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ERIODICODIINFORMAZIONE
,
ATTUALITÀECULTURAMUSICALE
   N  o  v  e  m   b  r  e  -   D   i  c  e  m   b  r  e   2   0   0   9
MANGIARE 68 FOGLIE
di Adriano Mazzoletti
N
on si può dire quale eredità sia statalasciata o cosa abbia significato il jazznel 1968 senza accennare alla «rivolu-zione culturale» che invase il mondo a metàdegli anni Sessanta e che raggiunse la sua apo-teosi nel 1968. In Occidente - Europa e StatiUniti - un numero imponente di studenti e ope-rai prese posizione contro l’ideologia dellasocietà dei consumi, che proponeva il valore deldenaro come punto centrale della vita sociale.Nel blocco orientale le popolazioni si sollevaro-no per denunciare la mancanza di libertà e l’in-vadenza della burocrazia di partito, gravissimoproblema sia dell’Unione Sovietica che deiPaesi legati ad essa. (...)
LITTLE DRUMMER BOY
di Nicola Cirillo
T
he little drummer boy
(«Il piccolo tamburi-no»), scritta nel 1941 da Katherine K.Davis, suggerisce un tema natalizio, la sto-ria di un ragazzino povero che propone in dono aGesù, poiché non ha nulla, di suonare per lui iltamburo.
Shall I play for you, pa rum pum pum pum, On my drum?
Oggi c’è un nuovo
littledrummer boy
: Gianluca Pellerito, 15 anni. Nato aPalermo il 1°maggio del 1994 sotto il segno delToro, del Toro ha la determinazione. Conosce labatteria dall’età di 4 anni-
énfant prodige
- e giocacon amici tipo Peter Erskine, Alex Acuna, GigiCifarelli, Davide Ghidoni e Michael Rosen. (...)
STEFANOMASTRUZZIEDITORE
   P  e  r   i  o   d   i  c  o   d   i   i  n   f  o  r  m  a  z   i  o  n  e ,  a   t   t  u  a   l   i   t   à  e  c  u   l   t  u  r  a  m  u  s   i  c  a   l  e  a  c  u  r  a   d  e   l   S  a   i  n   t   L  o  u   i  s   C  o   l   l  e  g  e  o   f   M  u  s   i  c
CONTINUA NELLO SPECIALE SESSANTOTTO
CONTINUA NELLA PAGINA BEYOND
Direttore Responsabile
Salvatore MASTRUZZI
Direttore
ROMINACIUFFA
Redazione
Romina CIUFFAredazione@musicin.euFlavio FABBRI classica@musicin.euRossella GAUDENZI jazzblues@musicin.euValentina GIOSAalt@musicin.euRoberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.eu
Contributi
Lorenzo Bertini, Rita Barbaresi, Luca BussolettiNicola Cirillo, Stefano Cuzzocrea, Alessandra FabbrettiAttilio Fontana, Gianluca Gentile, Adriano MazzolettiCorinna Nicolini, Livia Oreste, Paolo RomanoSabrina Simonetti, Donato Zoppo
MusicInVideoVideointerviste
Romina CIUFFASabrina SIMONETTIwww.youtube.com/
musicinchannelWeb >
www.musicin.euwww.myspace.com/musicinmagazine
Progetto grafico
Romina CIUFFACristina MILITELLO
Redazione
Via del Boschetto, 106 - 00184 Roma
Tel.
