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Paola Giovetti - Qualcuno è tornato

Paola Giovetti - Qualcuno è tornato

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aldilà defunti morte anime comunicazione metafonia paradiso luce vita premorte
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PAOLA GIOVETTI
Qualcuno è tornato
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Prefazione
Questo libro di Paola Giovetti s’inserisce in un vasto movimento d’idee edi costume, che ha avuto inizio da alcuni anni, e che continua a svilupparsie ad espandersi. Si potrebbe definirlo “il riscatto della morte”, ossia larivalutazione di un’esperienza intorno alla quale, per moltissimo tempo, siera creata una sorta di congiura del silenzio, un’emarginazione, un’intesad’oblio tra il pavido e il furbesco. Riconsiderare la morte dai più vari punti di vista - medico, scientifico, filosofico, psicologico, psicoanalitico, parapsicologico, iniziatico... sonoquesti i principali approcci di quel processo, a cui bene si addice il titolodato da Fausto Gianfranceschi a un suo libro (che Paola Giovetti nonmanca di menzionare):
Svelare la morte
. Il contributo dell’Autrice all’attuale, sempre più deciso e articolato sforzo,inteso a “svelare la morte”, si svolge lungo tre linee principali. La prima è quella della raccolta e della comparazione dei dati, ossia dellevere o presunte “visioni dei morenti”. La seconda consiste nell’esame deidati stessi alla luce della psicologia e - occorrendo - dell’antropologiaculturale. La terza è la loro valutazione sulla base di ciò che pertiene allaricerca parapsicologica. Data la natura dell’indagine - che riguarda esperienze al confine tra lavita e la morte - erano inoltre inevitabili certe riflessioni filosofiche,escatologiche e religiose.Uno dei meriti del libro di Paola Giovetti è dunque il suo prender  posizione nell’attuale indirizzo, volto a conciliare il vivere dell’uomo con ilsuo morire. Ma più specificatamente, esso ha vari altri punti d’interesse, il primo dei quali è ovviamente quello di aver stimolato molte persone,specialmente italiane, a riferire fatti ed episodi che di solito sono tenutinascosti perché di natura delicata ed intima - carichi come essi sono diaspetti altamente emotivi, di patetica affettività, di tenere memorie.
 
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 Risulta inoltre in modo sorprendente, dall’inchiesta di Paola Giovetti,un’ampia concordanza nei racconti di tante persone, diversissime per domicilio, età, ceto e cultura: concordanza che conferma pienamentequella già rilevata da studiosi come Haraldsson e Osis, o come Moody jr.,ossia le impressionanti somiglianze nei vari resoconti di ciò che hannosperimentato molti di coloro che stavano morendo, o che, ritenuti morti,hanno poi potuto descrivere quello che avevano veduto e provato. In terzo luogo, il “materiale” raccolto dall’Autrice costituisce unimportante contributo, alle vedute di chi ritiene che l’uomo non sia fatto disola materia e che esista in lui, almeno potenzialmente, e suscettibile dimeglio manifestarsi in certe condizioni un quid immateriale - quale che siail termine con cui lo si voglia qualificare (anima, spirito, scintilla divina,
uman
 , corpo glorioso, particella immortale). Parecchie fra le esperienzeriferite in questo libro portano infatti a ipotizzare, con buona fondatezza,che l’allentamento o il crollo del supporto fisico e corporeo consenta un più libero spazio e un più ampio volo a certe possibilità dell’essere umano,di solito frenate, e spesso del tutto obliterate, dall’abituale condizionecorporea. Ciò è stato più volte supposto da chi ha osservato come certi fenomeni, particolarmente studiati dalla moderna parapsicologia,avvengano più frequentemente e chiaramente quando la coscienza è menovigile a seguito di una sorta di “ritiro”, o di affievolimento, dei supportisomatici, così come accade nella
trance
 , negli stati ipnotici, nellameditazione profonda, e in genere nelle condizioni più “diverse” dicoscienza - compreso il sonno normale! Il passaggio dalla vita alla morte potrebb’essere dunque uno di tali stati “promotori di accadimenti paranormali”: e ciò appare notevolmente confermato da parecchi episodiriportati in questo libro, chiaramente indicativi di una più o meno spiccata“paranormalità”.Tuttavia la stessa Autrice ammette - e il sottoscritto lo ha ribadito piùvolte, ed anche nell’intervista pubblicata verso la fine del volume - che lecaratteristiche e gli elementi in questione non possono in alcun modocostituire una prova dell’esistenza dell’anima, o della sua sopravvivenzadopo la morte: poiché tali assunti hanno per definizione caratteremetafisico, e non sono pertanto suscettibili di dimostrazione sul pianoempirico e scientifico. A ciò occorre aggiungere una considerazione,anch’essa indubbiamente chiara dell’Autrice: che cioè le cosiddette“esperienze di morte” sono state riferite sia da terze persone viventi, e sia
 
