerusalemme, nelquartiere ortodosso di Me’a Sharim, e farmi vivere lì dentro una delle sperienze piùsconvolgenti della mia vita. Tutto mi spiazzò, lì dentro. Non c’era nessuno acontrollarmi, niente metal detector. Salii una scala a chiocciola piena di uomini vestitidi nero che sembravano non vedermi. Ero un intruso, avrei potuto essere unattentatore: che cosa, mi chiedevo, dava a costoro tanta sicurezza?Quando arrivai in cima, capii. Dal ballatoio mi sporsi sulla sala di lettura dove tre-quattrocento uomini leggevano ad alta voce non lo stesso testo, ma centinaia di testidiversi. C’era chi discuteva col vicino, chi s’arrabbiava col libro che non capiva, chi proclamava stentoreo qualcosa, e persino chi dormicchiava spossato da tanto sforzo.Il popolo della Regola esprimeva una pazzesca, caotica sregolatezza.Eppure, non era un mamicomio. Ovunque lo sarebbe stato, ma non lì. Quella mareadi voci non generava cacofonia ma un’onda sonora armonica e unitaria che micullava come il rumore di un fiume e mi rassicurava come uno scudo stellare. Eccoda dove veniva tutta la provocatoria sicurezza degli ebrei ortodossi che non miavevano controllato all’ingresso.Ero stupefatto. Non sapevo la lingua, ma capivo. Non ero ebreo, ma mi sentivofratello di quella gente. Era sintonizzato con la voce del popolo del Libro, e per la
 
 prima volta quella definizione dei monoteismi mi parve chiara, persino ovvia. Comenon l’avevo capito prima? Ero nella cattedrale della lettura, nella massimacelebrazione possibile del diritto dell’uomo a interpretare, a mettersi con la suaintelligenza di fronte alla Parola scritta.E’ stato lì, a Gerusalemme, che ho cominciato a pensarci. Una scuola talmudicaservirebbe a riagganciare gli ebrei triestini ai fondamenti della loro tradizione. Unatradizione gloriosa, che fa sì che questo luogo abbia un rito tutto suo, né ashkenazitané sefardita, e che nel libro delle preghiere annuali detto «Siddur» - l’ultimo fu scrittoda quel gran maestro che fu rav Nissim – anche il modo di cantare sia diverso da tuttigli algtri.Tutto questo avrebbe ricadute immense sul resto della città, intendo i non ebrei.Riporterebbe qui l’élite di un popolo che ha seminato pensiero come nessun altro.Ristabilirebbe il valore della parola in mondo di Sms, e-mail e Tv spazzatura.Farebbe compiere all’immaginario collettivo della città un formidabile scatto inavanti, con potenti irradiazioni in molti campi.Dopo questo attentato di Gerusalemme, sono ancora più convinto della bontàdell’idea. Il luogo chiuso della Yeshivà, ancorato a Trieste, avrebbe effetti ancora piùforti di quelli generati persino da un Centro di fisica teorica o da un Collegio delMondo Unito, con i loro cervelli nomadi di passaggio. Un’accademia talmudicaaiuterebbe la città a ritrovare la sua complessità perduta e ridiventare autenticamentecosmopolita dopo un secolo di deliri nazionalistici che ne hanno segnato il destino innegativo.La controprova è proprio quella strage: chi ha colpito sapeva dell’importanza di quelluogo per Gerusalemme e Israele. Chi ha sparato sugli inermi non l’ha fatto a caso.Voleva colpire il cuore del pensiero ebraico, colpire il Libro nelle mani di ragazziinnocenti e quindi distruggere alla base la speranza. Solo il bombardamento dellavenerabile biblioteca di Sarajevo – dove, ricordiamolo, musulmani ed ebrei hannocombattuto assieme contro gli aggressori – ha avuto eguale impatto simbolico su un popolo. Nell’ultimo numero del mensile della comunità ebraica triestina vi è una lettera chemette il dito sulla piaga e mostra un popolo al bivio tra l’assimilazion e l’estinzionedemografica. La via d’uscita, scrive da Israele Michele Cogoi, non è essere di manica più larga nel definire chi è e chi non è ebreo, ma il ritorno ai fondamenti della fede.«Trovo incredibile – aggiunge – che persone dotate di cultura e intelligenza nonaffrontino questo problema e non riconoscano l’innegabile sterilità inter-generazionale dell’ebraiso laico».«Quando la nave affonda si può certo scegliere di ridipingere le pareti, far suonarel’orchestra e continuare a ballare illudendosi che tutto vada bene. Ma forse è meglio prendere il megafono ed esortare ciurma e passeggeri a saltare nella scialuppa disalvataggio». A Gibilterra, scrive Cogoi, esisteva lo stesso problema, ma la comunitàne è uscita ritornando allo studio e all’osservanza della Torà. I frutti si sono raccolti inmeno di una generazione.Da cristiano non c’entro niente, sono l’ultimo a poter dare consigli. Ma sono certoche Cogoi abbia ragione. Solo una comunità attaccata alla Legge e forte al suo

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