fondamento teologico, trinitario della preghiera».
Il suo “stile orante” è più vicino alla tradizioneorientale o a quella occidentale?
«La preghiera si fa nello Spirito, per mezzodel Figlio, al Padre. Questo principio paolinoè fermamente mantenuto sia in Oriente che inOccidente. Si può forse indicare una sfumaturanell’espressione verbale. Gli orientali non temonodi dire che lo Spirito è tanto unito a noi da farparte della nostra personalità. Professano latricotomia antropologica, indicando tre partidella composizione umana: il corpo, l’anima,lo Spirito Santo. Gli occidentali hanno temutoche questo si potesse male interpretare comeun panteismo, perciò preferiscono affermareche abbiamo nell’anima la “grazia” che èil “dono” dello Spirito, non la Persona stessa.Ma la differenza è veramente solo verbale.Il dono dello Spirito è la sua azione e dove Egliagisce è presente. D’altra parte, è vero chele preghiere allo Spirito degli orientali sono moltobelle proprio perché sono così personali».
All’inizio del libro degli Atti si specifica cheil compito degli apostoli sarà duplice:«Noi, invece, ci dedicheremo
alla preghiera
e al ministero della Parola» (At 6,4). Quasi a dire che l’apostolo non può essere tale,se non è uomo di preghiera...
«La scelta della propria vocazione deve esseremolto seria e consapevole. Ma si considera dadue punti di partenza diversi. Da parte nostradobbiamo prima esistere, renderci conto dellenostre capacità e poi riflettere quale vocazionescegliere. Da parte di Dio, si agisce in modoinverso. L’uomo riceve prima la sua vocazione nelmondo e poi, per realizzarla, riceve l’esistenza.Paolo ne è sicuro. Si era convinto di essere statochiamato a essere apostolo di Cristo già dalgrembo della madre (cfr. Gal 1,13ss.) e non losapeva, perciò faceva il contrario. Ricevetteperò l’illuminazione da Cristo. È successoin modo straordinario sulla via inDamasco. Ma in seguito egli aspettavaulteriori illuminazioni nella preghieraassidua. Da queste illuminazioniricevute nella preghiera si facevaguidare nei suoi viaggi. Si consideraapostolo di Cristo, anche se non loaveva conosciuto in modo visibile.Lo stesso atteggiamento vale pertutti i cristiani: pregando, ascoltandola voce di Dio, troveranno il lorogiusto posto nel mondo».
Ecco allora che proprio Paolo – l’uomodi azione – prescrive più volte di pregare«incessantemente» (1Ts 5,17; Ef 6,18).Ma come vivere questa “preghiera perenne” nella quotidianità?
«I monaci d’oriente si sono sempresforzati di seguire questo precetto. Il soloproblema era come giungervi. Emerserotre soluzioni. I
messaliani
(“preganti”),una tendenza carismatica della Siria,volevano veramente concentrarsi sullasola preghiera e rifiutavano ogni operaprofana, lasciando lavorare soltantogli “imperfetti”. Gli
acemeti
(“coloroche non dormono”), i monaci di unmonastero di Costantinopoli, cercavanodi giungere alla preghiera perpetuaavvicendandosi tra di loro. Così, unaparte della comunità era sempre in chiesa, mentrealtri lavoravano o riposavano, poi si scambiavanoil turno. La terza soluzione generalmente accettataè quella data da Origene: “Prega incessantementecolui che unisce la preghiera alle opere necessariee le opere alla preghiera”. È il famoso
Oraet labora
del monachesimo benedettino».
L’invito alla preghiera incessante è all’originedella vicenda del Pellegrino russo...
«Per pregare bene si esige naturalmente unabuona disposizione interiore, in particolareil sentimento della presenza di Dio, al qualeci rivolgiamo e per cui lavoriamo. Dobbiamorendercene conto almeno all’inizio di ogniopera buona. Ma i contemplativi hanno sempredesiderato che sia un sentimento stabile.Esercitandosi, si arriva dai singoli “atti”di preghiera allo “stato” di orazione.Come raggiungerlo? Un metodo semplice
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Tra i volumi del card. Špidlík ricordiamo:
A duepolmoni
(1999),
La fede secondole icone
(2000) con M.I. Rupnik,
La preghierasecondo latradizionedell’Orientecristiano
(2002),i due tomi di
Allefonti dell’Europa
(2004-2006),
Manuale dispiritualità
(2005),
Il monachesimosecondo latradizionedell’Orientecristiano
(2007).
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