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NONNO DI PANOPOLI: TRA DIONISO E IL VERBO PIÙ ANTICO DELCOSMO
La luce irraggiungibile del Verbo
"Il Verbo intemporale, irraggiungibile era nel principio ineffabile; / (…) e il Verbo era la lucedel Dio da sé generatosi, luce da luce. (…) / Questo dal principio / splendeva insieme al Dio eterno,creatore del cosmo, / il Verbo più antico del cosmo; e di sé empiva ogni cosa".Con questi versi sublimi - che ho riportato, come farò per tutti i passi citati in questo articolo,in una mia versione, la quale vorrebbe riscattare lo stile dell'autore, la sua "vibrazione nuova estrana", come la chiamava Raffaele Cantarella, dalla monotonia e dalla freddezza di certetraduzioni, senza dubbio fedeli e filologicamente ineccepibili, ma forse un po' troppo appiattite suuna dura, metallica, direi fotografica resa della lettera dell'originale - si apre la
 Parafrasi del Vangelo di Giovanni
di Nonno di Panopoli, il cui primo canto si può ora leggere nell'edizione curatada Claudio De Stefani (Pàtron, Bologna 2002). Di fronte a questi versi, che ricalcano e dilatano, con perifrasi ampie e illuminanti, con essenziali e meditati incisi, il celebre Prologo giovanneo, la mentedel lettore appassionato può essere tratta - al di fuori di ogni verosimiglianza storica, al di là di ogni plausibile riscontro filologico - al ricordo del celebre
incipit 
del
 Paradiso
: "La gloria di colui chetutto move / per l'universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove……". Certo Dante,come tutto il Medioevo latino, non solo non poteva conoscere il testo nonniano, ma verosimilmentenon aveva, del poeta greco di Panopoli, vissuto nel quinto secolo dopo Cristo, alcuna notizia,nemmeno indiretta. Ma per giustificare questo accostamento non c'è bisogno di rifugiarsi nel cieloetereo ed evanescente degli archetipi junghiani, dei vasti miti e dei simboli ancestrali che albergano,fin dalle origini più remote, nell'anima dell'uomo. Una stessa mistica della luce, di origine platonica,che contrappone il fuoco e il fulgore dello spirito all'impura oscurità della materia, della
hyle
(la
 silva
di Bernardo Silvestre, la "selva oscura" di Dante), da un lato anima, tramite l'influsso dei Padridella Chiesa, la visione del Verbo inattingibile ed ineffabile ("e vidi cose che ridire / né sa né puòchi di lassù discende", leggiamo ancora in Dante) che apre la
 Parafrasi
di Nonno, dall'altro siriflette, attraverso il sufismo islamico mediato dal
 Liber Scalae
e dal
 De luce
di Roberto Grossatestae il pensiero dei Vittorini, nel
 Paradiso
dantesco.
Il fuoco divino della nascita
Può apparire singolare che l'autore della
 Parafrasi
, da qualcuno addirittura identificato con unvescovo, abbia scritto - con tutta probabilità lavorandovi lungo un vasto arco di tempo, in partecoincidente con quello dedicato alla stesura della parafrasi giovannea - le
 Dionisiache
, l'ultimo e,con i suoi quarantotto canti, il più corposo dei poemi dell'antichità, dedicato alla figura e alleimprese, fra la Grecia e l'India, del dio del vino, dell'orgia, dell'ebbrezza - ma anche dei misteri,dell'iniziazione, dell'immortalità attinta attraverso la "morte mistica" e la catarsi, della sofferenzatragica elevata ad occasione e mezzo di suprema conoscenza. Su quest'opera l'attenzione è orarichiamata da alcune recenti e recentissime iniziative editoriali: la pubblicazione dei primiventiquattro canti inizialmente, tra il '97 e il '99, presso Adelphi (a cura di Dario Del Corno, contraduzione di Maria Maletta e note di Francesco Tissoni), poi, nel 2003, con testo greco a fronte eminuzioso commento, presso Rizzoli, a cura di Daria Gigli Piccardi per i primi dodici canti, diFabrizio Gonnelli per i canti dal tredicesimo al ventiquattresimo, a cui si affianca, nello stesso anno,
 
 presso le Belles Lettres, l'edizione, dovuta ad un benemerito degli studi su Nonno come FrancisVian, del canto quarantottesimo.La contraddizione a cui si accennava è solo apparente, data l'osmosi, se non proprio ilsincretismo, che nei primi secoli del cristianesimo si venne a creare fra il messaggio evangelico e la
 paideia
