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PRIMO PIANO
Tornano le delizie delle corti
Quali dolci deliziavano le corti rinascimentali? Molto probabilmente morselletti, mostazzo-li, crostatine di marasca e tortelletti di marzapane.Seguendo le istruzioni di un ricettario del Cinquecento conservato nella biblioteca diUrbania, l’esperta di gastronomia rinascimentale Daniela Storoni ha riproposto sotto ilmarchio “Rinascimento a tavola” sei diversi tipi di dolcetti.La “
brasatella
” cioè il “braccialetto” di pane bianco preparato con latte, zucchero epanna si trovava probabilmente accanto al pane per accompagnare i cibi.Il
mostazzolo alla milanese
è una sorta di pan di spagna, che veniva spesso sbriciolatodentro le torte alla frutta per assorbire i liquidi della frutta stessa.A fine pasto si mangiavano invece i
morselletti
biscottati,a base di farina, uova e anicestellato e i mostazzoli semplici, preparati con zucchero, miele, mandorle, canditi di cedroe limone, e talvolta anche cannella.Per la
torta di marzapane
, originariamente senza uova, oltre alle mandorle veniva usatolo zafferano per dare all’impasto il colore giallo, che ricordava lo sfarzo dell’oro.Ad allietare il palato degli ospiti di corte, infine, anche le
crostatine di sfogliata di mara-sca
: una pasta sfoglia con zafferano, canditi, cannella e ciliegia selvatica.“Per riprodurre le ricette storiche della tradizione dolciaria - spiega Daniela Storoni - ven-gono utilizzati prodotti di alto livello, come le marasche di Cantiano e le mandorle diToritto o lo zafferano D.O.P. dell’Aquila. Tutto questo nel rispetto della cucina di eccellen-za che, secondo gli antichi ricettari consultati per la creazione dei prodotti, caratterizzavala tradizione rinascimentale”.
(c.b.)
I DOLCI
ispirarono una giovane for-naia a realizzare unafocaccia sfogliata, che perla levitazione leggera e ildesiderio di volare alto fuappunto chiamata crescia.Anche il termine casciottaha un’origine curiosa. Aquanto pare non derivainfatti da un termine dia-lettale, bensì da un erroredi trascrizione compiuto daqualche impiegato minste-riale e probabilmente cau-sato dalla pronuncia che iltermine “caciotta” assumenella zona. In ogni caso,questa particolarità diffe-renzia la casciotta diUrbino dalla caciotta delMontefeltro.
(c.b.)
“Quattrocento,vi raccontoquella cucina”
Lo chef
BRUNELLA DI MARTINO
L
egumi, selvaggina e spezie.Gli abitanti del Montefeltrodel 1400 ne facevano largouso. Ma come li cucinavano?“I gusti di oggi sono molto diversida quelli di un tempo. In passato –racconta Alberto Melagrana, chef del ristorante “Antico Furlo” – era-no molto gradite le carni dal sapo-re forte e le salse agrodolci. La le-pre, per esempio, veniva marinatacon le carote, il sedano e il vinorosso, e conservata per due nottiin frigorifero. Il vino usato per lamarinatura veniva poi utilizzato,al posto dell’attuale consueto bro-do, anche per la cottura: il che do-nava alla carne un gusto acre mol-to particolare.Le carni poi, così come le verduree i primi piatti, venivano spessocondite con il miele (lo zuccheronon c’era o se c’era era carissimo)unito al garum, una salsa ricavatadalla premitura delle sardine sot-to sale (l’odierna colatura di alici),conosciuta e molto utilizzata an-che dai romani. Tutti i miei clientiche hanno assaggiato questa sal-sa, che ho riproposto in alcune se-rate dal tema rinascimentale,hanno espresso il loro entusia-smo, ma hanno confessato chenon l’avrebbero mai utilizzataquotidianamente per condire i lo-ro pasti”. Le spezie, locali o prove-nienti dall’India, erano l’ingre-diente prezioso che arricchivaogni ricetta. “Tra le erbe marchi-giane - aggiunge Melagrana - eramolto diffuso il finocchietto selva-tico che, unito all’aglio e al rosma-rino, permetteva di cucinare lecarni in porchetta: per oca o coni-glio in porchetta noi del Montefel-tro intendiamo infatti il condi-mento, non il maiale come ad Ariccia”. Anche nelle minestre difarro o di orzo, che cuocevano sulfuoco per intere giornate , si face-va largo uso di spezie. “Le zuppe,con il loro brodo, erano un ottimomodo per mangiare anche il paneraffermo di parecchi giorni. Si ave-va anche l’usanza – spiega Giusep-pe Cristini, consulente enogastro-nomico e delegato dell’ Associa-zione Italiana Sommelier (A.I.S.)del Montefeltro - di conservarenoci, nocciole, fichi secchi e uveappassite, da consumarsi nellestagioni in cui non c’erano”. La cu-cina antica era anche molto piùgrassa di quella moderna: si man-giava una volta al giorno, non c’e-ra una grande varietà alimentare esi aveva bisogno di più calorie. “Ilprodotto più buono per il contadi-no – sottolinea Cristini - era quel-lo più calorico: non a caso vende-va o donava al proprio padrone ilprosciutto, mentre teneva per sé illardo, che si conservava più a lun-go. In famiglia poi si mangiava tut-ti da un unico piatto”.L’igiene in cucina lasciava molto adesiderare. “Si pensi agli uccelli –ricorda Melagrana – che, una vol-ta uccisi, venivano appesi per ilcollo e solo quando questo si stac-cava dal corpo venivano cotti. Ilcorpo umano era abituato e anchela digestione funzionava a dovere.Faccio il ristoratore da 35 anni eassicuro che in passato non c’era-no tutte le intolleranze di oggi.Una volta, per esempio, si bevevail latte intero munto direttamentedalla mucca: oggi nessuno lo dige-risce, e bere quello scremato, pri-vo di ogni sostanza, è come bereacqua fresca”.
