Valerio Massimo Manfredi
L'IMPERO DEI DRAGHI
A Mirella e Danilo
Chi vuole governareil mondo con la forzafinisce per non farequello che spera.Il mondo è un vaso di spiritiche non si fa forgiare.LAO-TZE,
Il libro
della saggezza
Molti, leggendo sopra un sepolcro il nome di Valerianoimperatore, credono che i Persiani abbiano restituito la salmadi quel Valeriano che avevano catturato...TREBELLIO POLLIONE,
Historia Augusta
, XXII, 81I raggi del sole nascente bagnarono le vette del Tauro, i picchi innevati si tinsero di rosa, scintillarono comegemme sulla valle ancora nell'ombra. Poi il manto lucente cominciò a distendersi lentamente sui gioghi e suifianchi della grande catena montuosa risvegliando dai boschi la vita addormentata.Le stelle impallidirono.Il falco si librò per primo in alto a salutare il sole, e le sue strida acute echeggiarono sulle pareti rupestri esulle forre, sugli aspri dirupi fra cui scorreva spumeggiante il Korsotes, gonfiato dallo sciogliersi delle nevi.Shapur I di Persia, il re dei re, dei Persiani e dei non Persiani, il signore dei quattro angoli del mondo,riscosso da quel grido alzò lo sguardo a scrutare l'ampio volo del signore delle altezze, poi si avvicinò al purosangue arabo splendidamente bardato che gli portava lo scudiero. Un servo si inginocchiò perché lui potesseappoggiare il piede sulla sua gamba flessa e balzare in sella. Altri due servi gli porsero l'arco e la scimitarra dalfodero d'oro e un alfiere gli si pose al fianco impugnando lo stendardo reale: un lungo vessillo di seta rossa conl'immagine in oro di Ahura Mazda.I suoi ufficiali lo aspettavano al centro del campo armati di tutto punto, in sella ai loro cavalli coperti da preziose gualdrappe, con la fronte protetta da piastre d'acciaio. Ardavasd, il comandante supremo, lo salutò conun profondo inchino e lo stesso fecero gli altri; poi, a un cenno del re, toccò i fianchi del cavallo con i talloni e simise in marcia. Tutti gli altri ufficiali si disposero a ventaglio a destra e a sinistra di Shapur e insiemecominciarono a scendere dalla collina.La luce aveva ormai raggiunto l'imbocco della valle e cominciava a rischiarare le torri di Edessa, alta sul pianoro stepposo, battuta dal vento del deserto.Un gallo salutò l'astro nascente con un richiamo lungo e ripetuto. Nel cortile della sua casa Marco Metello Aquila, legato della Seconda Legione Augusta, era in piedi datempo, già vestito e ricoperto dell'armatura. Nativo dell'Italia meridionale, aveva indurito ossa e muscoli in un lungo servizio su tutte le frontieredell'impero: l'abitudine a gridare i suoi comandi sul campo di battaglia gli aveva reso fonda e rauca la voce e brusco il modo di parlare. Gli zigomi alti, la mascella forte e il naso diritto ne testimoniavano la discendenzaaristocratica, ma il taglio sobrio, quasi rozzo, dei capelli e la barba mai del tutto domata dal rasoio mostravano
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