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Perché il giornalismo italiano è così poco credibile?
di Enrico Morresi (*)
 per “Themis”(Busto Arsizio, Anno I, n. 3, novembre 2009)
L’estate scorsa, a Chianciano, arrivando nella sala dove si tenevano le lezioni di un convegno, portavoogni mattina con me, bene in vista, “La Gazzetta dello Sport”. E a chi mi chiedeva ragione di tantointeresse per un giornale sportivo rispondevo: “Non trovo di meglio, tra i quotidiani”.Oggi mi trovo a condividere la definizione impietosa che “Time” ha dato dei giornali italiani:“inattendibili”
(Untrusted).
È sotto gli occhi di tutti la penosa girandola di titoli e di notizie pettegoleche ci viene servita da mesi, in prima pagina, in luogo delle informazioni necessarie a capire la politicadel Paese. E temo che ormai si sia fatto largo nell’opinione pubblica un giudizio sui mass media chericorda quello del sociologo Niklas Luhmann: non possiamo più fidarci di loro, ma poiché quello chesappiamo della nostra società, e in generale del mondo in cui viviamo, lo sappiamo dai mass media,“ci difendiamo con un sospetto di manipolazione, che non porta però a conseguenze degne di nota, perché il sapere che ci viene da loro si chiude da sé in un complesso che si autorafforza”.Ha ancora senso, allora, la famosa definizione di Thomas Jefferson: “Se dovessi scegliere tra ungoverno senza stampa e una stampa senza governo, sceglierei senza esitare la seconda possibilità”? Lamia paradossale risposta è: sì, Jefferson ha ragione. Anche qui e ora, malgrado tutto – e con questoarticolo mi propongo di spiegare perché.
Società differenziatee ruolo dell’informazione
Il problema di fondo di qualsiasi democrazia moderna è dato dalla sproporzione tra le limitate risorsedei cittadini in termini di competenza e di attenzione e l’imponente flusso di informazioni e di problemiche essi dovrebbero affrontare. La pluralizzazione della sfera pubblica (politica, scientifica, letteraria,artistica, sportiva, di evasione) ha l’effetto di moltiplicare le agende dei problemi ed esalta quindi ilruolo di esperti, divulgatori, intellettuali che si trovano ad assumere una funzione sempre piùinsostituibile di ricomposizione comunicativa dell’universo frammentato e iperspecializzato dellesocietà moderne. Solo grazie a questa funzione di cerniera è possibile infatti mettere a disposizione delgrande pubblico lo stato delle discussioni più complesse che si svolgono nel quadro più ristretto dellesfere pubbliche specialistiche. Ma sono sotto gli occhi di tutti gli ostacoli che la comunicazionemediatizzata, con le sue caratteristiche di velocità e superficialità, oppone ad un elevamento dellaqualità della pubblica discussione.La professione giornalistica, in Italia, ha una tradizione di indipendenza molto rispettabile. Ha soffertovent’anni di espropriazione, da parte del fascismo, tra le due guerre. Dell’indipendenza ritrovata nelsecondo dopoguerra e del diritto di cronaca ha fatto una bandiera. E non dubito che tale ideale siaancora sentito. Ma ha accettato troppi compromessi, accettando di abitare un sistema massmediatico aindipendenza limitata (dati il regime delle proprietà e le dipendenze dalla politica descritte nel bellissimo saggio di Mancini e Hallin e citate anche da “Time”) e rinchiudendosi inun’autoreferenzialità senza sbocchi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: scarsa diffusione (solo unitaliano su dieci legge ogni giorno un giornale, contro uno su cinque negli Stati Uniti, uno su tre inSvizzera), esuberi di massa (cinquecento giornalisti pre-pensionati da questo autunno), dipendenza dafinanziamenti pubblici, sfiducia del pubblico e (mi pare di poter notare) diffusa rassegnazione tra gli
 
addetti. E la televisione rinchiusa in un duopolio nominale, in un monopolio di fatto. Si raggiungecosì, e potrei concludere qui il discorso, l’analisi del primo Habermas: il consumismo ha “colonizzatola sfera pubblica un tempo animata dalla discussione dei