06.4544.3086
Fax
06.4544.3184
 Mail 
redazione@musicin.eu
Marketing e Pubblicità
 Mail 
marketing@musicin.eu
Tipografia
Ferpenta Editore SrlVia R. Gabrielli di Montevecchio, 17 -Roma
Anno III n. 11Novembre-Dicembre 2009Registrazione presso il Tribunale di Roman. 349 del 20 luglio 2007
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HICKS
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CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA-MENTE
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Avviserei, prima che sia troppo tardi.Oggi sono un Bianconiglio e, con unorologio al collo, corro gridando:«Presto, che è tardi!». Tra le paginedella cronaca romana il Corrieredella Sera titola:«TroppoFacebook?Sicura al Gemelli»,e un occhiello:«Dipendenzadal pc, apre un nuovo repar-to». C’è un neonato ambula-torio psichiatrico sulle dipen-denze patologiche ed è infibrillazione: chi dovrebbefar musica trascorre il tempoad «addare». Non scherzia-mo. La vera musica si fa alpianoforte, piegati sulla chi-tarra, sfiatati nel sax, allefeste di paese e in locali sco-nosciuti la cui insegna domanirecherà:«Chiuso per fallimen-to». Odore di anice, sigari,legno, odor di muffa e di perife-ria. Sta per:«Fatemi suonare, io
devo
suonare, io
adoro
la muffamentre suono».Chiediamo venia. Chiediamo agli stonati dismettere di tormentarci dal web, di cercarsi unlavoro, di iscriversi a un corso di canto ed armo-nia, se tenaci; perché crediamo che non esistanostonati dove la voce e l’orecchio siano allenaticon tecnica accurata e sacrificio. Chiediamosoprattutto ai loro amici di esser sinceri con loro,come si deve a un amico. La tecnologia non puòsignificare questo, l’abbassamento se non l’azze-ramento della qualità: è lo scotto da pagare?Piuttosto ci pignorino il pianoforte. Parliamo, quinella rubrica ClassicaMente, di robots che suo-nano e congegni che consentono di eseguire con-certi in streaming a distanza intercontinentale,ma siamo privi di orecchio umano: giudichiamol’artista dalle visite che riceve in termini di click,nemmeno si trovasse in una stanza di ospedale.Si visita un malato, un artista lo si ascolta.Mi rifiuto ancora di pensare che il parametro perinserire una band nel palinsesto musicale siacostituito dai downloads gratuiti: la musica nonconsta del numero di amici contati nel network, lamusica
è
l’artista, è lui che ascolteremo cantarestasera, non il click metallico e falso di un «add acomment». Siamo tutti cantanti allora, tutti scrit-tori, tutti registi, perché ci sono i blog, Myspace eYoutube; dimenticando che i networks sono soloun biglietto da visita, al cui indirizzo deve corri-spondere un citofono che non suoni una nota sola.Continuiamo flebilmente a sostenere che il veroartista debba saper non solo cantare e suonarealmeno due strumenti, ma anche solfeggiare; cheil vero scrittore non debba confondere «roman-zo» con «alfabetizzazione»; e che il vero registadebba saper sceneggiare. In poche parole, che inogni settore creativo siano richieste 3 condizioni,necessarie ma non sufficienti: una profonda umil-tà, studio incessante e fiere di paese.Sì, proprio la porchetta o i funghi, il vino rosso, lanocciola tonda gentile romana. Non è il web checonsacra il talento, ma il palchetto. L’evoluzione.E gli artisti da web sono fermi, riversi sulle loropagine online a fare spamming, chiedere amici-zie, creare gruppi, invitare ad ascoltare qualcosache dovrebbe esser convertito in manodopera ovolontariato. Ad appoggiare cause cantando testisulla guerra in congiuntivi sbagliati, senza muo-versi dalla stanza. Forse, allora, una visita di cor-tesia gliela dovremmo fare davvero, e portar lorole nocciole tonde di Ronciglione.
«VUOI» SI DICE AGLI ARTISTI
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NATIVENATIVE
Romina Ciuffa 
MUSIC
ALLALL
 
SPECIALESESSANTOTTO
IL ROBOTCHEVOLEVASUONARE
di Flavio Fabbri
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er l’Orchestra JFutura la musi-ca è prima ditutto immaginazione:una macchina non èuna macchina, unrobot non è un robot, un uomo non è un uomo.Ma tutti suonano. In ogni sperimentazione èpresente la possibilità di assaporare a livellomultisensoriale una forma di inquietudine, difastidio, per ciò che non si comprende e non siriesce a tradurre con i tradizionali strumenticognitivi. La sperimentazione vera, autentica,significativa, deve rompere un equilibrio menta-le, sociale, storico, percettivo e sensitivo, porta-re con sé una rara sapienza sovversiva e averel’ardire di mostrarsi spudoratamente coraggio-sa, anzi arrogante nel suo essere ribelle. (...)
TRAINTRAINI
 
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a cura di ROSSELLA GAUDENZI
Music In
Novembre-Dicembre 2009
SALVATORE RUSSO
Esce«La Touche Manouche» per lalabel Saint Louis Jazz Collection
JOE BONAMASSA
Quando a 12 annisi partecipa a un tour di B.B. King è ine-vitabile cadere nella malia del blues.
