PdE
. Rivista di psicologia applicata all’emergenza, alla sicurezza e all’ambiente
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2PROCEDURE DI EVACUAZIONE: LUCI ED OMBRE
di S
ERGIO
C
ARNEVALE
e
A
NTONIO
Z
ULIANI
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L’attuazione della Legge 626/94 ha diffuso l’abitudine di realizzare prove di evacuazione delle persone nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Vi sono però anche altri luoghi che, pur non prevedendo una popolazione che li frequenta quotidianamente, sono spesso molto affollati: centri commerciali, multisale cinematografiche, ospedali, luoghi di culto, ecc. Anche per quest’ultimi sono previste procedure di evacuazione, che presentano caratteristiche peculiari.
Chi frequenta centri commerciali, sale emultisale cinematografiche, ospedali,stazioni, luoghi di culto, ecc., non è maicoinvolto in prove di evacuazione. Queste,nella migliore delle ipotesi, vengonoeffettuate ricorrendo all’aiuto di figuranti. Unascelta che ha due corollari importanti: da unlato le persone, che pure hanno l’abitudine difrequentare questi luoghi anche con unacerta fedeltà (come accade senza dubbiocon i centri commerciali e i luoghi di culto),non ha la minima idea di come comportarsiin quegli spazi in caso di emergenza.La seconda, ben più preoccupante, è che chideve gestire tali emergenze può solo fareipotesi su come si comporteranno le personecoinvolte: se collaboreranno alle lororichieste, se i messaggi di emergenzapredisposti saranno veramente comprensibiliagli interessati e così via. Da questo punto divista i piani di emergenza sono statiprogettati sulla carta, senza nessunasostanziale verifica. Non è la stessa cosa,infatti, impiegare per un’evacuazione deifiguranti, i quali potranno simulare ognidifficoltà immaginata, ma sia per il loronumero, sia perché alla fin fine sono elementidell’organizzazione stessa, non fornirannoun’idea reale di come potrebbero reagire lepersone. Ogni soccorritore ha ben presenteche il panico simulato non è neppure lontanoparente di quello vero. A questo ragionamento, purtroppo, se nedeve affiancare un altro: molti di questi pianidi emergenza partono dal presupposto che ilpericolo provenga dall’interno. In genere siipotizza un incendio, un terremoto o unmalfunzionamento di propri impianti edinstallazioni, mentre vi sono almeno altre duesituazioni da considerare: l’emergenza chepuò provenire da una fonte di pericoloesterna, come può essere un inquinamentoindustriale (una nube tossica è un rischioreale per molte aree urbane prossime adinsediamenti produttivi) e la possibilità che cisi trovi di fronte ad un attacco terroristico,che potrebbe richiedere di trattenere tutte lepersone all’interno della struttura, in unasituazione di angoscia crescente che puòsfociare in pericolose manifestazioni dipanico.I piani attuali prevedono l’evacuazione deipresenti a qualsiasi titolo secondo procedureprestabilite, che comprendono lacomunicazione dell’evento alle pubbliche Autorità competenti per l’assistenza ed isoccorsi e, nel migliore dei casi, limitatemisure di sostegno psicologico. Al contrario, la concretezza dell’attualemomento storico, testimone di tensioniinternazionali e fondamentalismo politico-religioso, richiede una riflessione sullacapacità dei gestori e sulla idoneità delleattuali pianificazioni a tutelare efficacementechiunque sia presente nella propria area diresponsabilità.Ma quante delle strutture precedentementeindicate hanno un piano di emergenzarelativo a questi due scenari? Quanti gestorisono in grado di affrontare realmente, da solie con le proprie forze, le prime fasidell’emergenza non “convenzionale”? E ledomande dovrebbero riguardare anche lescuole ed i luoghi di lavoro.L’adeguamento dei piani potrebbe utilmenteprevedere, ad esempio, di:
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fermare gli impianti diventilazione/climatizzazioneeventualmente esistenti, allo scopo di
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