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Educazione e Nuovi Media

Educazione e Nuovi Media

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Published by: Pier Cesare Rivoltella on Feb 04, 2010
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Educazione e nuovi media
Pier Cesare Rivoltella, UCSC, Milano[
Via verità e vita Comunicare la fede.
2/2010 (marzo-aprile)]
 Il rapporto dell’educazione con i nuovi media (e cioè con i media di nuova concezione che progressivamente nella storia della cultura si sono venuti avvicendando) è sempre statocaratterizzato dal sospetto. Le ragioni sono diverse e si può provare a censirle.
 I sospetti dell’educazione nei confronti dei media
Senza dubbio ha giocato la sua parte la percezione da parte degli educatori che il nuovo mezzocompromettesse gli equilibri e gli assetti che la società aveva in qualche modo stabilito con i precedenti. Tali assetti hanno sempre avuto a che fare con il tema del controllo, e quindi del potere(Foucault, 1993). Platone, per bocca di Socrate, nel
Fedro
e nella
 Lettera VII 
, esprime bene questa preoccupazione: sottratte al controllo del maestro che può verificarne in presenza gli effetti sullamente dell’allievo, le parole scritte “rotoleranno” dappertutto, capitando tra le mani anche di chinon avrà le competenze per intenderne il corretto significato. È l’espropriazione dell’autore(dell’educatore) della sua possibilità di influire sull’interpretazione (l’apprendimento) del suoinsegnamento (Ong, 1984; Rivoltella, 1998a). Più in generale, è l’aprirsi di una forbice tral’orizzonte del dovere e quello della libertà individuale, come ben si comprese nel caso della stampain occasione della Riforma Protestante (Rivoltella, 1998b).Platone ha agito indirettamente anche sul secondo “motivo” della ricezione “educativa” dei media,ovvero la convinzione che sapere è vedere. Nel greco classico la radice – 
ιδ
è comune tantoall’aoristo forte del verbo
οραω
(vedere) che a termini come
ιδέα
, o
εϊδος
, che vogliono dire“struttura, forma”. Il ragionamento è chiaro: se ho visto come stanno le cose, so; e sapere qualcosasignifica appunto averne colto la struttura, l’intelaiatura sostanziale, la forma. Questo vedere,naturalmente, non è il vedere degli occhi: quest’ultimo si esercita sulle forme sensibili, che sonocopie sbiadite delle forme ideali. Il vedere di cui si parla è il vedere delle mente che cogliedirettamente le forme. Chiaro l’effetto sul rapporto media-educazione: nella misura in cui leimmagini dei media si rivolgono allo sguardo degli occhi (spettatoriale), in esse non vi è nulla diserio, anzi, corrono il rischio di distogliere o di portare lontano dalla verità delle forme; al contrario,l’insegnamento si rivolge allo sguardo della mente e attraverso questa relazione cerca di favorire proprio l’intuizione (intus ire, andare dentro) della verità (Steiner, 1994).Questo platonismo di ritorno opera anche “dietro” alla terza ragione del sospetto dell’educazionenei confronti dei media. Tale ragione si può esprimere molto bene col dire che mentre l’educazioneè sempre stata sostanzialmente “giansenista”, i media al contrario sono “edonisti” (Jacquinot, 2007).Il giansenismo educativo insegna che l’appropriazione del sapere è un compito serio, che richiedefatica, comporta tempi lunghi, necessita di pazienza e applicazione costante. L’edonismo medialeiscrive tutto nello spazio del divertimento, sostituisce alla fatica il piacere, impone tempi rapidi,attenzione distribuita, esaurisce il consumo nell’immediato e nell’effimero. Come si capisce lospostamento è dal piano conoscitivo a quello etico: la partita, nel caso dei media, per l’educazione sigioca sul terreno dei valori.
Un cambio antropologico?
Se torniamo sui motivi del sospetto pedagogico nei confronti dei media, è facile riconoscervi le tredomande-chiave su cui sempre un’antropologia si costruisce. Come suggeriva Kant esse sono: cosa possiamo conoscere? Cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo sperare? Metafisica, etica, religione;verità, dovere, valori.Ora, su questa base si può ritenere che nella misura in cui i media modificano il nostro modo diaccedere alla conoscenza, il nostro modo di fare uso della nostra libertà in ordine al dovere,l’interiorizzazione dei valori in base ai quali orientiamo la nostra esistenza, allora
i media stanno probabilmente cambiando la nostra antropologia
. Si tratta di una percezione sempre più chiara già
 