MILES DAVIS
Ai tempi del bebop, tutti suonavano velo-cissimi. Sentivo gli altri musicisti suonare tutte quelle scalee quelle note, e mai niente che valesse la pena di ricordare.
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arigi celebra ancora una volta MilesDavis. La riuscita
Cité de la Musique
,struttura risalente al ‘95 che ospita ilConservatorio, il Museo della Musica eduna vasta sala concerti, fino al 17 gennaio 2010apre le porte ad un’esposizione, una serie di con-certi di prestigio, film, workshops, conferenze emolto altro. Il tutto incentrato sull’uomo, il musi-cista, l’artista Miles Davis qui racchiuso in un per-corso suddiviso in otto stanze:
 Da Saint Louis alla52ma Strada
(1926-1948);
 L’uscita del Cool: l’in-venzione e l’odio di sé 
(1949-1954);
 Miles Ahead:in studio per la Columbia
(1955-1962);
 MilesSmiles: la libertà controllata
(1963-1967);
 Mileselettrico: la distorsione Rock 
(1968-1971);
 All’angolo: la pulsazione del Funk 
(1972-1975);
Silenzio, solitudine e requiem
(1976-1980);
StarPeople: l’icona interplanetaria (
1980-1891).Sono stanze che ripercorrono i periodi della suavita attraverso fotografie, estratti video dei concer-ti, strumenti, partiture, costumi di scena, manife-sti, oltre a dipinti e sculture, in una mostra che havoluto focalizzarsi sulla musica, la prima a cosìlarga scala sul leggendario trombettista statuniten-se. Tra le formazioni musicali che lo rappresente-ranno: Jimmy Cobb’s So What Band, Joe LovanoNonet, Paolo Fresu Quintet, Laurent CugnyEnourmous Band.
(Rossella Gaudenzi)
i comincia con il suonare la chitarra classica, ma quando a 12 anni si parte-cipa a un tour di B.B. King è inevitabile cadere nella malia del blues. Ci sifa conoscere nei primi anni del XXI secolo, ma dopo aver affiancato, aLondra nel 2008, il mito Eric Clapton, oggi, all’età di 32, si è consacrati a pienodiritto tra i migliori chitarristi blues contemporanei, a livello internazionale.Sono linee guida della biografia di Joe Bonamassa, lo statunitense chitarristadalla voce suadente propria dei veri e buoni bluesman, a breve sui palchi italia-ni; nonché valido compositore, definito erede dallo stesso B.B. King in perso-na. Lui allieta il nostro dicembre 2010 - con qualche buona azione ce lo sare-mo meritato - imprimendo di sé con un tocco la rassegna
 La Chitarra
, dopo ilsuccesso di quella dello scorso anno legata ai grandi nomi del basso elettrico incircolazione. Nel 2009 è uscito l’album celebrativo di 20 anni di carriera,
The Ballad of John Henry
, con brani originali e rivisitazioni di pezzi di AileneBullock, Tom Waits e Tony Joe White. Ora l’Europa lo attende, attende il suoshow teatrale e il cambio delle sue trenta (o giù di lì) chitarre sulla scena da fis-sare entro il 13 dicembre sul palco dell’Auditorium Parco della Musica.Da tenere a mente questa
Chitarra
, che durerà una lunga stagione invernale.Sciorino in ordine sparso: non solo blues, ma ottimo jazz, musica folk, rock, popda Bill Frisell al leggendario Paco de Lucia, da Pat Metheny a Tuck & Patti, aJohn Abercrombie; da Mark Knopfler a Mike Stern, alla nostra Carmen Consoli.
