Welcome to Scribd. Sign in or start your free trial to enjoy unlimited e-books, audiobooks & documents.Find out more
Download
Standard view
Full view
of .
Look up keyword
Like this
1Activity
0 of .
Results for:
No results containing your search query
P. 1
sud_in_nero

sud_in_nero

Ratings: (0)|Views: 135|Likes:
Published by IFG Urbino
Lavoro di fine corso di Annalice Furfari, Ifg Urbino 2008-2010
Lavoro di fine corso di Annalice Furfari, Ifg Urbino 2008-2010

More info:

Published by: IFG Urbino on Mar 26, 2010
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

06/07/2010

pdf

text

original

 
- Le testimonianze degli africani, pag. 3- La vita nelle baracche, pag. 2- La rivolta del 7 gennaio 2010, pag. 4- Il lavoro in agricoltura e il caporalato, pag. 5- La solidarietà e i progetti, pag. 6
 Dall’Africa sub-sahariana alla Libia,dalla Libia a Rosarno. Qui, nella Pianadi Gioia Tauro, i raccoglitori stagionalidi agrumi fanno i conti con alloggi fati- scenti, sfruttamento, assenza di tutelecontrattuali, razzismo e criminalità.
Sud in nero
di Annalice Furfari
il
Ducato
 
il
Ducato
2
C
onfine tra Rosarno eGioia Tauro, ex Ope-ra Sila. Un grandecapannone indu-striale in disuso, unodore intenso, cheimpregna capelli e vestiti e pene-tra fin dentro i polmoni. Sembraimpossibile liberarsene, è pun-gente, è odore di gomma brucia-ta, più precisamente copertoni digomme d’auto bruciati. Il terrenoattorno all’ex Opera Sila ne è pie-no. Gli immigrati, che hanno oc-cupato questo vecchio stabili-mento della provincia di ReggioCalabria, hanno bisogno del fuo-co prodotto dalle combustioni,per riscaldare l’acqua e soprat-tutto proteggersi dal freddo, pun-gente anche questo. O almeno ciprovano. Accanto a tre copertoni,che stanno per divampare assie-me a una sedia di plastica rotta,c’è un grande pentolone di ferro,sistemato su tre pietre grosse eaguzze, che sta per accogliere ilpasto della giornata: rigatoni alsugo, che gli abitanti dell’ex Ope-ra Sila mangeranno, direttamen-te dal pentolone, con le mani,perché non esiste altro modo. Esaranno in molti a condividerequesto pasto.Qui, prima degli sgomberi delgennaio 2010, seguiti alla prote-sta dei cittadini rosarnesi controi “neri”, vivevano circa 900 africa-ni. Il dato non era preciso e nonpoteva esserlo, perché le presen-ze erano fluttuanti. Appartene-vano a una particolare categoriadi immigrati: quella dei lavorato-ri stagionali del settore agricolo,che si spostano di zona in zona,nel Sud Italia, in base ai periodi diraccolta nei campi. Vivono traCastel Volturno in Campania,Cassibile in Sicilia, Foggia in Pu-glia e Rosarno in Calabria. Qui ar-rivano intorno alla fine di no-vembre, quando nei terreni dellaPiana di Gioia Tauro comincia laraccolta di arance e mandarini, evanno via ad aprile, per spostarsiin un altro avamposto di infernodell’Italia meridionale.Questa storia è iniziata nella pri-ma metà degli anni ’90. Da allorafino agli sgomberi del gennaio2010, gli immigrati hanno vissu-to in alloggi di fortuna, come i ca-solari di campagna abbandonatie diroccati della Collina di Rizzi-coni, altro comune compreso nelterritorio della Piana, che è statoricovero per circa 600 africani;oppure negli ex stabilimenti in-dustriali, santuari dello sprecomeridionale dei fondi pubblici,costruiti con i soldi della Cassadel Mezzogiorno e mai entrati infunzione. Proprio come la Ro-gnetta di Rosarno, rudere a cieloaperto di una fabbrica di trasfor-mazione del succo degli agrumi,dove, prima della demolizionedel gennaio 2010, erano stanziati200 africani, stipati in fetide ba-racche ricavate tra il fango e l’E-ternit. Nel dicembre 2009, a rac-cogliere le clementine nella Pia-na di Gioia Tauro c’erano, in tut-to, circa 1700 immigrati. Molticon regolare permesso di sog-giorno, molti altri clandestini, al-tri ancora in attesa del riconosci-mento dello