S
E
D
ULCINEA PRENDE CORPO
…
(
UNA LETTERA D
’
AMORE A
J
OUMANA
H
ADDAD
)« …il suo nome è Dulcinea […] la sua condizione deve essere per lo meno di principessa, poiché èregina e signora mia; la sua bellezza, sovrumana, poiché in essa si realizzano tutti gli impossibili echimerici attributi che i poeti dànno alle loro dame. Posso dire che son oro i suoi capelli, la suafronte un eliso, le sue ciglia arcobaleni, i suoi occhi soli, rose le guance, coralli le labbra, perle identi, alabastro il collo, marmo il petto, avorio le mani, neve il carnato, e le parti che la pudiciziacopre alla vista umana, tali, a quel che penso e mi figuro, che un prudente riguardo può soltantoesaltarle, ma non farne paragoni ».
1
Così il Cavaliere dalla Triste Figura, Don Quixote, introduce ai suoi interlocutori e al lettore lainesistente “crudele Signora” cui sono dedicate le avventure fantasticate dall’Ingegnoso Cavaliere,nel romanzo-saggio di Miguel de Cervantes.Con la sua monumentale (e affettuosa) parodia, Cervantes ha, tra tanti meriti, quello di rendereevidente al lettore l’immaginario cristallizzato prodotto dalla letteratura occidentale fino al secoloXVII: un immaginario che informa - con mille e mille trasformazioni, dialettiche e mimetizzazioni -ancòra gran parte della letteratura moderna e contemporanea.La Dulcinea del romanzo di Cervantes non ha un corpo (quando lo assume, in forma diinsignificante contadina, è perché Sancho Panza necessita di gabbare il suo padrone), essa esiste perché è strumentale alla tragicità comica e patetica di Quixote, funge da impossibile cardinedell’autosufficienza immobile che caratterizza lo squinternato cavaliere: essa
deve
essere perlomeno principessa in quanto è la signora
di
Quicote, e in quanto tale
deve
essere in tutto straordinaria, pura,intangibile agli occhi, “sovrumana”.Come Eva nella narrazione biblica, Dulcinea esiste in quanto emanazione del maschio creata da unmaschio (divinità, Quixote, Adamo o artista), è perciò un concetto astratto – nato per un qualcheutile virile – piuttosto che un’immagine concreta sorta in reazione all’esperienza sensibile del corponel rapporto tra esseri umani uguali e diversi: donna, uomo.Dulcinea-Eva è un accidente necessario, non ha corpo e quindi non può avere sessualità, la pudicizia
deve
coprirla alla vista umana come la foglia di fico che ne castiga il sesso; è l’immaginedi donna sviluppata nella tradizione religiosa occidentale post-cristiana, che sarebbe prestodiventata - col consolidarsi della fede imperiale di Paolo di Tarso e Costantino – la figura di Maria,vergine asessuata e da ultimo trasferita (anima e utile corpo) dalla terra degli uomini al cielo.Da questa tradizione religiosa questa immagine ha poi impregnato, con varie gradazionid’inchiostro, le pagine della letteratura occidentale, dando la sua sostanza impossibile alle Signoredella poesia provenzale e cortese e poi degli Stilnovisti, alle Beatrici e Laura, fino a rovesciarsi -con le donne di Baudelaire, D’Annunzio, Wilde …. - nel suo contrario speculare, demoniaco,omicida (“maschicida”) e perverso, cioè la tradizione sommersa della Lilith ebraica, tenuta intantoin vita dalle tradizioni popolari assunte a bella posta dagli inquisitori cattolici per i loro scopicriminali (in chiave anti-abortista allora come oggi!), fino a incarnarsi tragicamente nelle troppestreghe torturate e bruciate dal medioevo fino al secolo XVIII.Ancòra e nuovamente in sembianze demoniache Lilith compare, quasi all’alba del secolo XX, comeemissaria di Satana nel poema incompiuto di Victor Hugo “La fin de Satan” (1886), per cominciare poi a risorgere, piuttosto confusamente e spesso del tutto pretestuosamente, nella babele fumosadell’occultismo novecentesco di derivazione massonica oggi scolorito nella New Age.Diverse da Dulcinea, Eva e Maria sono le immagini femminili della Scuola Siciliana - sviluppatanel secolo XIII alla corte “multiculturale” di Federico II - poiché in alcune di queste si sente l’odore
1
Miguel de Cervantes: “Don Chisciotte della Mancia”, a cura di C.Segre e D.Moro Pini, trad.it. di F.Carlesi,A.Mondadori Editore - 1974, pagg.110-111
Add a Comment