 
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ntramontabile, il tempo dei gitani. È accaduto che per unacasualità Salvatore Russo, chitarrista di fama internaziona-le, professionista da oltre 20 anni in contesti pop-rock edorchestrali e neo-direttore didattico del Saint Louis diBrindisi, ascoltasse
 Nuages
di Django Reinhardt e ne rimanessecolpito al punto da voler conoscere a fondo questo jazz «pocoortodosso». Siamo nel 2004 e stiamo mettendo piede nel mondodel gipsy jazz, o
 jazz manouche
.Ciòche lo calamita è, ovviamente, la centralitàdella chitarra:basti pensare che nel ‘35 il quintetto di Reinhardt - caposcuoladella chitarra gipsy - comprendeva una chitarra solista, due chitar-re di accompagnamento, contrabbasso e violino, quest’ultimonella persona di Grappelli.Nella sua ricerca e sete di conoscenza Salvatore procede dappri-ma a tentoni: innanzitutto su internet non trova una quantità diinformazioni paragonabile a quella oggi fruibile; inoltre comemusicista rimane dapprima isolato in questa sua ricerca, non riescea trovare contatti con altri musicisti. La vera svolta è la conoscen-za di Michael Wegen, costruttore di plettri olan-dese e gran conoscitore dei chitarristi di
 jazzmanouche
.«
Stiamo parlando del miglior costruttore di plettri per chitarra gipsy: un vero artista, oltre-tutto profondo amante dell’Italia, dei nostri DaVinci e Michelangelo. Nel momento in cui deci-do di acquistare una seria chitarra gipsy mireco dal liutaio Leo Eimers ed è lì che nel 2007 mi imbatto in Stochelo Rosenberg, il più gran-de chitarrista di gipsy jazz vivente, indiscussotalento internazionale e grande compositore».
Tra Salvatore Russo e Stochelo Rosenbergè feeling immediato. Grande stima da partedel musicista olandese, leader del RosenbergTrio, per il talento made in Italy: ascolta branicomposti da Salvatore e inizia a chiedergli diincidere insieme un disco.
«Mi prendo il pienomerito di aver fatto conoscere Rosenberg nel nostro Paese: ho organizzato due concerti in Italia e quasi immediatamente è arrivata larichiesta del bis. L’idea di registrare un disco insieme a lui eratalmente lusinghiera che, partiti dalla proposta di fargli regi-strare solo due brani come special guest, il suo tocco ha inveceimpresso tutto il disco. Ci siamo incontrati a Lecce dov’è statoregistrato metà del lavoro»
.La storia è antica e affascinante: occorre risalire all’anno 1000d.C. circa e alla cacciata degli zingari dall’India e dal Pakistan daparte del re afgano Mahmud di Ghazni; le varie etnie sono appro-date in Europa dopo una migrazione cinquecentenaria, stanziando-si, se così si può dire per una popolazione nomadica, in Ungheria,Francia, Spagna, Grecia, ed altri Stati europei. Musicalmente leetnie risultanti dai vari ceppi, migrazioni e persecuzioni, si sonofuse con le culture circostanti. Il musicista tzigano unisce il gustomusicale alla tecnica per colpire gli ascoltatori e stupirli con effet-ti quasi circensi. Non conoscono la musica, non sono in grado dileggerla né di scriverla, occorre sempre ricordare che la loro tradi-zione musicale è legata all’oralità dalla notte dei tempi. Rosenbergè di etnia sinti al 100 per 100: il nome però è stato scelto e stabili-to dal padre per sfuggire alle persecuzioni naziste. Egli suonagipsy jazz dall’età di 10 anni seguendo le orme paterne ed ispiran-dosi al caposcuola della chitarra del genere, Django Reinhardt, eforte di un trio che suona moltissimo a livello internazionale.
«Si percepisce la complessità di questo genere, ma arriva al cuore, te ne arrivano le vibrazioni. In Italia siamo sommersi dalla pop music, ma in fondo la chitarra elettrica è uno strumento sordo,a differenza della chitarra gipsy; il gipsy jazz nasconde pochissi-me star e vi si riscontra un’umiltà non presente altrove: la tradi- zione musicale zingara, tzigana, fa sì che i musicisti abbiano biso-gno gli uni degli altri, per suonare. Il jazz manouche è un genere per addetti ai lavori, forse di nicchia, poiché percepito come anti-co. Il tramandarsi lo rende unico».
Oggi - per tramandare, appunto - esce
 La Touche Manouche
per l’etichetta
Saint Louis Jazz Collection
e contiene 13 brani,di cui 4 composti da Salvatore Russo, 2 da Stochelo Rosenberg(il suo inedito dà il titolo al disco) e i restanti pezzi di DjangoReinhardt e della tradizione gipsy rivisitati. Un intero anno dilavoro.