status di rifugiati po-litici. La maggior parte di questiaveva occupato l’ex Opera Sila,conosciuta anche come Esac o Arsa, la raffineria di olio di pro-prietà della Regione Calabria,mai entrata in produzione, situa-ta sulla statale 18. Si trova all’al-tezza del quadrivio Spartimento,al confine tra Rosarno e GioiaTauro, proprio di fronte a un ter-movalorizzatore che dispensadiossina. Qui gli africani avevanomontato piccole tende in tessutolari. Queste persone arrivano sa-ne in Italia e si ammalano qui».Eppure, all’ex Opera Sila, gli afri-cani si scatenavano nelle partitedi calcetto, cantavano e danzava-no al ritmo incalzante di musichetribali, rievocative di frammentidi vita passata in ben altri luoghi. Avevano anche creato un piccolobazar, in cui alcuni vendevanogeneri alimentari di prima ne-cessità, acquistati al supermer-cato. Capitava spesso di sentire illamento di una capretta, un atti-mo prima che fosse uccisa e man-giata. Nonostante il freddo e l’u-midità, si potevano vedere gli im-migrati a torso nudo, che faceva-no la fila per raccogliere l’acquache sgorgava dalle poche fonta-nelle a disposizione, intenti a la-
L’ultimo avampostodi inferno del Sud
La non-vita dei raccoglitori stagionali di agrumi
 All’ex Opera Sila gli africani dormivano ammassati in angusti silos 
La tessera Stp
Dal 1998 la legge italiana garantisce agli stra-nieri regolari e irregolari l’accesso alle cure. Per iprimi, in possesso del permesso di soggiorno, èprevisto l’obbligo di iscrizione al sistema sanita-rio nazionale. Agli irregolari è riconosciuto il dirit-to alle cure ambulatoriali e ospedaliere urgentied essenziali, ancorché continuative, per malat-tia o infortunio, e agli interventi di medicina pre-ventiva. Per ottenere l’assistenza sanitaria, lostraniero sprovvisto di permesso di soggiornodeve richiedere l’assegnazione della tessera Stp(Straniero temporaneamente presente), che havalidità, su tutto il territorio nazionale, di seimesi, con possibilità di rinnovo. Nella Piana diGioia Tauro ci sono 4 ambulatori Stp, ma gli immi-grati o non ne conoscono l’esistenza o li consi-derano difficili da raggiungere.
L’ACCESSO ALLE CURE MEDICHE
colorato o in cerata trasparente,ammassate le une accanto allealtre. Chi non riusciva a trovareposto nelle tende si accontenta-va di dormire all’interno di queisilos stretti e angusti che doveva-no servire per lo stoccaggio del-l’olio. Infatti, nelle bidonvilledell’Italia meridionale gli immi-grati vivono di niente, senza lucené calore, senza bagni né docce,solo con qualche coperta o unsacco a pelo donato da un’animapia. Medici Senza Frontiere, chedal 2004 presta assistenza aglistranieri impiegati in agricolturacon la sua clinica mobile, ha piùvolte denunciato l’emergenzasanitaria: «Il freddo – si legge nelrapporto “Una stagione all’infer-no” – e il cucinare e dormire inspazi non areati influiscono sul-l’insorgenza di patologie respi-ratorie. Le difficili condizioni divita e lavoro portano a malattiegastroenteriche e osteomusco-vare via lo sporco di una giorna-ta trascorsa nei campi. Ci tene-vano molto all’igiene personale,sebbene fossero costretti a con-vivere con il puzzo asfissiantedei rifiuti, abbandonati attornoallo stabilimento e mai raccolti.L’unico lusso concesso dal Co-mune di Rosarno consisteva neibagni chimici, troppo pochi perla quantità di gente che li usava epuliti solo due volte a settimana.L’insoddisfazione delle necessi-tà materiali non costituiva unabuona scusa per trascurare i bi-sogni spirituali. Gli immigrati direligione cristiana, infatti, ave-vano costruito una chiesetta conassi di legno e la domenica si rac-coglievano lì per pregare con unpastore. Stesso discorso per imusulmani, che avevano il loroimam di riferimento. Forse la fe-de dava loro la forza di andareavanti nonostante tutto, in quelterribile inferno meridionale.
 