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da chi, creduto morto, in realtà morto non era! Vien fatto perciò diricordare quello che un chiaro studioso italiano dal nome scozzese,William Mackenzie, osservò molti anni fa, nel corso di una polemica con lospiritista Ernesto Bozzano: che cioè tutti i fenomeni su cui si basano certeapparenti conclusioni relative a una vita post mortem, sono pur sempre fenomeni tra vivi. “Senza vita, niente metapsichica!” - scriveva con moltaragione Mackenzie. Ma ben prima di lui, e altrettanto drasticamente, si eraespresso Epicuro, dichiarando: “La morte è un evento che non miriguarda, poiché quando ci sono io non c’è lei, e quando arriva lei non cisono io”...Qualcuno - e c’era da aspettarselo - ha sollevato altresì obiezioni alla predetta interpretazione in senso non materialistico delle “visioni deimorenti”. Per Paul Kurts, ricercatore dell’Università di Buffalo (StatiUniti), si tratta di “fenomeni psicologici del tutto spiegabili, fantasie,sogni, che non autorizzano alcuna interpretazione di carattere metafisico”.Per altri, le concordanze accennate più sopra si spiegano, anch’esse, inbase al fatto che i morenti si trovano in condizioni neurologicamente e perciò anche psicologicamente simili. L’astronomo Carl Sagan pensa chel’esperienza del passaggio dalla vita alla morte ripeta in qualche modoquella della nascita (o meglio, l’assieme delle esperienze “perinatali”) - fondandosi su ciò che lo psichiatra Stanislav Grof ha potuto verificare sumolte persone “regredite” a quei precocissimi livelli mediantesomministrazione di LSD... Ma le anzidette vedute o ipotesi non hanno, ad avviso del sottoscritto, carattere meno speculativo delle altre! Che cosasappiamo esattamente delle condizioni del sistema nervoso centrale nella fase di trapasso dalla vita alla morte? E non si potrebbe pensare - incontrapposizione con ciò che ipotizza Sagan - che sia piuttosto l’atto delnascere a ripetere, in senso inverso, ciò che il morente sperimenta - per dir così - “in salita”, ossia il ritorno da una dimensione metempirica a cui lamorte consente di accedere? In fondo, è proprio questo il significato delvenire al mondo da un certo punto di vista iniziatico, secondo cuil’individuo passa, nel suo iter verso questo mondo, attraverso quattrostadi, contraddistinti dagli elementi Fuoco, Acqua, Aria e Terra: mentrel’uomo che s’inoltra sulla via dell’autorealizzazione deve in primo luogosoggiacere a una “esperienza di morte” (!), e quindi ripartire dalla Terra per raggiungere infine - dopo le “prove” dell’Aria e dell’Acqua - il FuocoPrimo, ossia il non-dimensionale, il Regno del Dragone, l’Uno eterno...

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