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franz kafka - america

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-1
Franz KafkaAmericaEdizione Acrobata cura diPatrizio Sanasi(patsa@tin.it)
 
Franz Kafka AmericaIL FUOCHISTAQuando il sedicenne Karl Rossmann, mandato in America daisuoi poveri genitori perché una camerieral'aveva sedotto e aveva avuto un figlio da lui, entrò con la nave avelocità ridotta nel porto di New York, vide la Statuadella Libertà, che già stava contemplando da tempo, comeimmersa in una luce d'un tratto più intensa. Il braccio con laspada sembrava essersi appena alzato, e attorno alla sua figuraspiravano liberi i venti.«Com'è alta!» disse fra sé, e poiché non si decideva ad andarsene,a poco a poco fu spinto fino al parapettodella nave dalla massa sempre crescente dei facchini che looltrepassavano.Un giovane, che aveva conosciuto di sfuggita durante il viaggio,disse passando: «Allora, non ha ancora vogliadi scendere a terra?». «Ma sono pronto», disse Karl sorridendogli,e con baldanza e perché era un ragazzo robusto, sicaricò la valigia in spalla. Ma quando seguì con lo sguardo il suoconoscente che si allontanava con gli altri roteando il bastone, si accorse sgomento di aver dimenticato l'ombrello giùnella nave. Pregò subito il conoscente, che nonsembrava molto entusiasta, di voler gentilmente attendere unmomento vicino alla sua valigia, valutò la posizione per orientarsi al ritorno e se ne andò di corsa. Sotto, con suorincrescimento, trovò sbarrato per la prima volta un passaggioche gli avrebbe di molto abbreviato la strada, probabilmente acausa dello sbarco dei passeggeri, e dovette cercare afatica la via per scale che non finivano mai, lungo corridoi pienidi curve, attraverso una cabina vuota con una scrivaniaabbandonata, sinché infine, dato che aveva percorso quel tragittosoltanto una o due volte e sempre in compagnia diqualcuno, si accorse di essersi smarrito del tutto. Disorientato, poiché non aveva incontrato anima viva e udiva sempresoltanto lo scalpiccio di migliaia di piedi sopra di sé e da lontano,come un anelito, gli arrivava l'ultima eco dellemacchine ormai ferme, senza riflettere cominciò a bussare a una porticina vicino alla quale si era fermato nel suo
 
vagabondare.«È aperto», gridò qualcuno dall'interno, e con un vero sospiro disollievo Karl aprì la porta. «Perché bussacome un pazzo?» chiese un uomo gigantesco, alzando appena gliocchi su Karl. Da un abbaino in alto una luce fosca,quasi si fosse consumata da tempo su nella nave, pioveva nellamisera cabina, nella quale, come in un deposito, eranostipati un letto, un armadio, una sedia e l'uomo. «Mi sonosmarrito», disse Karl, «durante il viaggio non me n'ero maiaccorto, ma è una nave spaventosamente grande». «Sì , in questoha ragione», disse l'uomo con un certo orgoglio, senzasmettere di trafficare attorno alla serratura di una piccola valigia,su cui premeva entrambe le mani restando in ascolto per cogliere il momento dello scatto. «Ma entri!» continuò poi.«Non vorrà star lì fuori!». «Non disturbo?» chiese Karl.«E perché dovrebbe disturbare?». «Lei è tedesco?» cercò dirassicurarsi Karl, avendo sentito parlare dei pericoli che inAmerica minacciano i nuovi arrivati, soprattutto da parte degliirlandesi. «Lo sono, lo sono», rispose l'altro. Karl esitavaancora. Allora l'uomo afferrò d'un tratto la maniglia della porta, echiudendola in fretta, spinse dentro anche Karl. «Non posso sopportare che mi guardino dentro dal corridoio», dissel'uomo, che trafficava di nuovo con la sua valigia, «tutti passano di qui e guardano dentro, è intollerabile!». «Ma non c'ènessuno nel corridoio» disse Karl, che stava lì a disagioschiacciato contro i montanti del letto. «Già, adesso», replicòl'uomo. Però stiamo parlando di adesso, pensò Karl, èdifficile discutere con costui! «Si stenda sul letto, così avrà più posto», disse l'uomo. Karl scivolò nel letto alla meglio eal primo vano tentativo di saltarvi dentro rise forte. Ma nonappena fu nel letto, gridò: «Dio mio, ho completamentedimenticato la mia valigia!». «E dov'è?». «Su in coperta, unconoscente la sorveglia. Come si chiama, poi?». E dallatasca segreta che sua madre gli aveva cucito per il viaggio nellafodera della giacca, prese un biglietto da visita.«Butterbaum, Fraz Butterbaum». «Le serve molto la valigia?»«Naturalmente». «E allora perché l'ha affidata a unestraneo?». «Avevo dimenticato il mio ombrello e sono corso a prenderlo, ma non volevo tirarmi dietro la valigia. E per giunta mi sono anche smarrito». «È solo? Senza compagnia?».«Sì , solo». «Forse dovrei stare con quest'uomo», passò per la testa a Karl, «dove potrei trovare un amico migliore?». «Eadesso ha perso anche la valigia. Per non parlare poi

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