3
DOSSIER
“Qui viviamodi niente”
Le testimonianze degli immigrati
 A dispetto della giovane età edell’aria sbarazzina, complicirasta e treccine, gli si legge infaccia tutto ciò che ha passato.Quando inizia a raccontare,sembra di ascoltare una storiagià sentita. Narrata dai suoi oc-chi scuri e fieri. «Prima di arriva-re in Italia ho conosciuto la Li-bia: non è buono stare là. Ho la-vorato e poi non mi hanno pa-gato. Ma anche qui non c’è nien-te per noi… Vivo in Italia da dueanni e a Rosarno da uno, ma nonho il permesso di soggiorno.Qua ci sono tantepersone nellamia stessa situa-zione: il proble-ma è che non c’èlavoro per tutti».Ma la carenza dilavoro non è l’u-nica angoscia diEric: «Siamo in1000 a dormirequa e non abbia-mo niente. Nonci possiamo fareil bagno per gior-ni, non abbiamoacqua calda, lu-ce. Il Comune diRosarno deve aiutarci». «Quinon abbiamo niente, niente…»,dice questo ragazzo fiero di 25anni e lo ripete in maniera os-sessiva. «Prima qua non erava-mo così tanti e c’era più lavoroper tutti. Ora siamo in troppi e illavoro non basta più. Su 1000, almassimo vanno a lavorare 300persone e soloper 1-2 giorni asettimana. I da-tori ci paganoogni 10-15 giornie ci danno solo 25euro a giornata.Danno i soldi alcapo africano elui ce li distribui-sce. Pagano luiperché è in Italiada più tempo econosce gli ita-liani e l’italiano.Però alcuni dato-ri ci fanno lavora-re e poi non ci pa-gano. Anche a me èsuccesso. Il mio capo mi deveancora pagare, ma non si fa tro-vare. Non posso neanche de-nunciarlo, perché non ho i do-cumenti. Se avessi 700 euro almese starei bene qui e mandereii soldi a casa, ma con 100-200euro al mese non si fa niente. Iosono sposato e ho un bambinoin Africa. Mia moglie mi dicesempre che ha bisogno di soldi.Ma come faccio a mandarglieli,se non ho neanche quelli permangiare qua? Io spero che lecose cambino. Prego Dio perchécambino…». Abraham non è sposato, ma inSudan ha una madre e sei sorel-le da mantenere. Neanche lui cela fa. A 30 anni, sembra già avereperso ogni speranza di felicità. Ilsuo è un grido di stremo e dispe-razione: «Come fa la mia fami-glia, se non guadagno nientequa? Io non ho niente in questomondo… Faccio tutto questoper loro, non penso per me. Maqua non c’è figli, non c’è amore,non c’è dormire bene, non c’èlavoro bene… Come si può vive-re così?». Già. Come si può vive-re così?
B
envenuti nel regnodei lavoratori sta-gionali dell’agri-coltura. Segni par-ticolari: pelle nera,età compresa tra i20 e i 30 anni, robusta costitu-zione, spalle massicce e bracciamuscolose, in grado di soppor-tare il peso di cassette e casset-te di agrumi. Provenienza: Afri-ca sub-sahariana, in particola-re Ghana, Nigeria, Burkina Fa-so, Mali, Senegal, Togo, Sudan eCosta d’Avorio. Paesi in cui po-vertà e vio-lenza la fannoda padroni.Ed è proprioper sfuggire aqueste duepiaghe che iragazzi piùforti, quelli sucui si concen-trano le spe-ranze di inte-re famiglie einteri quar-tieri, prendo-no quel pocoche hanno elo mettono inpiccole valigie da quattro soldi,pronti a partire. Partire con laconsapevolezza di dover af-frontare mille difficoltà, maspinti da un sogno: migliorarela propria vita e soprattuttoquella dei propri cari, per rega-lare loro la possibilità di vince-re la fame e la morte.Eccoli i giova-ni africaniche hanno at-traversato ildeserto delSahara e co-nosciuto laLibia, dove gliuomini ven-gono arrestatie venduti e ledonne stu-prate. Ragazziche sono ri-usciti a raci-molare 1000dollari, perversarli nelletasche di unosfruttatore che li ha messi su unbarcone, su cui hanno sfidato lecorrenti del Mar Mediterraneofino a Lampedusa. Sono gli im-migrati dei viaggi della speran-za. Partono alla volta dell’emi-sfero Nord, convinti di trovarviun lavoro dignitoso, che riscat-ti le miserie vissute. Ma, all’ar-rivo in Italia, le aspettative si in-frangono con una realtà ben di-versa, che si chiama lavoro sta-gionale in agricoltura e ha i co-lori dei pomodori pugliesi ecampani, delle patate sicilianee degli agrumi calabresi. Da Ca-stel Volturno a Foggia, da Cassi-bile a Rosarno, lo sguardo diquesti uomini-ragazzi noncambia: è sempre impregnatodi determinazione, coraggio,forza, orgoglio e fierezza, non-ostante le inumane condizionidi vita e lavoro a cui sono co-stretti. È lo sguardo della digni-tà, a cui non intendono rinun-ciare. Neppure qui, in questoavamposto di inferno dell’Ita-lia meridionale chiamato ex Opera Sila.È un viso che non si dimenticaquello di Eric, 25enne ghanese.
Nella foto centrale: momenti di relax traimmigrati (Opera Sila, Gioia Tauro).Nelle due foto nel mezzo: un immigratodorme in una baracca (Rognetta, Rosarno);baracche in amianto nel rudere a cielo aper-to della Rognetta.Nelle due foto in basso: una vecchia sediadi plastica e un copertone di auto stannoper essere bruciati per produrre il calorenecessario a far bollire l’acqua per la pastanel pentolone di ferro (Opera Sila); dettagliodell’interno di un silo usato da un immigratocome letto (Opera Sila)Abraham, sudanese, 30 anniEric, ghanese di 25 anni

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->