ricorso proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, posto che lo stesso deve essere ritenutoprivo della necessaria legittimazione ad impugnare la sentenza di secondo grado in quanto il giudizio diappello, al quale non aveva partecipato, è stato introdotto dopo il primo gennaio del 2001 nei confrontidella sola Agenzia delle Entrate. A riguardo, è appena il caso di osservare che la data indicata coincidecon quella in cui è divenuta operativa l’istituzione dell’Agenzia delle entrate, con conseguentesuccessione a titolo particolare della stessa nei poteri e nei rapporti giuridici strumentaliall’adempimento dell’obbligazione tributaria, per effetto della quale deve ritenersi che la legittimazione"
ad causam
" e "
ad processum
" nei procedimenti introdotti successivamente alla predetta data spettiesclusivamente all’Agenzia (Sez. Un. n. 3118/06). Giova aggiungere, con riferimento ai procedimentiintrodotti precedentemente alla detta data come nel caso di specie, che questa Corte ha avuto modo diaffermare il principio secondo cui, pronunciata la sentenza di primo grado nei confronti del dante causa,il giudizio di appello da quest’ultimo consapevolmente disertato e celebrato senza che alcuna delle partireclamasse l’integrazione del contraddittorio, con successiva sentenza nei confronti del solo successore— così come è avvenuto nella vicenda processuale in esame - consente di ritenere integrati i presuppostiper l’estromissione dell’alienante pur in assenza di un provvedimento formale (cfr. Cass. 10955/07).Alla luce di tali considerazioni, risulta pertanto evidente come nella vicenda processuale in esame ilMinistero, il quale non aveva partecipato al procedimento di appello, introdotto con atto depositato il24.5.02, non era legittimato a ricorrere in Cassazione avverso la sentenza impugnata, onde ladeclaratoria di inammissibilità del ricorso proposto. In considerazione del sopravvenuto orientamentogiurisprudenziale, vanno compensate le spese tra il Ministero ed i controricorrenti. Passando alladoglianza, svolta dall’Agenzia, deve premettersi che la stessa articolata sotto il profilo della violazione efalsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art 51 e segg. edell’art. 2697 c.c. nonchè dell’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, si fondaessenzialmente sulla considerazione che i tre libretti al portatore ed il conto corrente accesi e gestitipresso la Banca Popolare dalla fiduciaria XY Srl. rappresentavano operazioni effettuate per conto delrappresentante legale della società , all’epoca la ABC s.r.l., i cui soci erano appartenenti alla medesimafamiglia. Del resto, i libretti ed i conti, intestati a nomi di fantasia, erano gestiti dal rappresentante legaledella società contribuente e movimentati dallo stesso. Tale circostanza avrebbe dovuto pertanto farpresumere l’ascrivibilità alla società dei conti utilizzati dal singolo ed, in presenza di indizi di evasione edi elementi di carattere presuntivo atti a comprovare il carattere fittizio e/o formale dell’intestazione, laCTR non avrebbe dovuto negare il potere dell’Ufficio di estendere l’ambito delle indagini ai contidell’amministratore, che era anche socio di maggioranza.La doglianza merita di essere condivisa.Ed invero, questa Corte ha già avuto modo di statuire che"ai fini dell’accertamento delle imposte suiredditi, gli uffici finanziari, previa autorizzazione della direzione regionale delle entrate, possonoacquisire, a norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, n. 7, copia dei conti correnti bancari intrattenuticon il contribuente, con la specificazione di tutti i rapporti inerenti o connessi a tali conti, comprese legaranzie prestate da terzi, nonchè ulteriori dati, notizie e documenti di carattere specifico relativi a taliconti (Cass. 17 giugno 2002, n. 8683).Inoltre il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 73, comma 3, stabilisce che in sede di rettifica o di accertamentod’ufficio sono imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti, quando siadimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivopossessore. In forza di tali disposizioni deve ritenersi che l’acquisizione dagli istituti di credito di copiadei conti bancari intrattenuti con il contribuente e l’utilizzazione dei dati da questi risultanti ai fini dellerettifiche e degli accertamenti non possono ritenersi limitate, in caso di società di capitali, ai contiformalmente intestati alla società , ma riguardano anche quelli intestati ai soci e agli amministratori. (insenso conforme, ai fini degli accertamenti e delle rettifiche in tema di IVA, ai sensi del D.P.R. 26ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, nn. 2 e 7, (v. Cass. 1 marzo 2002, n. 2980)". In tal caso, occorrecomunque che risulti provata dall’Amministrazione finanziaria, anche tramite presunzioni, la naturafittizia dell’intestazione o, comunque, la sostanziale riferibilità all’ente dei conti medesimi o di alcuniloro singoli dati (Cass. n. 13391/03), ad onta della formale intestazione al terzo (Cass. n. 4423/03).Come ha recentemente statuito questa Corte, si tratta di una presunzione legale di carattere relativo,essendo ammessa la prova liberatoria da parte del contribuente, a cui resta garantito il diritto di difesa,potendo egli far valere le sue ragioni in sede contenziosa a norma del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546,
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