addetti. E la televisione rinchiusa in un duopolio nominale, in un monopolio di fatto. Si raggiungecosì, e potrei concludere qui il discorso, l’analisi del primo Habermas: il consumismo ha “colonizzato”la sfera pubblica un tempo animata dalla discussione dei
“philosophes”
.Sappiamo però che Habermas ha corretto, successivamente, questa sua osservazione del tuttonegativa, riconoscendo ai giornalisti un ruolo (sia pure in situazioni estreme) nel destare l’attenzionedei cittadini e ripristinare la ricerca di terreni d’incontro razionali. Più di recente, un giovane sociologoconnazionale di Habermas ha approfondito le virtualità che il filosofo di Francoforte lasciava almenosocchiuse, pubblicando un saggio destinato con ogni probabilità a diventare a sua volta un classico.Carsten Brosda insiste sulla distinzione tra mass media e giornalismo (vedremo che tale distinzione èfondamentale nell’elaborazione delle strutture di formazione e di aggiornamento professionali),rivendicando per i comunicatori una sfera di indipendenza che li pone in posizione intermedia tra il“mondo della vita” e i sistemi strutturati dello Stato e del mercato. Pur rispettando le caratteristichestrategico-funzionali del sistema massmediatico, questo autore carica i giornalisti della responsabilitàdi tenere aperto il contatto con il mondo della vita, cioè con le fedi, i sentimenti, le passioni del pubblico, facendosene avvocato, interprete e portavoce. Diversamente da Habermas, Brosda ritieneche tale ruolo possa essere esercitato “normalmente” e non solo in situazioni di emergenza, dunqueche le capacità emancipative del giornalismo non sono esaurite ma possono essere esercitate anchedentro le costrizioni che il sistema mediatico impone agli strumenti della comunicazione.Se così stanno le cose (Carsten Brosda non si riferisce ovviamente solo alla Germania), possiamoritenere il sistema giornalistico italiano sempre e ancora capace di riscatto, oppure siamo costretti aricorrere ad alternative? L’articolo di “Time” dà rilievo al mondo dei
blogger
, delle reti civiche. A me pare (anche riflettendo ai limiti del
citizens journalism
) che sia necessario cercare meno lontano, senzatrascurare strutture più tradizionali ma tuttora valide, o rivalutabili nel loro funzionamento, come lestrutture formative, e in particolare le università, e gli ordini professionali.
Il ruolo del diritto,delle scuole,della professione
“Al lavoro giornalistico dovrebbe essere garantita una sicurezza tale da consentirne l’esplicazionesenza condizionamenti di sorta (…) con gli stessi accorgimenti che garantiscono l’indipendenza dellamagistratura e di altre carriere dello Stato” – scrive Walter Privitera. È garantita questa salvaguardia inItalia? A me pare di sì, pur tenendo conto del poco rispetto che alcuni politici dimostrano attualmente per i diritti della stampa. L’art. 21 della Costituzione e la giurisprudenza della Corte di Cassazionedelineano una solida cornice di riferimento e garantiscono al giornalismo gli spazi di libertà sufficienti per lo svolgimento del ruolo fiduciario che, secondo lo schema di Habermas, la società civile gliassegna. All’Ordine dei giornalisti e alla Federazione nazionale della stampa è affidata la sorveglianzadegli spazi di indipendenza riconosciuti dalla legge. Non direi che occorra altro, o di più. Laseparazione della sfera politica dalla sfera mediatica esige tale distinzione, ovviamente nel rispetto ditutti gli altri diritti fondamentali (per esempio, la
privacy
dei cittadini).Con severità dovremmo piuttosto giudicare la parte svolta dalle scuole. La formazione al giornalismotende a concentrarsi nelle mani delle università: e sarà anche un bene, sia pure con la precisazione chela libertà d’espressione non può essere condizionata dalla frequenza di nessuna scuola, dalconseguimento di nessun titolo di studio. Ammetto pure che un giornalista colto sia da preferire a un
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