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N
ella notte fra il 14 e il 15 settembre è scom-parso a Roma Nunzio Rotondo. La suamorte a 85 anni segue di poche settimanequella di un altro nostro musicista di jazz, GianniBasso, di qualche anno più giovane. Nato aPalestrina nel 1924, figlio di un clarinettista e diuna cantante, venne subito avviato allo studiodella tromba e nel 1944, quando Roma non erastata ancora liberata, faceva già parte della sezio-ne trombe di una orchestra dell’Eiar, quella diret-ta da Piero Rizza con Armando Trovajoli con ilquale Nunzio avrebbe avuto, negli anni successi-vi, occasione di esibirsi spesso.La personalità di Rotondo è assai complessa.Dava voce jazzistica al «fanciullino» pascolia-no: pieno di speranza e insieme di timore delmondo, incline a ripiegare in una malinconiasenza altro sfogo che l’amarezza solitaria. Disicuro c’è che Rotondo non ha mai voluto stac-carsi da Roma, anche quando ebbe offerte allet-tanti da grandi musicisti, come Lionel Hampton,Clark Terry, Sonny Rollins o Dizzy Gillespiesempre alla ricerca di giovani talenti. Il suorifiuto di inserirsi nel mondo del jazz internazio-nale, che forse considerava difficile o insidioso,che lo avrebbe allontanato dalla semplice e tran-quilla vita romana, lo indusse a trovare rifugioper lungo tempo negli studi della Radio e cam-biare spesso partner, anche se per lui era diffici-le trovare musicisti alla sua altezza.Il suo debutto discografico avvenne il 9marzo 1950. Quella prima seduta ebbe grandesignificato per il jazz italiano: un giro di boa dinotevole importanza. Dei tre brani incisi ilprimo è il bel tema di Piero Piccioni
Boppin’for Bop
, in cui Rotondo si limita a suonare sedicibattute, incastonate fra uno splendido MarcelloBoschi e un modesto Bruno Campilli, pianistache scomparve dal mondo del jazz così comeera apparso. Dove invece Rotondo è realmentesuperbo è in
The Man I Love
. Un Rotondo davi-siano non per scelta estetica ma per urgenzainteriore - lo sarebbe stato anche senza MilesDavis - e il modello sono le ballad incise dalquintetto di Charlie Parker, come ricorda ancheMarcello Piras.Ma a parte che qui i ruoli sono invertiti-pre-dominante la tromba, secondario il sax alto-,Rotondo ha personalità tanto forte da ripensaretutto a modo suo. Esordisce con un rubato pertromba sola, come una invocazione tenera estruggente; e si inoltra quindi nel giro armonicogershwiniano, a tempo lentissimo, senza vinco-li nel suo più libero canto. Del tema originarioegli espone poche note e subito se le scrolla didosso: è se stesso, lamentoso e commosso,implorante e disperato. Sotto il volo della suatromba ha predisposto un fondale scritto per saxalto e tenore, che evocano a note lunghe il fami-liare disegno del tema di Gershwin. Dopo il suoassolo, Rotondo lascia spazio al sax alto diMarcello Boschi, che vi colloca il più bell’asso-lo della sua vita, perfetto e quasi furioso nellasua ansia scalpitante.Non so se qualcuno nel lontano 1950 abbiasottoposto qualche studioso americano oanche europeo a un
blindfold test
. Con ogniprobabilità sarebbe rimasto assai sorpresonell’apprendere che quella tromba e quel saxalto erano due ragazzi provenienti da quellache all’epoca era considerata la più inaccessi-bile periferia del jazz.Nel corso della sua continua evoluzione èpossibile individuare due momenti topici. Ilprimo copre il periodo 1950-54, caratterizzatoda una produzione discografica con formazionidi sei-sette elementi e da una notevole attivitàconcertistica. Il secondo periodo, 1958-1975,segna invece gli anni più intensi del lavoronegli studi radio con complessi di quattro-cin-que musicisti.Della sua lunga attività sono attualmentereperibili solo quattro cd. Il primo è la riedizio-ne del long playing Rca
Romano Mussolini con Nunzio Rotondo e Lilian Terry
, con una splen-dida copertina in cui i tre protagonisti sonofotografati, in una bella giornata di sole roma-no, sulla terrazza del Pincio che si affaccia supiazza del Popolo. Il secondo una riedizionedelle sue prime incisioni, con
The Man I Love
,in un cd della Riviera Jazz Record.La cospicua produzione realizzata per laradio e la tv giace ancora negli archivi delnostro servizio pubblico. Solo di recente la gio-vane etichetta Via Asiago Dieci, che si prefiggedi rendere pubblico l’archivio radiofonico, hadiffuso due cd con ventinove brani del periodo1964-1980.