brunelladm@hotmail.it
Dalla storia i piatti di oggi
Nei ricettari antichi le radici di quanto è cucinato attualmente
L’esperta di gastronomia rinascimentale: in passato usati gli stessi tipi di prodotti
E
siste un filo rossoche lega la cucina dioggi a quella dellaUrbino del duca diMontefeltro? Cre-dere che a corte simangiassero piatti preparaticon ricette identiche a quelleusate oggi è impensabile. Marintracciare neiricettari antichiil retaggio cultu-rale di piatti chemangiamo tut-t’oggi, quellosenz’altro è pos-sibile.I tipici passatel-li, per esempio,nel cui impastotalvolta si metto-no ancora limo-ne e noce mo-scata, si cono-scevano già nel‘500. Nel ricettario del cuocosegreto di Pio V, conservatonell’archivio storico di Urba-nia, si può leggere la ricetta del-le cosiddette “rose fritte”, chericordano le “rose di Carneva-le” di pasta fritta, zafferano,miele e zucchero di canna cheancora qualcuno prepara incasa. E’ difficile però stabilirequali piatti fossero propri diuna corte e quali no. “Il con-cetto di cucina regionale comelo intendiamo ai nostri giorniai tempi dei duchi non esiste-va, c’era un continuo inter-scambio di ricette fra le variecorti” spiega Daniela Storoni,esperta di gastronomia rina-scimentale.Di sicuro ci siserviva anche inpassato dei pro-dotti che cresce-vano nel territo-rio. In alcuni ri-storanti di Urbi-no viene offertoancora il vino divisciole, frutti ti-pici della zona.“Negli scavi delpalazzo ducale –dice DanielaStoroni – sonostati trovati molti noccioli diciliegie selvatiche”.Ma sulle tavole dei duchi nonmancavano di certo le spezieprovenienti dall’oriente. Lacucina rinascimentale era una“cucina d’artificio” , che dove-va evidenziare la potenza delpadrone. Venivano molto usa-ti anche salvia, rosmarino e fi-nocchi selvatici, gli stessi aro-mi che per esempio ricorrononella preparazione di piatti co-me il tradizionale “tacchino al-la gossutta”.Si trattava di una cucina d’ec-cellenza, che per la prepara-zione dei piatti esigeva i pro-dotti considerati della qualitàmigliore.Un discorso di-verso va fatto in-vece per la cuci-na popolare. Haorigine popola-re, per esempio,il tradizionalepiatto di malta-gliati a base difarina di gran-turco.Da sempre lagente comuneha mangiato abase di verduredi campo, legumi e cereali,mentre la carne era perlopiùl’eccezione, “il piatto della do-menica”. A questa tradizione siispira la cucina proposta dal“Punto Macrobiotico” che sitrova a Urbino.“La nostra cucina si basa su le-gumi, miglio, orzo, broccoli,verza, erbe di campo perché -spiega il cuoco Antonio Ridol-fi - ci siamo chiesti come vive-va la gente comune, al di là deipranzi della domenica”. “Man-giare così – spiega - aiuta a sta-re bene e consumare ogni gior-no piatti elaborati sarebbequalcosa di impensabile.E la famosa crescia? “La prati-ca di sfogliare lapasta - spiegaDaniela Storoni– era diffusa acorte anche perpreparare le tor-te dolci”.Rispetto allepiade diffuse neidintorni la cre-scia sfogliata èuna pasta piùricca, perché ol-tre ad acqua e fa-rina ci sono an-che uova e strut-to. “Chissà che la pratica dellasfogliatura non sia poi tornataal popolo dando origine allacrescia sfogliata, tipica soltan-to del ducato di Urbino” ipo-tizza Daniela Storoni.“Non c’è nessun documentoche possa dimostrarlo, ma nonmi stupirei se fosse davverocosì”.
(c.b.)
I passatelli erano noti già nel Cinquecento, così come il vino di visciole La gente comune mangiava legumi e cereali, la carne solo di domenica
La preparazionedei passatelli(a sinistra)e della cresciasfogliata(qui vicino)
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