«Make the cd, Sal!, m’incitava Rosenberg fino a che nonho deciso di mettermi al lavoro. È un musicista che incide rara-mente e sentirmi così sollecitato è stato estremamente gratifican-te. Si tratta del mio terzo lavoro discografico, successivo a dischirock e fusion
(Salvatore Russo, 2000; Contact, 2004)
. I temigipsy mi hanno spinto a ricominciare. Ci sono temi riconoscibi-li, cantabili, comprensibili. Un anno di lavoro: buttavo giù le parti, Rosenberg le demoliva e si ricominciava, più volte cisiamo incontrati in Olanda. Difficile spiegare questo mio lavoroai produttori...».
«
 Da parte di Stefano Mastruzzi ho trovato il supporto neces-sario: ha avuto una visione chiara del progetto che era un pac-chetto finito da stampare interamente ideato da me. Il riscontroè stato molto buono, da subito: dovrò spedire una trentina dicopie in America perché in una settimana ne sono state venduteventi. È un disco che ha le carte in regola per diventare un best-seller. Il 2010 sarà il centenario della nascita di Django Reinhardt e spero che apra le porte alla conoscenza della musi-ca manouche. Dovremmo prender parte al Fara Festival, in esta-te. E vogliamo diffondere un diverso modo di stare e comunica-re con gli altri. Voglio portare Rosenberg in Italia».
SALVATORERUSSO
QUESTAGITANOMANIA
 
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 WEWANTMILES
Vogliamo miglia e miglia da percorrere con Davis. Ne facciamo anche fino a Parigiche fino al 17 gennaio 2010 ci fa viaggiare tra Saint Louis e l’odio di sé, l’uscita del cool, la libertà controllata, la pulsazione del funk, la distorsione del rock, la solitudine.
Occorre risalire all’anno 1000 d.C. circa e alla cacciata degli zingari dall’India e dal Pakistan da partedel re afgano Mahmud di Ghazni per capire Salvatore Russo. E ascoltare «La Touche Manouche»
di RossellaGaudenzia cura di Rossella Gaudenzi
 
Music In
Novembre-Dicembre 2009
NUNZIO ROTONDO
Nella notte fra il 14 e il 15 settembre è sc
 
omparso a RomaNunzio Rotondo. Di lui parla, con un’anteprima del suo libro, Adriano Mazzoletti,giornalista e scrittore, dirigente Rai e conduttore radio, che si occupa di jazz dal 1955
SONNYROLLINS
Per chiunque studi il linguaggio del jazz è un’estasi e un tor-mento. Per chiunque ami ed ascolti il jazz è un irraggiungibile, complesso labirin-to di idee. Sonny Rollins vincerebbe una gara spirometrica con un quindicenne
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ella notte fra il 14 e il 15 settembre è scom-parso a Roma Nunzio Rotondo. La suamorte a 85 anni segue di poche settimanequella di un altro nostro musicista di jazz, GianniBasso, di qualche anno più giovane. Nato aPalestrina nel 1924, figlio di un clarinettista e diuna cantante, venne subito avviato allo studiodella tromba e nel 1944, quando Roma non erastata ancora liberata, faceva già parte della sezio-ne trombe di una orchestra dell’Eiar, quella diret-ta da Piero Rizza con Armando Trovajoli con ilquale Nunzio avrebbe avuto, negli anni successi-vi, occasione di esibirsi spesso.La personalità di Rotondo è assai complessa.Dava voce jazzistica al «fanciullino» pascolia-no: pieno di speranza e insieme di timore delmondo, incline a ripiegare in una malinconiasenza altro sfogo che l’amarezza solitaria. Disicuro c’è che Rotondo non ha mai voluto stac-carsi da Roma, anche quando ebbe offerte allet-tanti da grandi musicisti, come Lionel Hampton,Clark Terry, Sonny Rollins o Dizzy Gillespiesempre alla ricerca di giovani talenti. Il suorifiuto di inserirsi nel mondo del jazz internazio-nale, che forse considerava difficile o insidioso,che lo avrebbe allontanato dalla semplice e tran-quilla vita romana, lo indusse a trovare rifugioper lungo tempo negli studi della Radio e cam-biare spesso partner, anche se per lui era diffici-le trovare musicisti alla sua altezza.Il suo debutto discografico avvenne il 9marzo 1950. Quella prima seduta ebbe grandesignificato per il jazz italiano: un giro di boa dinotevole importanza. Dei tre brani incisi ilprimo è il bel tema di Piero Piccioni