P
er chiunque studi il linguaggiodel jazz è un’estasi e un tormen-to. Per chiunque ami ed ascoltiil jazz è un irraggiungibile, complessolabirinto di idee. Da 65 anni (
sic!
) ènei più importanti santuari del mondodi musica afroamericana e conta unaproduzione in studio e live da doverlaalmeno dividere in decadi per provarea repertarla con dovizia. È Sonny, alsecolo Theodor Walter, Rollins, ilragazzo ottantenne di Harlem che sec’è un solo appassionato che, nonavendolo ancora fatto, si perde lachance di ascoltarlo l’11 novembre alParco della Musica capitolino, beh...dovrebbe per penitenza essere costret-to ad un anno di ascolto forzato e con-tinuo di Korn e Sepultura.I suoi solos sono materia di studioobbligatoria per diplomarsi allaBerklee di Boston, dove ti fanno rom-pere le corna sulla trascrizione ritmicaesatta della sua più celebre St. Thomas:una manciata di poche note messe là acostruire il principio di una storia daraccontare, con intervalli desueti piaz-zati a prolusione di uno dei più intri-ganti, lucidi e complessi assoli del jazz(provare per credere). Sarà che il gustoper il calypso gliel’avevano trasmesso igenitori delle Isole Vergini, sarà che ilblues l’ascoltava da ragazzino per stra-da, ma Sonny si ritrovò a 16 anni apadroneggiare ogni più sottile sfumatu-ra della musica di Harlem e a buttarsiin uno studio disperato, che - a sentir leinterviste, cui mite e umile si sottomet-te da altrettanti 65 anni - continua comese fosse il primo giorno di alfabetizza-zione musicale.Se il nostro Alessandro Manzoni,tormentato dai dubbi di lingua e distile, esponeva le bozze dei suoi sposipromessi in una casa aperta al pubbli-co perché le potesse liberamente cor-reggere, il buon Sonny - troppo prestoassediato da un travolgente successo -decise di darsi uno stop, basta serate ebasta registrazioni: di giorno studiodel rapporto tra improvvisazione estruttura armonica, di sera via a speri-mentarlo per strada, sul WilliamsburgBridge, nell’East Side di NYC, percapire la reazione della gente, perchéla musica jazz è della gente.Per i cultori delle etichette, il suo fupresto definito «hard bop», come direun bebop più aggressivo, torrenziale,spesso frammentato e con zero con-cessioni ai melodici di Saint Louis,prima, di Chicago, poi, di inizio seco-lo. Il resto è storia. Collaborazionisterminate con i mammasantissimache, di decennio in decennio, andava-no affermandosi. Indomito scopritoredi giovani talenti, Rollins ha sfatato,tra gli altri, i cliché per cui i sassofo-nisti «vecchi» non hanno più fiato(vincerebbe una gara spirometrica conun quindicenne) e non hanno più idee(visto che continua a sfornare nuovialbum di una bellezza imbarazzante).Ripropone all’Auditorium di Romauna capacità pressoché infinita diinventare storie che inchiodano allapoltrona e tolgono il fiato; lui le chia-ma «creative session», spettacolarigiochi al rilancio con i suoi musicisti,tutti rivolti a seguire un’idea e a direla loro: con Rollins Bob Cranshaw alcontrabbasso, Kobie Watkins allabatteria, Victor YSee Yuen alle per-cussioni e Bobby Broom al piano, glistessi che hanno suonato nel suo ulti-mo
Sonny, please
e che compaionoanche nel recentissimo
Road Show,Vol. 1
che dovrebbe iniziare a racco-gliere le migliori session effettuateper il mondo, molte delle qualiappartenenti a registrazioni privatedel Colosso del Sassofono. Mi cor-reggo, lasciamo a Roma il suo, diColosseo, e apriamo il cuore e leorecchie all’ultimo dei grandi gladia-tori del bop.
Post Scriptum.
La recensione è fini-ta. Per i più pazienti, spiego la primariga. Qualche anno fa, al
Saint LouisCollege of Music di Roma
, il giova-ne e bravo chitarrista Antonio Nasonemi diede da ascoltare il
Solo Album
diSonny Rollins: 50 e passa minuti diimprovvisazione completamente dasolo. Un torrente in piena di idee.Sconvolgente. Non una frase ugualeall’altra, ma un perfetto marchinge-gno di struttura e melodia. E là, inquelle circostanze, presi definitiva-mente atto del canyon che separa unmusicista, pur talentuoso, da un genio.
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