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Costanzo Preve - Tredicesimo capitolo di "Una nuova storia alternativa della filosofia"

Costanzo Preve - Tredicesimo capitolo di "Una nuova storia alternativa della filosofia"

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Socrate e il ballo sociale dei relativisti.
Socrate e il ballo sociale dei relativisti.

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08/11/2014

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 XIII.
OCRATE 
 ,
 
IL MOSCONE FASTIDIOSO DEL NOBILE CAVALLO DELLA DEMOCRAZIA DEGLI ATENIESI 
. L
 A CRITICA RAZIONALE AL FALLIMENTO POLITICO DEGLI  AUTOMATISMI DEL MODELLO DEMOCRATICO DI
LISTENE 
 Gesù di Nazareth e l'ateniese Socrate hanno in comune una cosa, e cioè di non aver scritto niente, per cui tutto ciò che hanno (o avrebbero) detto ci viene da altri, e questi altri non sono sempre affidabili. Per quanto riguarda Gesù di Nazareth ed i
 Vangeli
 canonici ed apocrifi ne accenneremo più avanti. Per quanto riguarda Socrate dobbiamo "fidarci" di Platone e di Senofonte, e già Hegel diceva che il secondo era più affidabile, perché non avendo un suo personale sistema filosofico da "promuovere", non aveva bisogno di nobilitare le sue personali posizioni teoriche "retrodatandole" a Socrate. In ogni caso, in questo capitolo partirò dal presupposto, che so peraltro filologicamente molto discutibile, che ciò che ha "veramente detto Socrate" sia ciò che è contenuto nei cosiddetti "dialoghi socratici" di Platone, perché in quanto agli altri dialoghi, ed in particolare i più tardi, è del tutto evidente e non contestato da nessuno che Socrate è un puro "prestanome" dei punti di vista pitagorici di Platone. Io parto invece dal fatto che Socrate
 non
 fosse un pitagorico, e quindi
 non
 sia stato un teorico dell'educazione
 (paideia)
 della classe dei reggitori della Repubblica,
non
 sia stato un sostenitore della geometria come propedeutica dell'arte di governare, ed in altre parole che
 non
 sia stato un megafono di Platone. In accordo con l'ormai vecchia interpretazione di Olaf Gigon, credo che Socrate sia stato il portavoce di una forma culturale del
 
patriottismo nazionalistico ateniese, per cui Atene, oltre che essere la città della scultura e dell'architettura, della tragedia e della commedia, era anche la capitale indiscussa del
 sokratikòs logos,
 che non era tanto una ben precisa teoria filosofica determinata (per esempio, la teoria dell'esistenza della verità contro il relativismo), quanto piuttosto
 una forma socio-culturale,
 quella dell'estensione della
 isegoria
 politica nell'assemblea
 (ecclesia)
 alla
 isegoria
 filosofica nel mercato
 (agorà),
 in evidente omologia e parallelismo. Atene era il luogo della
 parrhesia,
 e cioè del parlare libero e chiaro aperto a tutti (a tutti, compresi gli stranieri, gli schiavi e le donne, e questa apertura globale caratterizzerà anche la scuola epicurea del
 Giardino
 e la scuola stoica del
 Portico,
 entrambe nate ad Atene, e solo più tardi estesesi altrove). Il
 sokratikòs logos,
 quindi, non è tanto un contenuto specifico determinato quanto una forma sociale, l'estensione della
 isegoria dall'ecclesia all'agorà.
 Che poi l'empirico Socrate "non fosse d'accordo" con Protagora e con Gorgia è certo rilevante, ma non decisivo. Ma chi era Socrate? La risposta è facilissima, perché l'ha fornita lui stesso. Socrate era il moscone fastidioso e l'insopportabile tafano che ronzava continua mente intorno al nobile cavallo della
 polis
 degli ateniesi. Se vogliamo prendere sul serio questa auto-attribuzione (come io faccio), allora ne conseguono alcune cose. Primo, che il Socrate autentico non era un sapiente di tipo pitagorico come il suo (indiretto) allievo Platone, in quanto i sapienti di tipo pitagorico si aggregavano abitualmente insieme in comunità politico-religiose, e non andavano in giro a chiacchierare nell'agorà con giovani e vari sfaccendati. Secondo, che il Socrate autentico
 non
 era un "nemico della democrazia", come la pigrizia storiografica lo dipinge. Se infatti Socrate viene indagato con un metodo ontologico-sociale, che lo collochi cioè nel suo contesto comunitario, l'attribuzione di "nemico della democrazia" a Socrate non sta né in cielo né in terra. Esaminando il modo in cui questa sciocchezza ha potuto sorgere, e tornando poi al
 
Socrate storico e non alla sua proiezione retroattiva destoricizzata e desocializzata, potremo capire molte cose preziose. Qui infatti la destoricizzazione e la desocializzazione, nemiche dell'approccio storico-genetico ed ontologico-sociale, celebrano i loro grotteschi trionfi. Chi scrive non ritiene affatto di stare vivendo oggi in una "democrazia". Volendo definire il dispotismo smisurato del denaro che ci domina, e che è militarmente garantito da un impero armatissimo a legittimazione messianico- veterotestamentaria (e quindi per nulla "greca"), lo definirei una oligarchia finanziaria globalizzata che viene legittimata periodicamente da plebisciti "pluralisti" ampiamente manipolati (sondaggi, finanziamenti stratosferici ai politici "buoni" e marginalizzazione diffamatoria dei "cattivi" da parte del circo mediatico asservito, ecc.).  Volendo però giocare al
 gioco del politicamente corretto,
 ipotizziamo che si tratti invece veramente di una "democrazia", e  vediamo allora con un metodo storico- contrastivo le differenze con l'antico modello classico ateniese. Queste differenze non stanno affatto - come scrisse nel 1819 Benjamin Constant - nel fatto che la libertà degli antichi sarebbe stata collettivistico-comunitaria mentre quella dei "moderni" (cioè dei ricchi: per lo sfacciato Constant vigeva l'equazione Moderno = Ricco) avrebbe avuto come suo fondamento il diritto assoluto di godersi le proprie ricchezze senza rompiscatole giacobino-comunisti. La differenza essenziale stava nel fatto che gli antichi, ignari della fallacia naturalistica, del disincanto del mondo, del politeismo dei valori, della separazione kantiana fra categorie dell'essere e categorie del pensiero, della smentita delle grandi-narrazioni, ecc., credevano in genere nell'esistenza del
 Bene,
 non ancora definito in modo neoplatonico-cristiano ma concettualizzato ancora in modo comunitario
 (Bene =
 Garanzia del
 metron,
 oggetto della
 dike),
 e quindi non potevano rassegnarsi alla semplice automaticità del principio numerico-casuale di maggioranza. Senza aver ancora letto Joseph

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