“philosophes”
.Sappiamo però che Habermas ha corretto, successivamente, questa sua osservazione del tuttonegativa, riconoscendo ai giornalisti un ruolo (sia pure in situazioni estreme) nel destare l’attenzionedei cittadini e ripristinare la ricerca di terreni d’incontro razionali. Più di recente, un giovane sociologoconnazionale di Habermas ha approfondito le virtualità che il filosofo di Francoforte lasciava almenosocchiuse, pubblicando un saggio destinato con ogni probabilità a diventare a sua volta un classico.Carsten Brosda insiste sulla distinzione tra mass media e giornalismo (vedremo che tale distinzione èfondamentale nell’elaborazione delle strutture di formazione e di aggiornamento professionali),rivendicando per i comunicatori una sfera di indipendenza che li pone in posizione intermedia tra il“mondo della vita” e i sistemi strutturati dello Stato e del mercato. Pur rispettando le caratteristichestrategico-funzionali del sistema massmediatico, questo autore carica i giornalisti della responsabilitàdi tenere aperto il contatto con il mondo della vita, cioè con le fedi, i sentimenti, le passioni del pubblico, facendosene avvocato, interprete e portavoce. Diversamente da Habermas, Brosda ritieneche tale ruolo possa essere esercitato “normalmente” e non solo in situazioni di emergenza, dunqueche le capacità emancipative del giornalismo non sono esaurite ma possono essere esercitate anchedentro le costrizioni che il sistema mediatico impone agli strumenti della comunicazione.Se così stanno le cose (Carsten Brosda non si riferisce ovviamente solo alla Germania), possiamoritenere il sistema giornalistico italiano sempre e ancora capace di riscatto, oppure siamo costretti aricorrere ad alternative? L’articolo di “Time” dà rilievo al mondo dei
blogger 
, delle reti civiche. A me pare (anche riflettendo ai limiti del
citizens journalism
) che sia necessario cercare meno lontano, senzatrascurare strutture più tradizionali ma tuttora valide, o rivalutabili nel loro funzionamento, come lestrutture formative, e in particolare le università, e gli ordini professionali.
 Il ruolo del diritto,delle scuole,della professione
“Al lavoro giornalistico dovrebbe essere garantita una sicurezza tale da consentirne l’esplicazionesenza condizionamenti di sorta (…) con gli stessi accorgimenti che garantiscono l’indipendenza dellamagistratura e di altre carriere dello Stato” – scrive Walter Privitera. È garantita questa salvaguardia inItalia? A me pare di sì, pur tenendo conto del poco rispetto che alcuni politici dimostrano attualmente per i diritti della stampa. L’art. 21 della Costituzione e la giurisprudenza della Corte di Cassazionedelineano una solida cornice di riferimento e garantiscono al giornalismo gli spazi di libertà sufficienti per lo svolgimento del ruolo fiduciario che, secondo lo schema di Habermas, la società civile gliassegna. All’Ordine dei giornalisti e alla Federazione nazionale della stampa è affidata la sorveglianzadegli spazi di indipendenza riconosciuti dalla legge. Non direi che occorra altro, o di più. Laseparazione della sfera politica dalla sfera mediatica esige tale distinzione, ovviamente nel rispetto ditutti gli altri diritti fondamentali (per esempio, la
 privacy
dei cittadini).Con severità dovremmo piuttosto giudicare la parte svolta dalle scuole. La formazione al giornalismotende a concentrarsi nelle mani delle università: e sarà anche un bene, sia pure con la precisazione chela libertà d’espressione non può essere condizionata dalla frequenza di nessuna scuola, dalconseguimento di nessun titolo di studio. Ammetto pure che un giornalista colto sia da preferire a un
 