 Boppin’for Bop
, in cui Rotondo si limita a suonare sedicibattute, incastonate fra uno splendido MarcelloBoschi e un modesto Bruno Campilli, pianistache scomparve dal mondo del jazz così comeera apparso. Dove invece Rotondo è realmentesuperbo è in
The Man I Love
. Un Rotondo davi-siano non per scelta estetica ma per urgenzainteriore - lo sarebbe stato anche senza MilesDavis - e il modello sono le ballad incise dalquintetto di Charlie Parker, come ricorda ancheMarcello Piras.Ma a parte che qui i ruoli sono invertiti-pre-dominante la tromba, secondario il sax alto-,Rotondo ha personalità tanto forte da ripensaretutto a modo suo. Esordisce con un rubato pertromba sola, come una invocazione tenera estruggente; e si inoltra quindi nel giro armonicogershwiniano, a tempo lentissimo, senza vinco-li nel suo più libero canto. Del tema originarioegli espone poche note e subito se le scrolla didosso: è se stesso, lamentoso e commosso,implorante e disperato. Sotto il volo della suatromba ha predisposto un fondale scritto per saxalto e tenore, che evocano a note lunghe il fami-liare disegno del tema di Gershwin. Dopo il suoassolo, Rotondo lascia spazio al sax alto diMarcello Boschi, che vi colloca il più bell’asso-lo della sua vita, perfetto e quasi furioso nellasua ansia scalpitante.Non so se qualcuno nel lontano 1950 abbiasottoposto qualche studioso americano oanche europeo a un
blindfold test 
. Con ogniprobabilità sarebbe rimasto assai sorpresonell’apprendere che quella tromba e quel saxalto erano due ragazzi provenienti da quellache all’epoca era considerata la più inaccessi-bile periferia del jazz.Nel corso della sua continua evoluzione èpossibile individuare due momenti topici. Ilprimo copre il periodo 1950-54, caratterizzatoda una produzione discografica con formazionidi sei-sette elementi e da una notevole attivitàconcertistica. Il secondo periodo, 1958-1975,segna invece gli anni più intensi del lavoronegli studi radio con complessi di quattro-cin-que musicisti.Della sua lunga attività sono attualmentereperibili solo quattro cd. Il primo è la riedizio-ne del long playing Rca
 Romano Mussolini con Nunzio Rotondo e Lilian Terry
, con una splen-dida copertina in cui i tre protagonisti sonofotografati, in una bella giornata di sole roma-no, sulla terrazza del Pincio che si affaccia supiazza del Popolo. Il secondo una riedizionedelle sue prime incisioni, con
The Man I Love
,in un cd della Riviera Jazz Record.La cospicua produzione realizzata per laradio e la tv giace ancora negli archivi delnostro servizio pubblico. Solo di recente la gio-vane etichetta Via Asiago Dieci, che si prefiggedi rendere pubblico l’archivio radiofonico, hadiffuso due cd con ventinove brani del periodo1964-1980.
P
er chiunque studi il linguaggiodel jazz è un’estasi e un tormen-to. Per chiunque ami ed ascoltiil jazz è un irraggiungibile, complessolabirinto di idee. Da 65 anni (
sic!
) ènei più importanti santuari del mondodi musica afroamericana e conta unaproduzione in studio e live da doverlaalmeno dividere in decadi per provarea repertarla con dovizia. È Sonny, alsecolo Theodor Walter, Rollins, ilragazzo ottantenne di Harlem che sec’è un solo appassionato che, nonavendolo ancora fatto, si perde lachance di ascoltarlo l’11 novembre alParco della Musica capitolino, beh...dovrebbe per penitenza essere costret-to ad un anno di ascolto forzato e con-tinuo di Korn e Sepultura.I suoi solos sono materia di studioobbligatoria per diplomarsi allaBerklee di Boston, dove ti fanno rom-pere le corna sulla trascrizione ritmicaesatta della sua più celebre St. Thomas:una manciata di poche note messe là acostruire il principio di una storia daraccontare, con intervalli desueti piaz-zati a prolusione di uno dei più intri-ganti, lucidi e complessi assoli del jazz(provare per credere). Sarà che il gustoper il calypso gliel’avevano trasmesso igenitori delle Isole Vergini, sarà che ilblues l’ascoltava da ragazzino per stra-da, ma Sonny si