con la conseguenza che, negli anni tra il 2002 e il2006, all’1% della popolazione, e cioè il più ricco,sono andati quasi i tre quarti della crescita delreddito complessivo..In definitiva nel 2005 l’indice della disuguaglianza trai redditi ha raggiunto il massimo storico e lo stessovale per la Gran Bretagna, ove questo si è verificatodopo l’ondata al potere dei laburisti di Blair nel 1997.Più in generale, la riduzione della quota del Pil cheva ai salari, e per contro la crescita della quotadestinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti ipaesi a capitalismo maturo: in Italia, ad esempio, dal1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8%percentuali, andati in maggiori profitti (che sono salitinel periodo dal 23% al 31% del totale). In terminiassoluti si tratta di cifre enormi: l’8% del Pil italiano èinfatti qualcosa come 120 miliardi di euro! A questosi aggiungano le mancate risorse invece destinatead armamenti e guerre mascherate da interventiumanitari che, nel periodo 1998-2007 sono cresciutedel 45% mentre in valore assoluto hanno raggiunto i1.339 miliardi di dollari (851 miliardi di euro),equivalenti al 2,5% del Pil mondiale. Negli Usa, nel2007, le spese per gli armamenti militari sono statimaggiori che quelle sostenute per la SecondaGuerra Mondiale!Sono cifre spaventose ma più spaventosa è lamancanza di reazione, cioè di lotte, come affermasenza mezzi termini il Financial Times (e non ilCapitale di Marx), contro questa gigantescaredistribuzione della ricchezza verso l’alto.Non sorprende scoprire che la dittatura mediatica eil lavaggio del cervello iniziati con forte intensitànegli anni Ottanta, siano serviti proprio a confonderel’opinione pubblica disattenta e indaffarata edinseguire il mito del denaro, della doppia casa,dell’apparire a tutti i costi, del credito facile,distogliendola dai processi reali di produzione dellaricchezza. Un peso di non secondaria importanzagiocano i fattori legati all’egemonia culturale edideologica esercitata dal capitalismo, che, dopo lacaduta del muro di Berlino e l’implosione delsocialismo reale nell’est europeo, ha potutoriaffermare il proprio orizzonte come orizzonte ultimodella storia umana.Il capitalismo ha convinto i più della sua necessità eche questo sistema economico significava l’unicastrada percorribile, togliendo di mezzo la possibilitàdi una gestione diversa dell’economia che parlassedi socializzazione dei mezzi di produzione, dicooperazione e non di concorrenza, di sviluppoarmonico e non esplosivo a scapito dei popoli menosviluppati e basati su economie di sussistenza.Oramai tutti ci siamo convinti che altri modelli dieconomia e società non sono possibili e siamocomplici ed artefici, chi più e chi meno, di un sistemache poggia la sua ragion d’essere sulla nostracomplicità di consumatori (un po’ meno comeproduttori in quanto il lavoro è quasi sempre unobbligo dove le possibilità di scelta sono limitate).Il Pil, come sosteneva Robert Kennedy, non misurala nostra felicità, il benessere interiore. Gli indicieconomici e più in generale l’economia di mercatosembrano procedere separati dagli effettivi bisognidi ognuno di noi, bisogni non solo ascrivibili allasfera economica. Ma l’ideologia cosciente e forteche ha stordito tutti noi ci ha martellato con la piùinsidiosa propaganda totalitaria: il consumo, ilcomprare, l’avere, facendoci scordare il valore deirapporti umani sganciati dagli interessi, il valore deldono, dello scambio e della reciprocità come fatticostitutivi delle società.Il consumismo, sul quale si posa l’intero castello disabbia che ora sta crollando, è una delle malattiedella società e dell'uomo contemporaneo. Si comprapiù di quanto serva, si acquistano oggetti non tantoper la loro necessità o per il piacere di adoperarli, ilcosiddetto valore d'uso, quanto per quello cherappresentano, per il loro cosiddetto valore discambio.Essi placano le insicurezze dell'uomo moderno, loconfermano nella sua importanza e nel suo valore.Intanto il nostro livello di consumi erode le riservenaturali del pianeta e mette probabilmente a rischiola vita sulla Terra per le generazioni chesuccederanno alla nostra. Probabilmente ilconsumismo risponde, almeno in parte, aun'esigenza umana. Già nei secoli passati learistocrazie abbagliavano il popolo con la loro vitasfarzosa e i potenti entravano fra loro incompetizione a chi edificava il castello, la cattedraleo il palazzo più grandiosi. Lo spirito competitivo, cheoggi si esaurisce per lo più in una squallidacompetizione da condominio, un tempo ha prodottograndi opere artistiche, la cui perfezione ancora oggiammiriamo. Oggi produce guerre, catastrofi epovertà. Persino le popolazioni delle zonesottosviluppate del pianeta invidiano i nostriconsumi. Una delle molle che induce la migrazionedi massa di folle di diseredati sono le immaginitelevisive provenienti dal ricco Occidente e captateanche in sperduti villaggi del Terzo Mondo. Lacornucopia di beni promessa e il miraggio di una vitalussuosa seducono anche i più poveri. La pubblicitàci induce, tramite spot che trasmettono le immaginidi esistenze perfette quanto irreali, a consumaresempre di più prodotti di cui non abbiamo alcunbisogno. Di più: essa non si limita a vendereprodotti, bensì propaganda sogni, modelli di vita, daperseguire e imitare, pena un doloroso sentimento diinadeguatezza.Dal canto loro, gli economisti ci assicurano chesoltanto incrementando i consumi, costruiremoun'economia sana e vincente. I beni, che un tempo
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