a partire dall’età della televisione, ma soprattutto dopo l’avvento di Internet e delle sue applicazioni,in modo particolare il Social Network, e la diffusione della telefonia mobile con i mille servizi cheessa è in grado di offrire.Quali sarebbero i tratti caratterizzanti di questa nuova antropologia? Si raccolgono attorno adalmeno tre coppie di elementi: reale-virtuale, identità-spersonalizzazione, superficie-profondità(Rivoltella, Ferrari, 2010).Una prima idea è che il “mondo della rete” finirebbe per contrapporsi a quello reale, comportandouna frattura tra la vita come essa è e il suo surrogato schermico. Educativamente si possonoricondurre a questo tema la preoccupazione per il troppo tempo passato dai ragazzi (i “natividigitali”) con le tecnologie, il sospetto che il loro mondo finisca per diventare quello deivideogiochi e delle relazioni in MSN, la perdita di realtà che deriva da una situazione in cui isoggetti tendenzialmente possono sapere tutto quello che accade nel mondo ma poi non riescono piùad avere esperienza diretta nemmeno di quanto avviene nel loro quartiere.La seconda idea ha a che fare invece con i processi identitari e la comunicazione tra le persone. Lascena attuale della comunicazione è fatta di una pluricollocazione e di una scomposizione dell’io: ilcellulare ci consente di trovarci in un luogo e di continuare a gestire processi che avvengono invecein un altro, come se fossimo in entrambe; il Social Network ci offre la possibilità di moltiplicare lerappresentazioni del nostro io, con il risultato che possiamo essere persone diverse in spazi dicomunicazione diversi. Educativamente la preoccupazione è per un io sempre più estroflesso, checomunica con tutti anche le sue questioni più intime, ma che poi rischia di non sapersi piùrelazionare in presenza.La terza idea rinvia infine ai processi di costruzione della conoscenza. Il “nativo digitale” conoscele tecnologie, le domina, le usa con una velocità che l’adulto “immigrante” non riesce a riprodurre. Non solo. Le usa “in parallelo”: ascolta musica, con il cellulare acceso, mentre legge un libro echatta con gli amici in MSN. Si chiama multitasking e configura una competenza specifica checonsiste nel prendere e lasciare con una grande velocità di esecuzione compiti cognitivi che sistanno portando avanti allo stesso tempo. L’educatore si chiede dove sia finito il tempo dellariflessione, la lentezza che serve a ponderare le cose, ad andare in profondità riguardo ai fenomeni.E teme che l’uomo nuovo sia rapido ma superficiale.
“Umanizzare” i media?
Dai due passaggi che abbiamo descritto potrebbe prendere forma la convinzione che l’unica possibilità per l’educazione sia di “umanizzare” i media e i processi individuali e sociali che ad essisi possono ricondurre. Cosa vuol dire “umanizzarli”? Vuol dire neutralizzarne il
brainframe
 (deKerkhove, 1993), ovvero creare le condizioni perché le conseguenze che si sospetta essi producano, non si verifichino.Come si capisce è un’operazione difensiva. Davanti ai due umanesimi, il “nostro” e quello deimedia, facciamo di tutto per tenerci il nostro. Si tratta di una soluzione già nota da tempo. Nutrita di presupposti che affondano radici nella teoria critica della Scuola di Francoforte, essa si è tradotta ineducazione sia nell’approccio inoculatorio di chi sostiene che compito dell’educazione sia divaccinare le giovani generazioni contro il virus mediale, sia nel ripiegamento sul “valore formativo”delle discipline tradizionali (
high culture
) contro la tentazione di aprire le porte alle subculturemediali (
low culture
)(Rivoltella, 2001). Di simili atteggiamenti abbiamo avuto anche di recentechiarissimi esempi sulla stampa nazionale: da chi pretende di correggere il Santo Padre (reo suquesti temi di essere troppo progressista), a chi dichiara guerra alla pedagogia per riaffermare ilvalore della Cultura, della Storia, della Costituzione. Non crediamo che la soluzione si possa trovarein questa direzione e proviamo a spiegarne il perché.In primo luogo, difendersi è ammettere di non capire. Quando Victor Hugo fa dire a Claude Frollo,l’arcidiacono di Notre Dame: “Il libro ucciderà l’edificio”, fotografa perfettamente questoatteggiamento (Eco, Carriére, 2009). Credere che il libro possa sostituire l’edificio significaconfondere il supporto con il suo uso, la tecnologia con le forme del suo consumo. Le vetrate di
 
