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"Di Dio stesso e della sua origine tragica", di Matteo Veronesi

"Di Dio stesso e della sua origine tragica", di Matteo Veronesi

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Published by matteo_veronesi
From “Il Domenicale”, 3 aprile 2004, p. 5.
From “Il Domenicale”, 3 aprile 2004, p. 5.

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Published by: matteo_veronesi on Mar 28, 2008
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Ritorno alla pagina principaleDI DIO STESSO E DELLA SUA ORIGINE TRAGICA
[«Il Domenicale», 3 aprile 2004, p. 5]
 Nel
 De transitu Hellenismi ad Christianismum
, opera imponente ed affascinante, in cuil'erudizione e la filologia sono diluite in un eloquio vario e immaginoso, pregno di sovrapposizionie di echi remoti, alle soglie della prosa poetica, Guillaume Budé vedeva la conoscenza dellaclassicità come una sorta di iniziazione o di viatico per arrivare ad attingere l'"acqua di vita" dellaverità rivelata. A mediare questo decisivo
transitus
era la figura di
 Hermes Loghios
, che guidaval'anima e il pensiero dal
logos
pagano, dalla ragione meramente umana e terrena, per quanto colmadi un potere profondo e penetrante - da quel "sempiterno
logos
" che già Eraclito, e gli Stoici dopo dilui, avevano elevato a vivo fulcro e principio ordinatore dell'universo -, al
logos
cristiano, al Verbodel
 Prologo
del Vangelo di Giovanni, forse già prefigurato dalla Sapienza dell'Antico Testamento,che si è fatto carne e si è manifestato agli uomini.Ci si può soffermare proprio su quel nesso di
logos
e
transitus
, su quel passaggio, quelcammino dall'uno all'altro
logos
. È forse un percorso di questo tipo che ha in mente GiustinoMartire quando, nella prima
 Apologia
, cercando un terreno di accordo e di contatto fra cultura pagana e messaggio cristiano, evoca il
logos spermatikos
, i "semi del Verbo" che la mano di Dio ha,fin dall'origine dei tempi, sparso e dosato per i secoli, nei vasti solchi della storia - "umbriferi prefazi", dirà Dante, larvali avvisaglie e furtivi spiragli, ancora
 per speculum et in aenigmate
, di unaverità di cui si attendeva la piena manifestazione. Dio, dice Giustino, ha parlato "come da unamaschera", come in una rappresentazione teatrale - e si pensi, solo per un attimo, quante volte,dalla probabile genesi sacrale e rituale della drammaturgia greca al dramma sacro bizantino, dallalauda drammatica alla sacra rappresentazione al mistero nel Medioevo, fino all'oratorio barocco,agli
autos sacramentales
del
 siglo de oro
, per giungere alle esperienze novecentesche di Eliot,Péguy, Claudel, Testori, Luzi, il teatro - spazio, di per se stesso, in cui la parola e il gesto, la luce ela voce tendono ad acquisire un intrinseco carattere di sacralità, di ritualità assoluta eimperturbabile, di lontananza dall'ordinario, dal casuale, dall'umano - ha assunto modi e tempi esimboli e movenze del rito religioso.E proprio nella tragedia greca troviamo tracce dei due elementi che, forse, maggiormentelegano la spiritualità classica a quella cristiana: il
 sacrificio
(su cui ha scritto pagine importanti ilRené Girard di
 La violence et le sacré 
) e la
 purificazione
. Non è un caso se l'autore (con tutta probabilità Gregorio di Nazianzo) del
Christus patiens
, dramma greco sulla passione di Cristo,riprende tanti versi delle
 Baccanti
di Euripide, la tragedia del dio che scende sulla terra dopo avereassunto
anthropinen morphen
, forma umana, e che "si offre in sacrificio agli dei" (
 spendomai
è ilraro verbo usato da Euripide, che si ritrova, con significato analogo, in San Paolo). Le immagini diDioniso che troviamo nell'arte paleocristiana, accompagnate da motivi vegetali che rinviano allavite, simbolo di germinazione e di fecondità, e di conseguenza al vino, simbolo sacrificale, sispiegano anche in questa luce. "Dio stesso, all'origine, è tragico", dirà Jaspers nel saggio
 Del tragico
; "il Dio sofferente è l'essenza stessa del creato".Tanto il sacrificio quanto la catarsi sono legati al silenzio, alla cortina di ineffabilità che liavvolge.
Mysterion
, termine che dai riti orfici passa al culto cristiano, secondo un'analogia che nonsfuggiva agli stessi Padri della Chiesa, è, etimologicamente, ciò di cui non si può parlare, ciò su cuisi deve tacere. "Esperto di mali", dice Oreste nelle
 Eumenidi
, "più modi conosco di purificazione(
 pollous katharmous
), e so quando è lecito parlare, quando tacere". L'eroe che conosce il tempo e lamisura del silenzio può invocare "con pure labbra, senza empietà", con
aghnon stoma
, la dea che losalverà. Nelle
 Baccanti
, il coro dionisiaco esorta ciascuno a farsi da parte, a raccogliersi in silenzio per lasciare spazio all'inno di Dioniso, all'ebbra estasi della danza e della musica, capaci di

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