giornalista incolto, e che tanto più efficacemente egli svolgerà la sua funzione quanto più sarà statoistruito anche sui valori e sui metodi della professione. Ma, qui, il dente duole e la lingua ci battesopra. Perché, in generale (ma è un fenomeno europeo, non solo italiano!), lo studio del giornalismonelle università è stato accorpato a quello di rami della comunicazione che hanno altre caratteristiche efinalità pur avendo in comune con il giornalismo gli strumenti di lavoro. E poiché, oggigiorno, sono lealtre professioni della comunicazione (
marketing,
ricerche sul pubblico, PR) a dominare il mercato (leaziende assumono, le redazioni licenziano), lo studio del giornalismo tende a confondersi con lostudio dei mass media. Ed è un errore: perché giornalismo è comunicazione, certo: ma lo è in un sensospecifico.Per riprendere un termine habermassiano, il giornalismo ha una funzione discorsiva, mentre le altrediscipline che fanno capo ai mass media hanno una funzione strategica. Che significa? “Si hadiscorsività tutte le volte che tesi, giudizi o punti di vista vengono presentati in forma non imperativa,ma come proposte che richiedono una legittimazione tramite il vaglio critico di un pubblico”, precisaancoa Privitera. Ma, “mentre il giornalismo è fermamente ancorato alla funzione di intesa sociale che pertiene alla lingua, le PR sfruttano tale linguaggio dall’esterno per conseguire effetti generalmente politici o economici”. Questa distinzione nelle alte scuole non viene approfondita (o lo si fa troppo poco) e la confusione ha conseguenze drammatiche, perché tutta l’attenzione si sposta sulla pratica (il“come” fare comunicazione, con gli strumenti che si hanno in comune), occultando la prospettiva etica(ove i fini divergono). Anzi: si tende ad abbandonarla come un intralcio all’efficienza. Il risultato è cheil sistema gira su se stesso, è autoreferenziale: ed è il peggiore dei difetti di cui soffre oggi lacomunicazione giornalistica.Questo, con ogni probabilità, il motivo per cui l’etica non è quasi mai adeguatamente rappresentata(intendo dire: da una cattedra o dei seminari specifici) nei curricoli di scienze della comunicazione.L’etica applicata al giornalismo è una
rara avis
a livello accademico; i manuali le riservanoun’attenzione distratta, oppure confondono le idee invece di chiarirle. Ho già detto che il difetto non èsolo italiano
.
I due soli Paesi in cui si produce qualche buon lavoro di etica applicata al giornalismosono gli Stati Uniti e la Germania: non per caso, a un seminario convocato all’università cattolica diEichstätt questo settembre, dal titolo ambizioso:
“The Basics of Journalism”
,
 
erano rappresentati solostudiosi americani e tedeschi (e qualche inglese).Che cosa chiedere, allora, alle alte scuole? Produrre etica per il giornalismo non significa coltivareemozioni o buoni sentimenti ma fondare la morale della professione sulle basi di una teoria forte dellasocietà democratica. Le mie preferenze vanno – come si sarà ben capito, a questo punto – adHabermas e a Rawls, ma non escludo che anche sotto altre insegne (il comunitarismo americano diAlasdair McIntyre e Clifford Christians, oppure l’etica della responsabilità ereditata da Ernst Bloch) si possa praticare una disciplina plausibile senza scannarsi tra fautori di teorie diverse. Ma questo lavorova svolto sistematicamente, con persone formate e mezzi adeguati.Vengo alle strutture professionali. A una professione che rivendica un ruolo sociale così essenziale èrichiesto un contributo di autodisciplina più importante di quello fornito attualmente. Il difettomaggiore consiste nell’aver tutto delegato all’Ordine nazionale dei giornalisti, i singoli e le redazioni per altro schizofrenicamente arrogandosi il diritto di non tenerne conto quando premono interessi ditestata o di gruppo. In rapporto all’etica, il merito più grande dell’Ordine è consistito nello studio dicodici deontologici di un certo valore: per esempio la Carta di Treviso del 1990 sul rispetto dei minori.Questo tipo di attività, come pure il parallelo formarsi di una “giurisprudenza” professionale grazie al

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