 Notre Dame non si possono portare in giro nella borsa, il libro sì. Il libro non uccide l’edificio,semplicemente gli si affianca aggiungendo una nuova forma di accesso al contenuto delle Scritture.Quel che occorre fare non è difendersi, ma comprendere lo specifico dei “nuovi” media, capirecome essi si collocano nell’ecologia generale degli altri supporti.In secondo luogo, la cultura dei ragazzi, oggi, è in larga parte la cultura dei media. È una culturaintegrata, in cui vecchi e nuovi consumi si affiancano. È una cultura in cui i media protesizzano leesistenze: i ragazzi non surrogano la comunicazione faccia-a-faccia con quella virtuale; la prolungano, in modo da poter estendere nello spazio e nel tempo il contatto (Rivoltella, 2006). Èuna cultura in cui i media sono sempre più spazi di negoziazione, luoghi di avvicinamento dellegenerazioni: l’SMS è sempre più spesso il modo in cui i genitori raggiungono i figli (Brancati,Ajello, Rivoltella, 2008);
Facebook 
il “confessionale” entro cui chiedere aiuto o confronto a unadulto significativo. Come si capisce, sono usi assolutamente “naturali”, normali. Qui non vi è il bisogno di “umanizzare” perché già ci troviamo di fronte a comportamenti e fenomeni “umani”.In terzo luogo, occorre ricordare sempre che l’educazione consiste nel fornire ai soggetti chiaviinterpretative per vivere nella loro cultura. Sarebbe curioso che nel caso dei media questo nonavvenisse. Soprattutto finirebbe per generare una divaricazione tra l’esperienza dei ragazzi e ilsistema formativo finendo per disorientarli: come se il mondo e la scuola, quello che vivono tutti igiorni e quello che i loro educatori dicono, fossero due cose differenti. L’esito degli approcci cuisopra abbiamo fatto (anche un po’ polemicamente) cenno è proprio questo: disincarnarel’educazione, allontanarla dal mondo reale e, con questo, non riuscire a fornire ai soggetti quelsupporto e quell’orientamento di cui essi hanno bisogno.
Cittadinanza e bilinguismo
Concludiamo allora con due indicazioni di lavoro per chi educa intorno ai media oggi. Le traiamoda due volumi recentemente tradotti in italiano.Maryanne Wolf (2009) studia da anni la dislessia, più in generale i problemi connessi al “cervelloche legge”. Al centro del suo libro, tra le questioni-chiave, sta anche la domanda relativa ai possibilimutamenti genetici che un cervello come quello dei “nativi digitali” sollecitato dai nuovi media potrebbe subire. La risposta della Wolf è tranquillizzante a metà. Sicuramente mutazioni a livellogenotipico sono da escludere: il cervello umano è sostanzialmente lo stesso da 120.000 anni. Maquesto non implica che non possano essercene a livello fenotipico: sull’individuo, anche se nonsulla specie. E si spiega, la Wolf. Dalle ricerche dei neuroscienziati risulta che un bambino cui sonostate lette tante storie impara a leggere più in fretta di uno cui non ne sono state raccontate.Imparando più in fretta a leggere, avrà maggiori possibilità di diventare un buon lettore. Diventandoun buon lettore arricchirà il suo lessico e svilupperà competenze, come quelle di comprendere eargomentare, che gli saranno utili anche per altri aspetti della sua avventura cognitiva. Il libro non èininfluente sull’organizzazione delle sue connessioni neuronali e da queste connessioni dipende ilsuo successo cognitivo. Un bambino che fin da piccolo usa i media digitali, verosimilmentesviluppa altre connessioni, che gli garantiscono altre competenze. Il problema non è di promuoverele une e inibire le altre. Il problema è piuttosto di consentirgli di crescere praticando le due “lingue”:tratterrà tutto ciò che ha a che fare con la cultura del libro, con in più tutto ciò che a che fare con lacultura del computer e della rete.Roger Silverstone (2009) è stato uno dei massimi esponenti dei British Cultural Studies, studioso dimedia-culture, soprattutto del consumo televisivo in famiglia. La sua riflessione, nel libro che nerappresenta il vero e proprio testamento (Silverstone è mancato prima che fosse stampato), ruotaattorno al concetto di
mediapolis
. Che cosa è la
mediapolis
? È la società attuale, segnata da una presenza dei media assolutamente nuova, perché essi hanno sviluppato a tal punto la loro natura protesica da essere “indossati” dalle persone e perché sono diventati la normale arena dinegoziazione entro cui avvengono buona parte dei processi di costruzione sociale di significato. Nella mediapolis i media non sono degli optional, qualcosa che si può decidere di avere o di nonavere: sono un ingrediente “normale” della vita sociale delle persone. La questione educativa,

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