classica. Forse eccedeva Simone Weil quando, in quel singolare e frammentario libro, palpitante di genialità e di azzardo, che è
 La Grecia e le intuizioni precristiane
, edito in Italia daBorla, accostava proprio Bacco e il Logos, entrambi forze generatrici e fecondatrici, profondescaturigini di vita. Tuttavia, se dal
 Prologo
della
 Parafrasi
passiamo al proemio delle
 Dionisiache
,non sarà impossibile notare qualche affinità. "Cantami, o dea, il respiro del fulmine, segno / del lettoardente del Cronide, seme / di un doloroso parto da nozze di fuoco, / e la folgore, ancella nuziale diSemele; e canta / la nascita di Bacco due volte partorito, che Zeus, trattolo / umido dal fuoco, fetoinforme, frutto / di madre priva di levatrice, impressa / con mani caute una ferita sulla coscia /generò nel ventre virile, padre / e madre santa". Anche qui scorgiamo la luce primordiale, il fuococreatore e plasmatore come contrassegni della teofania, spie dell'apparizione del divino, segnali diquel "numinoso" a cui Friedrich Otto dedicò pagine importanti. I versi di Nonno rinviano poidirettamente a un altro prologo, quello delle
 Baccanti
di Euripide (tragedia in cui già i Padri dellaChiesa intravedevano bagliori precristiani, velati dalla mobile ambivalenza dei simboli), dove èevocato proprio l'inestinguibile fuoco che, destato dalla folgore di Zeus, arde accanto alla tomba diSemele, madre di Dioniso. Anche nel canto nono, la figura del dio fanciullo sorge dalle tenebre diun antro (e si ricordi che già dell'omerico "antro delle Ninfe" il neoplatonico Porfirio aveva datoun'interpretazione allegorica di stampo sapienziale), avvolta in un fulgore che si irradia dal suovolto, in una luce che dissipa il buio. Ma - a parte vari riscontri con la
 Parafrasi
evangelica - tantola ierofania ignea, il fuoco come manifestazione del divino (si pensi al roveto ardente dell'
 Esodo
, alDio che "nessuno può vedere e restare vivo"), quanto l'immagine di un Dio che è insieme padre emadre, seme universale, cosmica potenza creatrice, nucleo remoto di ogni nascita e vita (basti quiricordare, per questo Dio "padre e madre", il profeta Isaia), e che genera il proprio figlio, la propriaincarnazione terrena, in un modo che sovrasta le leggi immanenti della natura, sembrano rinviare aduna visione del Divino non inconciliabile con quella giudaico-cristiana. E chi abbia in mente la
 Psicoanalisi del fuoco
di Bachelard potrà facilmente riconoscere, in quei versi, l'archetipo del"fuoco liquido", della fiamma umida e fluida che avvolge il concepimento e la nascita, che cinge ilmistero del grembo materno, della maternità umana e di quella cosmica.
Poesia della varietà e della metamorfosi
La parola del poeta anela dunque ad abbracciare l'universo, con i suoi ritmi, i suoi cicli, learcane leggi che scandiscono il suo perpetuo mutamento, l'incessante generarsi delle sue forme edelle sue parvenze le une dalle altre, sotto la spinta di un impulso originario. Così avveniva - equesto ulteriore raffronto potrebbe essere avvalorato dalla presenza, in Nonno, di simboli astrali ezodiacali - anche in Marco Manilio, alla fine dell'età augustea: il poeta che, come si leggenell'esordio degli
 Astronomica
, rivelava nei suoi versi "i tesori del cielo", che illuminava, con le sue parole accordate al ritmo del cosmo, alla suprema ragione, al
logos
che lo governa, i "praecordiamundi", il "cuore profondo dell'universo". Sempre nel proemio, Nonno chiede alle Muse: "Ergeteinnanzi a me il cangiante Proteo, / a me che mi unisco alla danza / nell'isola vicina di Faro: cheappaia / con la variata immagine, poiché un variato inno / io voglio scandire. Se striscia, serpente /avvolto nelle sue spire, canterò la lotta divina / ove col tirso d'edera intrecciata / prostrò le immondestirpi dei Giganti / dalle chiome di serpi". Vengono in mente altri proemi, analogamente improntatiallo spirito e al disegno di una scrittura della metamorfosi, del movimento, della varietà di forme,della
 poikilia
(basti pensare allo
 scientiae desultoriae stilus
, all'arte di saltare da un argomento
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