ritrovò a 16 anni apadroneggiare ogni più sottile sfumatu-ra della musica di Harlem e a buttarsiin uno studio disperato, che - a sentir leinterviste, cui mite e umile si sottomet-te da altrettanti 65 anni - continua comese fosse il primo giorno di alfabetizza-zione musicale.Se il nostro Alessandro Manzoni,tormentato dai dubbi di lingua e distile, esponeva le bozze dei suoi sposipromessi in una casa aperta al pubbli-co perché le potesse liberamente cor-reggere, il buon Sonny - troppo prestoassediato da un travolgente successo -decise di darsi uno stop, basta serate ebasta registrazioni: di giorno studiodel rapporto tra improvvisazione estruttura armonica, di sera via a speri-mentarlo per strada, sul WilliamsburgBridge, nell’East Side di NYC, percapire la reazione della gente, perchéla musica jazz è della gente.Per i cultori delle etichette, il suo fupresto definito «hard bop», come direun bebop più aggressivo, torrenziale,spesso frammentato e con zero con-cessioni ai melodici di Saint Louis,prima, di Chicago, poi, di inizio seco-lo. Il resto è storia. Collaborazionisterminate con i mammasantissimache, di decennio in decennio, andava-no affermandosi. Indomito scopritoredi giovani talenti, Rollins ha sfatato,tra gli altri, i cliché per cui i sassofo-nisti «vecchi» non hanno più fiato(vincerebbe una gara spirometrica conun quindicenne) e non hanno più idee(visto che continua a sfornare nuovialbum di una bellezza imbarazzante).Ripropone all’Auditorium di Romauna capacità pressoché infinita diinventare storie che inchiodano allapoltrona e tolgono il fiato; lui le chia-ma «creative session», spettacolarigiochi al rilancio con i suoi musicisti,tutti rivolti a seguire un’idea e a direla loro: con Rollins Bob Cranshaw alcontrabbasso, Kobie Watkins allabatteria, Victor YSee Yuen alle per-cussioni e Bobby Broom al piano, glistessi che hanno suonato nel suo ulti-mo
Sonny, please
e che compaionoanche nel recentissimo
 Road Show,Vol. 1
che dovrebbe iniziare a racco-gliere le migliori session effettuateper il mondo, molte delle qualiappartenenti a registrazioni privatedel Colosso del Sassofono. Mi cor-reggo, lasciamo a Roma il suo, diColosseo, e apriamo il cuore e leorecchie all’ultimo dei grandi gladia-tori del bop.
Post Scriptum.
La recensione è fini-ta. Per i più pazienti, spiego la primariga. Qualche anno fa, al
Saint LouisCollege of Music di Roma
, il giova-ne e bravo chitarrista Antonio Nasonemi diede da ascoltare il
Solo Album
diSonny Rollins: 50 e passa minuti diimprovvisazione completamente dasolo. Un torrente in piena di idee.Sconvolgente. Non una frase ugualeall’altra, ma un perfetto marchinge-gno di struttura e melodia. E là, inquelle circostanze, presi definitiva-mente atto del canyon che separa unmusicista, pur talentuoso, da un genio.
 
SONNY, PLEASE
La personalità di Nunzio Rotondo è assai complessa. Dava voce jazzisticaal «fanciullino» pascoliano: pieno di speranza e insieme di timore del mondo,incline a ripiegare in una malinconia senza altro sfogo che l’amarezza solitaria.
A
DRIANO
M
AZZOLETTI
 , «I
L JAZZ IN
I
TALIA DALL
ERA DELLO SWING AGLI ANNI
70»
ANTEPRIMA DAL VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE EDITO DA
EDT
SONNY, PLEASE
JAZZROTONDO
Se il nostro Alessandro Manzoni, tormentatodai dubbi di lingua e distile, esponeva le bozzedei suoi sposi promessiin una casa apertaal pubblico per poterleliberamente correggere,Sonny Rollinsdi giorno studiavail rapporto tra improv-visazione e struttura,di sera lo sperimentavasul WilliamsburgBridge, nell’East Sidedi NYC, per capire lereazioni della genteIl Solo Album di SonnyRollins: 50 e passaminuti di improvvisa-zione completamenteda solo. Un torrentein piena di idee.Sconvolgente. Non una frase uguale all’altra,ma un perfettomarchingegnodi struttura e melodia.E là, in quelle circostan-ze, presi definitivamenteatto del canyon chesepara un musicista, pur talentuoso,da un genio
di Paolo Romano
di ADRIANO MAZZOLETTI
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